I dazi non aggiustano i deficit commerciali. La politica di Trump mira ad ottenere la distruzione della domanda interna come fece Monti in Italia?

22 Agosto 2025 | Attualità, Economia, Geopolitica, MMT | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Come dall’eretico può nascere il Santo, paradossalmente, qualcosa di buono può venir fuori anche dalla scellerata politica economica dei dazi messa in atto dal governo di Donald Trump: i governanti del mondo stanno cominciando ad imparare come funzionano gli scambi internazionali con le valute non convertibili!

Questo assunto non vale naturalmente per coloro che governano la UE ed i principali paesi membri che la compongono, che imperterriti, a fronte dei dazi imposti dal tycoon americano, nel grande gioco dell’Economia, continuano invece a ragionare come se le valute fossero in cambio fisso tra loro, credendo di vincere accaparrandosi la valuta degli altri. Di contro, fuori del mondo occidentale, ed in particolare in quei paesi come la Cina e l’India appartenenti al gruppo dei BRICS, pare proprio che i loro governanti abbiano imboccato la retta via per fronteggiare la “pazzia” tariffaria di Trump, impostando le loro economie verso il consumo interno.

E’ ormai chiaro come gli Stati Uniti ed i paesi europei stanno lottando entrambi, l’uno per accumulare numeri elettronici creati dall’altro. E per raggiungere questo obbiettivo costringono i loro popoli a partecipare alla “drammatica” corsa dove vince chi consuma meno.

A dirla tutta, l’Italia in particolare, alla “folle” corsa per far rinunciare gli italiani anche ai beni di prima necessità, solo per vedere il segno “più” nella bilancia commerciale del paese, partecipa già dal 2011, quando l’allora premier Mario Monti, l’ha iscritta impartendo al paese le note politiche di austerità che oggi il governo di centrodestra applica con ancora più veemenza.

A volte specchiarsi dentro un nostro simile, può fare miracoli. Ed è quello che sta avvenendo con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca. Pensate, persino su Il Foglio – quotidiano da sempre allineato alle idee neoliberiste in campo economico, quelle per intenderci che hanno guidato Monti, la Fornero e i governi che sono venuti dopo – oggi, nell’estrema necessita propagandistica di picchiare sull’attuale inquilino della Casa Bianca, si leggono concetti “mosleriani” impensabili fino a pochi mesi fa, come “le importazioni sono un mezzo e non un fine”.

“L’ennesimo autogol di Trump nasce dal più grossolano degli equivoci: non c’è alcun motivo per esaltare le esportazioni in quanto tali” – scrive nel suo articolo il Professore Ordinario di Economia Politica presso la Sapienza Università di Roma, Fabio Sabatini.

Quindi, a distanza di quindici anni dall’inizio delle politiche economiche lacrime e sangue pagate dagli italiani con la loro vita, ci voleva un “Trump” poco funzionale al progetto europeo, per far capire ai nostri economisti mainstream, quello che Warren Mosler ripete da sempre, ovvero che le esportazioni sono di fatto un costo in termini reali per il paese e non un beneficio. Quindi, deflazionare i salari per limitare le importazioni di beni e servizi e di conseguenza “distruggere” la domanda interna glorificando le esportazioni, come hanno inteso fare Mario Monti ed i suoi successori a Palazzo Chigi, è cosa cattiva e brutta!

Bene, almeno abbiamo messo un punto!

Vediamo se Il Foglio e il professor Fabio Sabatini, manterranno questo posizione per onestà intellettuale, o se invece è stato l’ennesimo atto di propaganda solo per abbattere chi oggi oltreoceano nella sua più che totale follia economica, è poco utile alla causa dei poteri di casa nostra.

Sul fatto che la politica dei dazi di Trump, volta a riequilibrare gli alti deficit commerciali del suo paese, sia una follia, non vi sono dubbi per chi conosce la materia. E questo sinceramente aumenta il sospetto su quali siano le reali intenzioni che si nascondo dietro a questa forte presa di posizione del tycoon supportata dal suo entourage di “supposti” esperti in materia.

In un’economia aperta guidata dalla finanza globale, il saldo esterno è determinato dai flussi di capitale, non dal commercio stesso. Formalmente, l’identità della bilancia dei pagamenti afferma:

Conto Corrente + Conto Finanziario = 0

Conto Corrente = − (Conto Finanziario)

Pertanto, gli afflussi netti di capitali esteri, ovvero un surplus del conto finanziario, richiedono un deficit del conto corrente. Finché gli investitori di tutto il mondo cercheranno attività statunitensi (la così detta dollarizzazione, ndr), gli Stati Uniti dovranno importare più di quanto esportino. Questo ribalta il pensiero convenzionale: sono gli afflussi di capitali a causare il deficit commerciale, non il contrario.

Questa fondamentale evidenza contabile, oggi non è più solo Warren Mosler ad evidenziarla, ma anche economisti del calibro di Andre Chelhot– che in un articolo [Tariffs Don’t Fix Trade – Capital Flows Do] – postato sul proprio profilo Substack elabora in modo preciso e puntuale, l’analisi contabile sul perché i dazi non servano nella maniera più assoluta ad eliminare i deficit commerciali.

In un sistema di questo tipo, i dazi non riducono direttamente il deficit esterno. Se le importazioni non si contraggono immediatamente in volume, i dazi alterano semplicemente la distribuzione del reddito a livello nazionale. L’identità rilevante è:

(Sp−I) + (T−G) = (X−M)

dove Sp indica il risparmio del settore privato (famiglie e imprese), I indica gli investimenti privati, T sono le imposte, G la spesa del settore pubblico, X e M indicano rispettivamente esportazioni e importazioni.

Con gli afflussi di capitali che mantengono inalterato il deficit commerciale, un dazio aumenta solo T, mentre l’aumento del risparmio pubblico, per definizione, riduce il risparmio privato di pari importo. Consumi e investimenti rimangono invariati in questo primo ciclo; il dazio non è altro che un trasferimento dal risparmio privato al risparmio pubblico, che si traduce in un impatto negativo sul flusso di cassa delle famiglie o sugli utili aziendali, non sul PIL.

Nel secondo ciclo, la risposta normale è una diminuzione delle importazioni e della spesa per consumi, a seguito dell’aumento dei prezzi dei beni importati e della diminuzione del reddito disponibile reale. Tuttavia, i prezzi delle attività possono mascherare lo shock del reddito. I continui afflussi di capitali gonfiano azioni, obbligazioni e immobili, generando un effetto ricchezza. Famiglie e imprese mantengono la spesa consumando a partire dal patrimonio netto piuttosto che dal reddito. Le importazioni rimangono elevate e il deficit esterno, forzato dal surplus del conto finanziario, non si chiude. Il dazio non contribuisce in alcun modo a migliorare il saldo delle partite correnti, ma erode solo il cuscinetto finanziario del settore privato sottostante. Nel grafico sottostante Andre Chelhot mostra la forte relazione tra PCE nominale e attività finanziarie delle famiglie. Va aggiunto che i dati sulle attività finanziarie delle famiglie per il secondo trimestre non sono ancora stati pubblicati, ma data la forte ripresa del mercato azionario che ha raggiunto nuovi massimi storici, si prevede un forte rimbalzo.

Se abbiamo compreso bene quello che viene fuori dall’analisi di Andre Chelhot, il sospetto che la politica di Trump, sia l’ennesimo “giochetto” di matrice neoliberista, per allargare la scala sociale tra ricchi e poveri nel suo paese, potrebbe diventare a breve una cruda realtà.

Infatti è lo stesso autore dell’articolo a confermarci tale nefasto scenario:

“Ma questo è un equilibrio fragile. Se gli afflussi di capitali rallentano, o se i prezzi delle attività si bloccano, l’effetto ricchezza svanisce. Il settore privato non riesce più a sostenere la spesa a fronte di un reddito disponibile inferiore e inizia a ridimensionarsi. A questo punto, l’identità del Sistema Istituzionale si riafferma: il risparmio privato aumenta rispetto agli investimenti, consumi e investimenti diminuiscono e le importazioni alla fine si contraggono. Solo allora il deficit commerciale inizia a ridursi. I dazi, quindi, migliorano la posizione esterna solo indirettamente, attraverso una contrazione della domanda interna dopo che l’illusione alimentata dalla ricchezza si è infranta.

In definitiva i dazi non sanano i deficit commerciali finché il resto del mondo continua a finanziare la spesa statunitense, ovvero acquistano dollari o asset in dollari. Semplicemente aumentano le probabilità di una recessione più acuta della domanda interna una volta che l’afflusso di capitali che sostiene il sistema inevitabilmente si incrina.

Ora risulta ancora più chiaro come la politica economica di Trump, di fatto un dichiarato intento al ritorno al mercantilismo puro, vada nella stessa direzione di quanto già messo in atto con la nascita dell’Europa unita e dell’Euro. Ed è altrettanto chiaro il perché tutto questo non vada a genio a Roma e Bruxelles: gli Stati Uniti di Trump, nei fatti, come già spiegato vogliono la stessa cosa tanto cara ai poteri che dettano le politiche della UE.

Stati Uniti ed Europa sono i maggiori mercati al mondo, e se entrambi contemporaneamente decidono di non far consumare i loro popoli, di fronte a quello che è un fenomeno prettamente fisiologico quale appunto è l’import/export, qualche enorme problema di equilibrio tra produzione e consumo si crea, se da un parte o dall’altra non si compensa con la spesa in deficit dei governi. E da qui ad arrivare ai fallimenti e la perdita dei posti di lavoro il passo è breve.

Entrambi i continenti che mirano alla distruzione della domanda interna, risultato che sarà presto raggiunto anche in Usa se Trump andrà avanti con una politica dei dazi fine a se stessa, prospettano un dramma sociale nel mondo occidentale mai visto fino ad ora. E le risposte che arrivano da Bruxelles non sono affatto quelle necessarie per far cambiare rotta al “Titanic”, anzi, la lotta a colpi di dazi già prospettata con la conseguente riduzione delle esportazioni, abbinata al mantenimento del rigore per quanto riguarda i bilanci degli stati membri, aggraverà ancora di più lo stato della domanda interna stessa, accelerando la corsa verso l’iceberg.

Molti si sono chiesti e si stanno ancora chiedendo a cosa miri la politica dei dazi di Donald Trump. Già il fatto che il tycoon la ritenga necessaria per eliminare un non-problema, quale appunto è il forte deficit della bilancia commerciale USA, dovrebbe indirizzare i nostri pensieri da tutt’altra parte. Ora che abbiamo chiaro anche l’effetto recessivo in termine di consumi che tale politica avrà sull’economia americana nel medio lungo termine, dobbiamo veramente cominciare a preoccuparci.

Se il maggior mercato al mondo che da decenni ininterrottamente crea dollari per acquistare la produzione mondiale, vuole tornare a produrre sul territorio e diventare improvvisamente esportatore netto per volontà del suo presidente, aritmetica contabile vuole che qualcun altro nel mondo cominci in tutta fretta a creare il denaro necessario per consumare la produzione proveniente dagli USA e quella che il mondo non potrà più inviare oltreoceano.

I BRICS pare lo abbiano capito, l’Europa NO!

di Megas Alexandros

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte