di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Nonostante i debiti pubblici di tutti i paesi del mondo che crescano ininterrottamente da oltre 200 anni, gli economisti mainstream fedeli al pensiero neoliberista, da anni cercano le cause a conforto delle loro teorie su una sua supposta “insostenibilità”, che la storia dei fatti sta invece dimostrando non esistere.
Prevedere un disastro mai avveratosi, per un fenomeno che da secoli fa parte della nostra quotidianità, se non si è stupidi o corrotti, logica vuole che qualche domanda dovremmo porcela sulla sua reale concretezza. Il debito pubblico di ogni stato, dati alla mano, come detto e come ci informano giornali e TV ogni giorno, cresce senza interruzione, e se proprio la vogliamo dire tutta, le numerose crisi economiche vissute negli ultimi cento anni, al contrario, sono sempre state causa di debiti pubblici troppo bassi, dal momento che per risolverle, sempre abbiamo dovuto ricorre alla spesa in deficit degli Stati.
Dal crollo di Wall Street del 1929 alla crisi petrolifera con alta inflazione del 1970, passando per la crisi del debito asiatico e russo tra il 1997 e il 1998, fino a quelle più recenti, lo scoppio della bolla delle dot-com nel 2000, la più che famosa crisi finanziaria globale del 2008 e la crisi del debito sovrano in Europa iniziata nel 2010, per non parlare della crisi economica globale causata dalla pandemia di COVID-19; tutte sono state risolte ricorrendo all’intervento dei governi, unici capaci di creare moneta netta in quanto monopolisti della stessa.
Da giorni nel mondo ed in particolare in Europa, si è tornati a parlare nuovamente di crisi del debito. Improvvisamente la parola “spread” è ricomparsa nelle tribune della politica, sui mercati e sui mezzi di informazione. Questa volta nel mirino ci sono i titoli del debito pubblico francese, il cui differenziale con il bund tedesco ha quasi raggiunto il livello di quello italiano.
Ecco che si presenta una nuova occasione per chi negli anni ha visto sgretolarsi come il vetro di una finestra colpito da una pallonata proveniente dal cortile, tutte le loro fantasie in quanto all’insostenibilità dei debiti pubblici, di provare ad individuarne la causa, per prendersi la “sognata” rivincita.
Come al solito a capo del “plotone” dei convinti “kamikaze” pronti ad immortalarsi per nascondere la verità che Warren Mosler e la Modern Monetary Theory (MMT), hanno rivelato al mondo, ci sono i soliti economisti così detti “bocconiani”. Una sorta di congrega di figure che si autoincensano a vicenda con l’aiuto naturalmente dei media di regime, le quali si reputano divinamente competenti in materia economica per il solo fatto che la loro laurea porta il nome di una delle Università private più costose al mondo.
Figuriamoci se l’equazione “pago di più/ottengo più valore” – oggi definitivamente azzerato nel mondo globale creato da loro stessi, dove la frode ha trovato il suo habitat naturale – possa valere in un campo tra i più facilmente pilotabili come è quello dell’istruzione.
Già il mondo accademico è in fermento, lo tsunami sul debito dei cugini d’oltralpe, oltre a favorire il detto “mal comune mezzo gaudio” utile solo a far respirare in termini di consenso i nostri governanti, potrebbe essere per loro l’occasione per riuscire a rendere credibile tutta quella fraudolenta struttura del pensiero economico neoliberista che ha guidato la macelleria sociale prima in Grecia e poi in Italia.
Presto detto, non è stato necessario attendere molto dallo schizzo dello spread francese, per confezionare la “sentenza” dell’ennesimo economista bocconiano sulla causa dell’insostenibilità dei debiti pubblici, “fedelmente” riportata sulle colonne de Il Foglio, dal suo redattore Luciano Capone:

Avete capito!
Semplice, i debiti pubblici sono insostenibili perché ci sono troppi vecchi. “Con una popolazione che invecchia sempre di più il costo del debito sarà superiore alla crescita del Pil”, sputa la sua sentenza l’economista e professore della Bocconi, Carlo Ambrogio Favero.
Con una lezione di questo tipo, qualche suo studente un po’ sopra le righe in quanto a forte personalità, assetato di potere e dotato di una spiccata attitudine al comando, qualora prendesse le sue parole alla lettera, potrebbe convincersi che la soluzione al problema, possa essere quella di sopprimere più vecchi possibile. Una volta reclutato dal “sistema”, sedutosi sulle poltrone di governo, potrebbe anche arrivare a decretare per legge un limite terminale di età per tutti noi, qualora fosse colpito dalle parole del primo ministro francese, François Bayrou, il quale ha affermato che non si possono ignorare gli squilibri fiscali e il peso del debito pubblico sui giovani “per la tranquillità dei boomer”.
Ecco fatto, il nuovo nemico da combattere è già stato individuato: i vecchi!
Del resto il Vero Potere ha fatto suo da secoli il detto divide et impera. Una volta si lottava per le religioni, poi per le razze; nel mondo moderno per i colori dei partiti ed ora giovani contro vecchi. Tutto per la necessità strettamente elitaria di tenere volutamente scarsa la moneta. Moneta che oggi, non dimentichiamocelo, è rappresentata da numeri elettronici sui computer dei governi e del sistema bancario, creati dal “nulla”.
Carlo Favero ha pensato bene persino di scrivere e pubblicare un working paper per immortalare nel tempo questa sua “genialata”, che nel mondo “rovesciato” attuale, potrebbe addirittura dare a lui, speranze per il Nobel.
Il punto focale del suo lavoro si basa sul presupposto che il trend demografico nei paesi occidentali renda meccanicamente sempre meno sostenibili i debiti pubblici. “C’è un problema globale che deriva dal fatto che la storia vissuta finora, dove il costo del finanziamento del debito era inferiore al tasso di crescita dell’economia, sta svanendo” dice Favero al Foglio. In pratica, ora il debito sta correndo più veloce del pil. E uno dei fattori principali che stanno facendo diventare R (il costo del debito) maggiore di G (la crescita del pil) è la demografia: “L’invecchiamento della popolazione esercita una pressione al rialzo del debito pubblico attraverso tre canali – spiega Favero – frenando la crescita del pil, indebolendo i bilanci pubblici e spingendo al rialzo i tassi d’interesse”.
Fermo restando che la crescita del Pil non è assolutamente indicatore certo del benessere generalizzato di un paese, la sua crescita non è certo fermata dagli anziani in quanto sono vecchi. Casomai, può essere fermata dal fatto che spendono meno. Provi Favero a suggerire al governo di raddoppiare le loro pensioni e vedrà come d’incanto anche i vecchi contribuiranno magicamente alla crescita del Pil.
Riguardo all’indebolimento dei bilanci pubblici, un concetto alquanto privo di senso per chi emette in regime di monopolio la valuta con la quale si denominano i bilanci stessi; tutto è relativo, rispetto a quelli che sono gli indicatori con cui si intende misurare la solidità di un bilancio di uno Stato, titolare ripeto, del monopolio pubblico sulla sua valuta.
Sulla spinta al rialzo del tasso di interesse, oggi, con l’esperienza alle spalle, anche i bambini appena nati, sanno perfettamente che il livello dei tassi come quello dei prezzi sul territorio nazionale, è determinato dalla politica fiscale di cui è titolare il governo. E qualora, tale operazione fosse demandata alla banca centrale, come nei casi più in vista, il governo stesso ha sempre la possibilità di sterilizzare con le leve fiscali, l’impatto di tale spesa e l’eventuale effetto negativo sul sistema economico.
Favero dopo averci detto che il problema non riguarda solo la Francia, ma anche Stati Uniti, la Germania, l’Italia e la Spagna, ci indica anche cosa si deve fare per far tornare R inferiore a G:
“Purtroppo, sono tutte soluzioni che non piacciono: ringiovanire la popolazione attraverso l’immigrazione; aumentare l’età pensionabile; riforme per innalzare il pil potenziale. Ovviamente anche aumentare il tasso di natalità, ma è un obiettivo molto difficile e che produce effetti solo dopo molti anni”.
Quindi secondo il “genio” della Bocconi, di fronte ad un paese di vecchi che non lavorano, costano di pensione e non producono, per evitare la soluzione drastica di sopprimerli, si potrebbe pensare di importare masse di giovani da altri paesi. Così, se di problema proprio vogliamo parlare, lo scaricheremmo nei luoghi di provenienza dei suddetti migranti.
Ma dico io, un ragionamento di tale follia, può veramente provenire da un professore universitario?
Purtroppo Sì!
Il mondo per duemila anni è andato avanti per vie naturali, con gente che nasce, cresce, vive, invecchia e muore senza preoccuparsi della sostenibilità del debito che è un evento prettamente creato dall’uomo, ed ora improvvisamente, secondo Favero, non sarebbe più possibile invecchiare con tranquillità nel mondo.
Alla Bocconi hanno creato dei mostri, altro che studenti modello formati come Dio comanda!
Certo di fronte a tali oscenità, occorre trovare anche altre soluzioni, come “l’aumento dell’età pensionabile”. Questi vecchi li facciamo lavorare di più ci dice Favero. Ma come? se già nel paese esiste un accelerato e consolidato problema occupazionale e di precariato, qualora i vecchi dovessero rimanere più a lungo sui loro posti di lavoro, dovremmo necessariamente spendere in deficit per sostenere l’occupazione. Ma di questo neanche a parlarne, con gente come Favero che crede che il denaro provenga dall’alto!
Allora “facciamo riforme per innalzare il Pil potenziale”. Solito discorso fritto e rifritto, le “riforme”. Come se con una legge, senza la spesa in deficit dello Stato e le banche che prestano, si potesse magicamente moltiplicare i pani ed i pesci che nel mondo moderno rappresentano il denaro.
Accortosi che tutto questo regge poco, Favero prova con l’ultima carta che la sua intelligenza avanzata da bocconiano, gli fornisce: “aumentare il tasso di natalità”. Si accorge subito che non è una buona idea: “obbiettivo molto difficile che produce effetti solo dopo molti anni”. Oltre al fatto che qualcuno dovrebbe spiegargli che le coppie italiane non proliferano proprio perché vivono nelle ristrettezze finanziarie, originate dalle stesse ricette che il suo mondo accademico prescrive.
Senza contare che matematica vuole che più giovani nascono più vecchi ci saranno in futuro stante l’aumento della vita sperata.
Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere!
Ma Favero non è sazio della sua “ignoranza artificiale” costruita nel laboratorio milanese:
“Spesso, mentre si fanno riforme e politiche per la crescita, è necessario aggiustare i conti nell’immediato come nel caso della Francia, che ha un deficit del 5,5%. Come si fa? “Nel caso francese, per stabilizzare il debito bisogna arrivare a un avanzo primario di almeno l’1%, che vuol dire un aggiustamento fiscale di circa 4 punti di pil. Questo sempre alle condizioni attuali, cioè senza un ulteriore aumento dei tassi”.
E te pareva, che non arrivassimo all’avanzo primario, che dopo averlo meritato noi italiani per tre decadi “finalmente” toccherà anche ai francesi. Quando si fanno le riforme, dice Favero, bisogna anche “aggiustare i conti”, ovvero tagliare la spesa e aumentare le tasse, quindi meno soldi per tutti, con i vecchi e giovani che devono consumare meno. La soluzione è sempre la stessa: all’assetato nel deserto, il proprietario della sorgente non da bere, ma scarpe nuove per correre meglio per andare a cercare quell’acqua che mai raggiungerà perché morirà prima di trovarla.
E qui arriviamo anche all’autore dell’articolo pubblicato su Il Foglio, quel fenomeno di economista social al secolo Luciano Capone, che si chiede quale delle due strade sia la migliore da intraprendere per i francesi di fronte alla necessaria ricetta che il manuale neoliberista consiglia in questi casi, rappresentata appunto dal consolidamento fiscale:
Meglio aumentare le tasse o tagliare la spesa?
Come dire, meglio un pugno in faccia o una pedata nelle parti intime!
Favero, ricorda Capone, è anche, insieme ad Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (i due “alfieri” di Mario Draghi, tanto per ricordarlo, ndr), autore di una serie di studi sui consolidamenti fiscali secondo cui nei paesi sviluppati, quando l’aggiustamento dei conti pubblici viene fatto tagliando le spese, anziché aumentando le tasse, gli effetti sono meno recessivi.
Avete capito?! sono pienamente coscienti che il consolidamento fiscale ha effetti recessivi, d’ogni buon conto vanno avanti. Però ti fanno scegliere se preferisci il pugno in faccia o la pedata nelle parti intime.
Questo filone di studi è stato oggetto di discussione accademica e critiche, continua Capone, ma nel caso attuale della Francia non sembrano esserci molte alternative. Persino Olivier Blanchard, l’economista francese che nel dibattito sui moltiplicatori fiscali è stato dall’altra parte della barricata, ora sostiene che data la grandezza dello stato francese l’aggiustamento fiscale non può che arrivare da un taglio della spesa pubblica. “Non c’è tanto spazio sul lato della tassazione, perché la pressione fiscale è elevatissima – dice Favero –. In Francia la tassazione sul lavoro rappresenta il 60% di tutte le entrate fiscali. Tagliare la spesa ha sicuramente effetti meno recessivi, ma anche il timing conta. Meno aggiustamento fai ora più dovrai farne nel futuro, perché nel frattempo aumenta la spesa per interessi”.
Quindi, come avvenuto in Grecia e poi in Italia, sanno già che la Francia sarà colpita da una tremenda recessione. Una recessione diabolicamente programmata da economisti creati nei laboratori del Potere, come è appunto la Bocconi. E naturalmente fare presto, “il timing conta”, altrimenti aumenta la spesa per interessi e dovrai fare più aggiustamento.
Un film già visto e rivisto. Costo del debito elevato e bassa crescita costringono ad avere un corposo avanzo primario, pontifica Capone: la Francia sta entrando nel mondo in cui l’Italia vive da qualche decennio.
Se guardiamo alle proiezioni demografiche nei prossimi 40 anni, non c’è modo di pensare che il costo del debito sarà più basso del tasso di crescita dell’economia, concludono Favero e Capone in coppia.
Provate a fare una cosa che non è mai stata fatta, ovvero tutto il deficit necessario per occupazione e consumi e vediamo se questa previsione regge.
E se anche non reggesse, cosa vuoi che siano un po’ di numeri in più su un contatore dentro un computer che non smette di salire da oltre 200 anni. Sicuramente un risultato lo avremmo ottenuto: la gente starebbe molto meglio.
di Megas Alexandros





0 commenti