Il divorzio all’italiana…. del 1981: una commedia fra Tesoro e Banca d’Italia

Lo scambio epistolare tra l'allora ministro del Tesoro ed il governatore della banca centrale, non tolse allo stato italiano il monopolio sulla valuta. Ed anche successivamente con l'arrivo dell'Euro, i governi hanno continuato a spendere ex-nihilo

14 Novembre 2025 | Economia, Geopolitica, MMT | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia: mito o realtà?

Quando dibatto di economia e moneta, inevitabilmente la conversazione scivola sul tema della sovranità monetaria. E immancabilmente, dai miei interlocutori, emerge la storia ormai nota del cosiddetto “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, avvenuto nel 1981 per iniziativa dell’allora Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, e del Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi.

«Caro Governatore, ho da tempo maturato l’opinione che molti problemi di gestione della politica monetaria siano resi più acuti da un’insufficiente autonomia della condotta della Banca d’Italia…». Così inizia la lettera battuta a macchina che Andreatta mise nelle mani di un motociclista il 12 febbraio 1981, il quale percorso il breve tratto da via Venti Settembre a via Nazionale, la consegnò nelle mani del governatore della Banca d’Italia. Il 6 marzo dello stesso anno parte un’altra lettera, percorso inverso: «Caro Ministro, rispondo alla Sua del 12 febbraio, le cui linee di ragionamento mi trovano sostanzialmente d’accordo…».

E’ passato quasi mezzo secolo da quell’atto di governo ricordato nei testi di storia economica e di saggistica politica, ma il dibattito su quella che è la sua reale natura ancora non si è placato. Questo perché la narrazione storica spesso trascura la vera logica contabile sottostante.

Purtroppo sono ancora molti quelli che oggi, in linea con una azione propagandistica che mira ad alleviare le responsabilità dei nostri governanti sullo stato precario della nostra economia, fanno partire da quel momento l’inizio di quella che considerano una perdita di sovranità nell’emissione della valuta di Stato da parte dei nostri governi. Una perdita che oggi considerano definitiva con l’arrivo dell’Euro.

L’ondata globale dell’indipendenza delle banche centrali

Il cambiamento italiano non fu isolato. Negli anni ’80, con i governi Reagan e Thatcher a guidare le danze e sostenuti dal pensiero accademico neoliberista, l’indipendenza delle banche centrali divenne principio cardine delle economie moderne nel mondo occidentale. La giustificazione pubblica era semplice: le banche centrali dovevano operare senza l’influenza dei governanti, “brutti e cattivi”, accusati di spendere troppo in “mance elettorali”.

Il vero obiettivo, tuttavia, era consolidare il controllo elitario sulla creazione monetaria, rendendone sempre più “opaco” il meccanismo contabile. Circoscrivere la spesa pubblica a vantaggio esclusivo della rendita finanziaria, fu il passo immediatamente successivo per restringere quella scala sociale che troppo si era allargata, in termine di benessere diffuso, dalla fine del conflitto mondiale. L’inflazione, la paura secolare per eccellenza, dopo quella della morte, giocò a favore di chi progettò questo epocale cambiamento. Il rischio di non poter comprare domani quello che con i tuoi risparmi puoi comprare oggi, distolse l’attenzione da quella che invece era la priorità principale per poter spendere: possedere risparmio netto. Un risparmio ottenibile solo tramite la spesa in deficit dei governi che invece con l’introduzione dell’indipendenza delle banche centrali si stava programmando di eliminare.

Il paradosso della spesa pubblica e del risparmio netto

Contrariamente alla narrazione diffusa, rendere indipendenti le banche centrali non limita la spesa pubblica, ma ne cambia la destinazione: i governi hanno continuano a spendere, ma da allora la spesa è stata orientata quasi esclusivamente al pagamento della rendita da divano, ossia gli interessi sul debito pubblico.

Il “divorzio” ha avuto l’effetto principale di far esplodere la spesa per interessi, perché lo Stato affidò a Banca d’Italia la decisione sui tassi. L’introduzione dello SME nel 1979, che impediva la politica del cambio flessibile, combinata con il divorzio, mise l’Italia nella stessa condizione dell’attuale sistema euro: moneta unica e una banca centrale che determina quanto lo Stato debba spendere per interessi.

L’indipendenza della Banca Centrale riguarda solo ed esclusivamente le decisioni di politica monetaria, ovvero la fissazione di un tasso di interesse, che secondo l’analisi della MMT di Mosler dovrebbe essere ancorato allo 0% per sempre.

Tesoro e Banca Centrale: un unico settore governativo

Trattare Tesoro e Banca Centrale come entità separate è funzionale alla narrativa secondo cui lo Stato dovrebbe rivolgersi a una banca per ottenere fondi. La realtà è ben diversa: costituiscono un unico settore, quello governativo.

Prendere a prestito dalla Banca Centrale non ha senso: lo Stato non può essere debitore di sé stesso. Tra un passivo del governo e uno della banca centrale, la differenza non salta agli occhi perché non c’è: entrambi sono strumenti contabili del monopolio statale della valuta.

Creazione monetaria ex nihilo

La spesa pubblica avviene tramite l’accredito di riserve nel sistema bancario, cioè attraverso la creazione di moneta statale ex nihilo. Questa procedura contabile è rimasta in piedi anche dopo il “divorzio” e nemmeno dopo l’entrata nell’Euro ha subito variazioni. L’emissione di titoli, indipendentemente dai tempi tecnici, rimane uno strumento di gestione della liquidità e dei tassi, non un prerequisito per spendere. Del resto, e non sarebbe altrimenti, è attraverso la spesa pubblica che si creano e si consegnano al settore privato, quelle riserve (risparmio netto), con le quali poi si acquistano i titoli di stato.

Il mito della sequenza contabile

Molti credono che lo Stato debba prima vendere titoli per creare riserve. La logica è assurda: per acquistare un BTP occorrono riserve preesistenti. La moneta è creazione umana, e lo Stato ne è il monopolista. Le riserve rappresentano digitalmente la passività dello Stato; il loro vincolo reale è la disponibilità di risorse, non un portafoglio di HQLA.

Limiti politici e non naturali

È vero che oggi i Tesori di USA, Italia o Francia non possono andare “in rosso” presso la banca centrale, ma si tratta di vincoli politici, non di leggi naturali. Il divieto fu introdotto per alimentare l’illusione del “finanziamento di mercato”, mentre la sostanza della creazione monetaria resta invariata.

La spesa in deficit non sottrae patrimonio al governo; crea attività finanziarie nette per il settore non governativo, cioè ricchezza privata, non prelievo di capitale pubblico.

Inflazione: un diversivo

L’argomento inflazione,  “se fosse vero, i governi stamperebbero moneta fino a farla valere zero”,  è un diversivo. I governi ed i loro agenti (le banche commerciali, ndr), già emettono moneta ogni giorno e i debiti pubblici e privati crescono ininterrottamente da oltre due secoli. La questione rilevante quindi è chi beneficia realmente della creazione monetaria.

Ah, che meraviglia: quando lo Stato crea moneta per fare qualcosa di utile, subito partono le sirene dell’“inflazione! inflazione!”. Ma curiosamente, nessuno grida alla paura dell’inflazione per la moneta creata con i prestiti bancari — evidentemente per chi grida, l’indice dei prezzi deve avere un sensibilissimo fiuto morale nel riconoscere la valuta “cattiva” creata dai governi da quella “buona” creata dalle banche. Che mondo raffinato: i prezzi s’impennano solo quando la moneta serve al bene pubblico, mica quando gonfia i portafogli privati. Fantastico, davvero!

E naturalmente, nessuno si azzarda neanche a sussurrare della gigantesca creazione monetaria bancaria che finisce nella speculazione finanziaria, che ormai rappresenta la parte principale delle loro attività. Quella sì che è magia: montagne di credito create dal nulla per alimentare bolle, leverage, derivati — e nemmeno un brivido, nessuna preoccupazione, tutto normalissimo. Anche quando la speculazione stessa fa impennare i prezzi dell’energia, con i governi fermi ad osservare i colossali profitti conseguiti da quel settore.

Perché, si sa, quella moneta lì “non conta”. Nonostante sia proprio quella a non avere nessuna ricaduta reale. Ma guai a dirlo: suggerire che le banche dovrebbero sì poter creare moneta, ma con criteri chiari, trasparenti e solo per attività reali sarebbe lesa maestà. Meglio continuare a fingere che la speculazione finanziaria sia un servizio essenziale alla società.

Il limite della spesa dei governi quindi, non è contabile, ma reale: riguarda l’utilizzo delle risorse e l’impatto inflattivo, come sottolinea la Modern Monetary Theory.

La contabilità finale: srotolare le emissioni

Il sistema nacque con la possibilità di scoperto: la Banca Centrale anticipava fondi al Tesoro in attesa della copertura tramite titoli ed in quantità compatibili con le riserve auree (in teoria). Il “mito dell’oro” era facile per tutti da capire ed era l’equivalente del vincolo di bilancio, oggi noto come il 3% del Pil in zona euro. C’è da chiedersi a cosa sia servito abbandonare lo standard aureo e passare a valute fiat per poi reintrodurlo in forma numerica con dei trattati sovranazionali, i quali per di più limitano la realizzazione dei principi costituzionali su cui si fonda la nostra Repubblica.

Oggi la forma è cambiata, ma la sostanza no: la spesa pubblica è sempre creazione di moneta ex nihilo.

Quando il Tesoro spende, la Banca Centrale accredita riserve nel sistema bancario. Quando i tributi vengono riscossi, le riserve vengono cancellate: contabilmente, è come se i fondi fossero “bruciati”. Quando i titoli vengono collocati, le riserve vengono drenate: contabilmente, è come se il risparmio netto creato dal deficit passasse da un conto corrente in banca a un conto vincolato presso il Tesoro, nel caso in cui il BTP venga acquistato da un privato.

Se potessimo “srotolare” contabilmente tutte le emissioni e riscossioni nel tempo, vedremmo il conto del Tesoro presso la Banca Centrale perennemente e profondamente in rosso, perché la spesa precede sempre la tassazione e l’emissione di titoli.

Non è possibile drenare riserve senza averle prima aggiunte. Il divieto formale di scoperto serve solo a mascherare questa realtà dietro l’apparenza del “finanziamento di mercato”.

Per comprendere la complessità operativa delle interazioni tra Tesoro, Banca Centrale e sistema bancario serviva un “occhio” al laser, collegato ad una mente matematica come quella di Warren Mosler. Capace di aggregare insiemi con la giusta causalità, egli ha frantumato con logica e sequenze cronologiche precise i “miti” che avvolgono il denaro da quando esistono le civiltà sul nostro pianeta, e di questo non potremo mai esserne abbastanza grati.

di Megas Alexandros

 

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte