Oggi, nel giorno della festa dei lavoratori, si presenta una riflessione che va oltre la semplice celebrazione simbolica di una data. È il momento ideale per condividere con voi l’iniziativa congiunta che ha come obiettivo la candidatura di Warren Mosler, padre della Mosler Economics e cofondatore insieme a William Mitchell della Modern Monetary Theory (MMT), al premio Nobel per l’economia e la pace.
Non voglio dilungarmi in questa introduzione sulle ragioni scientifiche ed economiche che sorreggono questa proposta, in quanto sono ampiamente illustrate nel documento ufficiale redatto con il supporto di Roberto Bazzichi e degli altri firmatari, tra cui Fabio Bonciani, Olindo Cervi, Francesco Chini, Alex Cerroni, Dirk H. Ehnts, Yan Liang, Stuart Medina Miltimore, Riccardo Naldi, RED MMT, España e Think Brics. Potrete trovare il documento in calce a questa introduzione, dove sono dettagliate le motivazioni dottrinali.
Ciò che desidero evidenziare in queste righe, tuttavia, è l’importanza di candidare Warren Mosler non solo per il suo contributo al campo dell’economia, ma anche per il Premio Nobel per la Pace. Perché Mosler, con la sua teoria monetaria, non ha solo delineato una visione economica innovativa, ma ha anche indicato la via per un futuro di stabilità e giustizia sociale, un obiettivo strettamente legato alla pace globale.
Il lavoro e i lavoratori sono, da sempre, il motore che anima l’economia mondiale, come ampiamente riconosciuto dalle Costituzioni moderne, tra cui quella italiana che dedica ben nove articoli al tema del lavoro. Tuttavia, la realtà odierna è ben distante da questo principio. Le politiche di austerità, sostenute da decenni di governi che hanno sacrificato il benessere del lavoro in nome di una stabilità economica che ha solo arricchito pochi, hanno reso il lavoro stesso precario e sottopagato, portando l’Italia a un triste primato negativo: i salari medi italiani sono oggi tra i più bassi al mondo, con un calo del -2,90% rispetto al 1990.
Purtroppo, questo disastro è frutto di scelte politiche che, anziché risolvere il problema della disoccupazione e della precarietà, hanno privilegiato la rendita a discapito del lavoro. È emblematico come oggi, in occasione della festa dei lavoratori, si denunci la condizione di un paese che non riesce a garantire a molti una vita dignitosa, ma che, nel corso degli anni, ha visto invece l’esclusivo rafforzamento della disuguaglianza sociale.
In questo contesto, la proposta di Mosler si fa sempre più rilevante. Se tutti i cittadini avessero accesso a un lavoro decente, retribuito equamente e in grado di sostenere le loro famiglie, sarebbe questo il primo, fondamentale passo verso una società più pacifica. E questo è precisamente ciò che Mosler ha dimostrato attraverso la sua ricerca: che la disoccupazione involontaria non è altro che il risultato di un’insufficiente spesa pubblica nella valuta nazionale. Solamente un governo che agisce in modo responsabile, sfruttando il suo monopolio sulla creazione di moneta, può garantire la piena occupazione e un’economia prospera per tutti.
In conclusione, la candidatura di Warren Mosler al Premio Nobel per l’Economia e la Pace non è solo il riconoscimento di un grande economista, ma il riconoscimento del suo contributo fondamentale per un cambiamento che mira a garantire dignità e giustizia a tutti i lavoratori, in un mondo che ha troppo a lungo ignorato il vero valore del lavoro umano.
Buona lettura, e che questa riflessione ci spinga a perseguire, con maggiore determinazione, un futuro di pace, lavoro e prosperità per tutti.
Warren Mosler, il padre della Mosler Economics e cofondatore della MMT, merita il Nobel per l’Economia
di: Roberto Bazzichi, Fabio Bonciani, Olindo Cervi, Francesco Chini, Alex Cerroni, Dirk H. Ehnts, Yan Liang, Stuart Medina Miltimore, Riccardo Naldi, RED MMT España, Think Brics.
A distanza di oltre 30 anni dalla pubblicazione di Soft Currency Economics (1993) e dopo diverse crisi, tutte correttamente anticipate e risolte attraverso interventi governativi in deficit come da lui suggerito, è legittimo chiedersi perché Warren Mosler, padre fondatore della Mosler Economics e cofondatore, assieme a William Mitchell, della ormai molto nota Teoria della Moneta Moderna (MMT), ancora non sia stato insignito del Premio Nobel per l’Economia.
William Mitchell sviluppava già dalla metà degli anni ’80 un proprio quadro teorico incentrato sul Buffer Stock Employment (BSE), che più avanti si sarebbe evoluto nel Piano di Lavoro Garantito. Già in questa fase iniziale, il suo lavoro rappresentava un superamento significativo del modello IS-LM, mettendone in discussione l’approccio statico all’equilibrio e il ruolo preminente attribuito alla politica monetaria attraverso la regolazione dei tassi di interesse. Il suo modello riconosceva implicitamente che lo Stato poteva stabilizzare attivamente l’occupazione, aggirando così il tradizionale compromesso tra inflazione e disoccupazione.
Fu proprio questo percorso intellettuale a rendere l’incontro tra Mitchell e Mosler particolarmente trasformativo. Quando Mitchell venne introdotto alla prospettiva di Mosler sulla sovranità monetaria e sul monopolio statale della valuta, la connessione fu immediata. Il quadro teorico di Mosler fornì la base concettuale che mancava per permettere a Mitchell di integrare pienamente la sovranità monetaria nel suo modello di stabilizzazione dell’occupazione, portando così alla formulazione di quella che oggi conosciamo come Teoria della Moneta Moderna, con il Piano di Lavoro Garantito come uno dei suoi pilastri fondamentali.
Nel corso del tempo, un numero significativo di economisti di rilievo si unì a questo sforzo, contribuendo alla costruzione di un corpus di studi economici di grande spessore e validità scientifica.
Questo studio, tuttavia, si concentra esclusivamente sul contributo di Warren Mosler all’emancipazione del pensiero economico, in particolare sulla sua intuizione fondamentale della valuta come monopolio statale e su tutte le implicazioni che ne derivano.
La sua spiegazione matematica riguardo al fenomeno della disoccupazione involontaria, oggetto del secolare dibattito sulle sue origini, tra keynesiani, post-keynesiani ed economisti classici, è una novità assoluta nel campo della scienza economica in grado di mettere fine ad una delle maggiori sofferenze dell’umanità, nonché la chiave di volta per affrontare con serenità l’avvento dei robot e dell’intelligenza artificiale senza temerne l’effetto di esclusione di tanti lavoratori.
L’economista americano, nell’esporre in questi anni le sue tesi, riguardo al funzionamento della moneta ed i sistemi monetari moderni, non si è mai proposto come l’inventore di qualcosa di nuovo, ma è stato l’unico ad identificare la valuta come un monopolio di Stato, riuscendo a decifrare e rendere chiari tutti quei temi che quotidianamente, stampa, politica ed economisti mainstream ci presentano come un problema. Stiamo parlando dei debiti pubblici, dei deficit governativi e dell’onnipresente timore di una inflazione fuori controllo.
La mancanza del lavoro e la conseguente disoccupazione involontaria, sono, senza ombra di dubbio, la fonte di tutte le problematiche che caratterizzano i sistemi economici che fanno uso della moneta. Di questo pare fossero a conoscenza, anche molti dei padri fondatori delle odierne nazioni, dal momento che molte delle Carte costituzionali moderne, non ultima quella italiana, pongono il lavoro tra i principi a fondamento dello stato, garantendone il diritto ai propri cittadini.
Nessuno in questi anni, sia tra i post-keynesiani che tra gli economisti neo-classici, è riuscito a dare una spiegazione completa sulle origini della disoccupazione. Seppur avvicinandosi molto, nessuno di loro è mai arrivato ad unire i puntini per fornirci quella spiegazione definitiva che oggi abbiamo per merito di Mosler.
Gli economisti tradizionali dell’epoca di Keynes, sviluppando i loro modelli, arrivarono alla conclusione che in un mercato pienamente competitivo, non ci sarebbe stata disoccupazione. Pertanto, la disoccupazione poteva essere ricondotta alla concorrenza imperfetta, dovuta alla presenza di monopoli che limitavano l’offerta dal lato della produzione.
Al contrario Keynes sosteneva che la disoccupazione di massa potesse persistere anche in assenza di monopoli, a causa del funzionamento intrinseco del sistema monetario, che può condurre ad una debolezza persistente della domanda aggregata.
Questa situazione di stallo esiste ancora oggi, con i tradizionalisti neo-keynesiani, che modellano “salari e prezzi rigidi” per spiegare la disoccupazione persistente che non esisterebbe se la flessibilità dei salari e dei prezzi consentisse al mercato del lavoro di liberalizzarsi.
Individuare la valuta come un monopolio pubblico, come la definisce Warren Mosler, risolve immediatamente questo problema.
La disoccupazione viene identificata come conseguenza di un monopolista che limita l’offerta di valuta. La disoccupazione è quindi la prova che lo Stato non ha speso abbastanza per coprire la necessità di pagare le tasse e soddisfare il desiderio di risparmio del settore privato.
Sia Keynes che i Classici avevano entrambi ragione, anche se i loro discendenti, ancora oggi continuano a dialogare senza capirsi. Questo perché non prendono in considerazione il tassello mancante al loro pensiero, oggi portato alla luce da Mosler.
Secondo l’affermazione dei Classici, la disoccupazione è il caso di un monopolista che limita l’offerta, e la restrizione, secondo l’idea di Keynes, è nel funzionamento del sistema monetario. Keynes ha descritto correttamente il funzionamento del sistema monetario senza però riuscire ad identificarlo in modo esplicito come un caso di monopolio pubblico. I Classici continuano a guardare alla restrizione, dal lato dell’offerta, senza rendersi conto che solo il monopolista della valuta può regolare la domanda aggregata.
Il quadro analitico proposto da Mosler della valuta come monopolio di stato fornisce i mezzi per rispondere a tutte le critiche rivolte alla MMT, da parte di tutti coloro che la ritengono incompleta per non dire assurda, poiché quando parla di piena occupazione, a detta dei suoi detrattori, non considera tutti quegli elementi che compongono la cosiddetta catena del valore.
L’economia politica ha sempre cercato di dare risposte alla domanda: da dove deriva il valore? Le risposte sono state assai divergenti. Si va dalla scarsità dei beni disponibili, alla loro utilità, alla necessità di remunerare i fattori produttivi, includendovi il capitale e considerando la sua remunerazione;– il profitto – come la ricompensa per l’astinenza del capitalista, il quale può permettersi di rinunciare al consumo per impiegare produttivamente la propria ricchezza, e così via.
Secondo i lavori di Mosler la teoria del valore opera principalmente sue due aspetti fondamentali di quest’ultimo: valore del sistema monetario per la società e determinazione dei prezzi nominali.
Se al primo dedica una breve discussione, il secondo è oggetto di un’ampia trattazione, dove la moneta è modellata come un credito d’imposta, piuttosto che semplice numerario come è stato il caso storicamente. Attraverso questa comprensione, i gold standard storici e le teorie del valore del lavoro diventano casi particolari della teoria generale. In questo quadro i difetti intrinseci della comprensione delle operazioni monetarie hanno certamente contribuito a vanificare i tentativi passati e presenti di determinazione del valore.
In merito al valore macro del sistema monetario per la società, non vi è dubbio sulla bontà dell’intuizione di Mosler. Esso ha inizio con il desiderio dello Stato di rifornirsi, in termini generali e per scopi da stabilire, di infrastrutture pubbliche per scopi pubblici. Questo includa anche l’infrastruttura pubblica che supporta la visione dello Stato per la socioeconomia del settore privato, compresa la struttura istituzionale all’interno della quale funzionano i mercati.
La forza trainante, come detto, sono le passività fiscali coercitive (tax-credit/valuta) che creano venditori di beni e servizi in quella valuta, monopolio dello Stato, che usa per rifornirsi di tutto ciò che abbisogna.
Il sistema monetario, così come spiegato perfettamente da Mosler, non ha colore politico, ma descrive tutte le possibili varietà di strutture istituzionali e socio economiche, dal socialismo, in cui lo Stato possiede i mezzi di produzione, al capitalismo che invece supporta la proprietà privata dei mezzi di produzione.
Indipendentemente dai partiti e dalle scuole di pensiero che guidano i loro ideali, il valore per la società attribuito al sistema monetario è direttamente riconducibile alla percezione del suo valore da parte della popolazione. Sebbene soggettivo, tale valore è comunque sottoposto al giudizio continuo dell’elettorato, al continuo cambiamento da parte del governo ed è infine oggetto di continua discussione.
In merito al secondo aspetto, ovvero la determinazione dei prezzi nominali, Mosler evidenzia come storicamente, il “valore relativo” afferisca al modo in cui i beni e servizi si scambiano tra loro, mentre il “prezzo nominale” è l’espressione di prezzi specifici denominati in una data valuta. La conclusione di questa analisi rivela che il valore di tutti i beni e servizi, compresi quelli immateriali, è necessariamente espresso in termini relativi.
Mosler evidenzia come la ricerca della fonte del livello dei prezzi sia in corso da decenni. Gli attuali economisti delle banche centrali modellano il modo in cui i beni e servizi si scambiano tra loro, con il livello dei prezzi nominali che è un dato numerico che introducono in termini esogeni come ipotesi, e il punto di partenza, ad esempio, è qualcosa come “i prezzi di chiusura di ieri”.
Da lì, i modelli tentano di spiegare cosa fa cambiare i prezzi e il livello dei prezzi. Tuttavia, non c’è alcuna determinazione per la fonte del livello dei prezzi se non che lo storico come una regressione infinita. “La teoria fiscale del livello dei prezzi”- afferma Mosler – è un esempio di un recente tentativo fallito, proprio perché non è riuscito a risolvere il dilemma della regressione infinita.
Proseguendo nell’analisi sulla determinazione dei prezzi nominali, elemento fondamentale è l’identificazione dei crediti d’imposta come attività immateriali. Le valute odierne emesse dagli stati funzionano come crediti d’imposta, che sono contabilizzati come passività dell’ente emittente e attività immateriali del prestatore. In quanto tali – specifica Mosler – si prestano allo stesso quadro analitico di beni, servizi, materie prime ed altre attività. Pertanto un prezzo nominale è l’espressione del valore relativo tra crediti d’imposta (unità di valuta) e beni e servizi, ecc. che vengono prezzati, espressi in crediti d’imposta.
E qui torniamo all’intuizione di Mosler: quando si modella la valuta stessa come un monopolio pubblico, i crediti d’imposta spesi dallo Stato esistono come attività immateriali con lo Stato stesso come unico fornitore e, quindi, come colui che stabilisce i prezzi quando spende.
Non esiste uno standard di valore invariabile. La determinazione dei prezzi da parte dello Stato stabilisce i termini di scambio tra i suoi crediti d’imposta e gli oggetti della sua spesa, e le forze di mercato, nel contesto del resto della struttura istituzionale dello Stato, utilizzano tali informazioni per determinare il valore dei crediti d’imposta rispetto ad altri beni e servizi.
Ecco che la fonte della disoccupazione comincia ad essere bene delineata all’interno dell’intuizione di Mosler. Dal momento che, come abbiamo visto, le passività fiscali, per loro progettazione, creano venditori di beni e servizi alla ricerca dei crediti d’imposta applicabili in cambio, il che avvia il processo di spesa statale. Ciò identifica le passività fiscali come la causa diretta di ciò che definiamo disoccupazione: persone in cerca di lavoro retribuito. Non può esserci altra causa di disoccupazione. Senza passività fiscali non esiste una valuta statale funzionante, e quindi nessuno cerca lavoro in cambio di unità di quella valuta.
In parole povere, la tassazione crea disoccupazione involontaria. Il minimo che uno Stato moderno e democratico possa fare in questi casi è provvedere a un piano del lavoro garantito che permetta di compensare l’ammanco di valuta causato dalla tassazione.
Mosler nei suoi paper ricostruisce anche in modo schematico la corretta sequenza della storia del denaro ed il suo percorso dentro il sistema economico:
• Uno stato desidera provvedere a se stesso;
• Le passività fiscali creano venditori di beni e servizi reali (disoccupazione);
• Lo stato quindi provvede a se stesso spendendo la sua valuta, acquistando beni e servizi e assumendo coloro che le sue passività fiscali hanno reso disoccupati, e quindi fornendo i fondi desiderati per pagare le tasse e per il risparmio netto;
• Le tasse vengono pagate e qualsiasi fondo in eccesso ricevuto rimane come risparmio netto/debito pubblico;
Questa sequenza, in cui dall’inizio la spesa precede necessariamente le entrate, è anche una deviazione dai modelli economici tradizionali che iniziano con la riscossione delle tasse e l’ipotesi che la spesa statale sia vincolata alle entrate, il che implica un rischio di solvibilità. Con la corretta modellazione della sequenza, come esposta da Mosler, i problemi di solvibilità dello stato diventano inapplicabili.
A questo punto risulta chiaro, attraverso la ricostruzione del sistema monetario fornita da Mosler, che il settore pubblico viene identificato come una economia pianificata.
La tassazione coercitiva si traduce in un’economia pianificata che serve a provvedere al governo e supporta la struttura istituzionale del governo stesso, all’interno della quale i mercati e il capitalismo, se permesso, funzionano. Se, ad esempio, lo Stato desidera fornire un esercito, la società produrrà e metterà in vendita i soldati e l’equipaggiamento che lo Stato desidera acquistare, altrimenti dovrà affrontare le conseguenze del mancato pagamento delle passività fiscali. Lo stesso vale per il resto degli acquisti statali per fornire infrastrutture pubbliche, tra cui il sistema legale, il sistema sanitario pubblico, le iniziative educative, le iniziative di trasporto, ecc. Il settore privato ha il dominio sulle risorse rimanenti, tutte soggette però a ulteriori regole e regolamentazioni dello Stato.
Mosler sottolinea che le risorse comandate dal governo sono un scelta politica e, sebbene il sistema monetario sia uno strumento per fornire il governo, non fornisce informazioni utili per prendere tali decisioni.
A questo punto emerge in modo sufficientemente chiaro, come il ruolo del governo sia fondamentale in quella che è la funzione di distribuzione del reddito. Tale funzione, a partire da come sono strutturate le passività fiscali governative (ampiamente spiegato da Mosler), appartiene alla struttura istituzionale. Con passività fiscali sufficientemente esecutive in atto, il governo può assumere persone direttamente e agli stipendi di sua scelta, sia che si tratti di dirigenti che di lavoratori, fino al punto in cui la spesa pubblica uguaglia la necessità di pagare le tasse e il desiderio di risparmiare.
Allo stesso tempo, il governo può benissimo assumere appaltatori e persino specificarne i margini di profitto e la retribuzione per i dipendenti. Il governo può anche richiedere licenze commerciali che specificano allo stesso modo cosa le aziende sono autorizzate a fare e come possono farlo.
Il reddito stesso è misurato in crediti d’imposta con lo Stato autore delle sue passività fiscali, dove definisce ed è l’unico fornitore di ciò che richiede in pagamento delle tasse. Pertanto, fin dall’inizio, la distribuzione del reddito della valuta statale è interamente di competenza dello Stato stesso. Qualsiasi deviazione dal controllo statale è una conseguenza della struttura istituzionale dello Stato e soggetta a continue modifiche da parte dello Stato, presumibilmente per servire scopi pubblici.
Le passività fiscali sono coercitive e continue. Stabiliscono un continuo drenaggio della ricchezza nominale della comunità, che ha un impatto psicologico pervasivo e profondo sulla popolazione e sulle relazioni al suo interno.
La dipendenza continua dal reddito nominale crea ansie e fobie che dominano ed influenzano il comportamento, spesso egoista e antisociale, e troppo spesso distruttivo e criminale.
Questo è un passaggio fondamentale che mette in luce quanto sia importante anche a livello sociale comprendere il corretto funzionamento e la reale natura verticale della moneta, al fine di ridurre al minimo situazioni di sofferenza, spesso causa dei crimini più inauditi.
Le spiegazioni fornite da Mosler del sistema monetario e la sua intuizione della valuta come un monopolio pubblico, pongono fine anche ad ogni tentativi passato e presente, di considerare lo Stato come un semplice utilizzatore della valuta.
Dal comunismo al capitalismo, passando per il socialismo e l’attuale neoliberismo, ognuno di essi non può prescindere dal monopolio pubblico della moneta.
Basandoci sulle spiegazioni di Mosler appare evidente come il capitalismo esista solo all’interno della più vasta struttura istituzionale dello Stato, che i profitti conseguiti dal capitalista, sono i rendimenti derivanti dalla proprietà dei mezzi di produzione e sono la forza dominante dietro i desideri di possedere i mezzi di produzione.
In un’economia monetaria, la motivazione del capitalista è quella di aumentare la ricchezza nominale. Ciò è facilitato dal sostegno statale dei mezzi per aumentare la ricchezza nominale del capitalista, ancora una volta, presumibilmente al servizio di uno scopo pubblico. Questo sostegno inizia con la protezione legale della proprietà e dei diritti di proprietà, una struttura aziendale a responsabilità limitata a sostegno finanziario e incentivi che includono liquidità sponsorizzata dallo Stato attraverso un sistema bancario regolamentato dallo Stato.
Il capitalismo e il suo percorso previsto, come giustamente sostiene Mosler, sono quindi una funzione della politica statale.
Entrando nel merito delle “rendite”, Mosler afferma e spiega in modo chiaro come le stesse derivino dalla proprietà immobiliare sanzionata dallo Stato, insieme alle protezioni statali di tale proprietà, che prevedono che il proprietario designato addebiti e riceva pagamenti di affitto.
Si può presumere che questa disposizione serve meglio allo scopo pubblico rispetto alla proprietà statale di immobili, tuttavia il più delle volte la proprietà privata rientra nei parametri stabiliti dallo stato. Questi includono tasse sulla proprietà, regolamenti di zonizzazione, diritto contrattuale riguardante affitto e leasing, sfratto, ecc. che servono ulteriormente allo scopo pubblico dietro il presunto beneficio pubblico della proprietà privata rispetto alla proprietà statale. Tuttavia, non tutti i beni immobili sono designati come proprietà privata, poiché gli stati mantengono la proprietà pubblica di beni immobili sostanziali quando ciò è ritenuto utile per uno scopo pubblico. Il valore locativo, misurato in rendimenti ai proprietari per l’uso della loro proprietà, è quindi anche una funzione della struttura istituzionale, soggetta a continui cambiamenti, presumibilmente di nuovo per servire uno scopo pubblico. Il valore locativo non esiste indipendentemente dalla struttura istituzionale statale. Ciò che può essere osservato e calcolato come valore degli immobili in affitto sono le conseguenze degli affitti che derivano dalla struttura istituzionale.
A questo punto è chiaro come il compito di raggiungere quell’equilibrio da sempre ricercato tra rendita e lavoro sulla scala sociale dei popoli, sia indispensabilmente affidato ai governi che detengono il monopolio della moneta.
Secondo la teoria dei giochi, la disparità di potere in quello che viene chiamato “mercato del lavoro”, significa che senza supporto esterno, la retribuzione del lavoro scenderà verso livelli di sussistenza.
Di questo ne era pienamente cosciente anche colui che unanimemente viene definito il primo degli economisti classici, il filosofo ed economista scozzese Adam Smith:
“Un proprietario terriero, un contadino, un mastro produttore o un commerciante, anche se non impiegassero un solo operaio, potrebbero generalmente vivere un anno o due con le azioni (capitale) che hanno già acquisito. Molti operai non potrebbero sopravvivere una settimana, pochi potrebbero sopravvivere un mese e quasi nessuno un anno senza impiego.
Nel lungo periodo l’operaio può essere necessario al suo padrone quanto il suo padrone lo è per lui; ma la necessità non è così immediata”.
Come già espresso, è necessaria una politica statale per modificare questo risultato. Un piano di lavoro garantito, ad esempio, può essere implementato per sostenere salari reali a un minimo politicamente desiderato.
Mosler, a dispetto delle evanescenti critiche da parte di chi mai ha letto uno dei suoi lavori, definisce alla perfezione anche la teoria del valore del lavoro. Per il padre fondatore della MMT tutta la produzione è il prodotto di una qualche forma di sforzo umano che gli economisti chiamano lavoro. Da ciò consegue che esiste un quantitativo di ore di lavoro per la produzione di beni e servizi e, quindi, dato un prezzo di un’ora di lavoro, è possibile calcolare i costi nominali di beni e servizi, incluso il lavoro impiegato in tutti gli input per i prodotti finali. Qualsiasi prezzo superiore a quello rappresenta un profitto per il capitalista che possiede i mezzi di produzione, che è chiamato plusvalore. E se sono coinvolti gli affitti, parte del surplus va al proprietario immobiliare. Le narrazioni politiche riguardano generalmente capitalisti e proprietari immobiliari che sfruttano i lavoratori. Tuttavia, l’intera struttura è creata dal governo, presumibilmente per servire uno scopo pubblico, ed è soggetta a continui cambiamenti da parte del governo che poi si assume la responsabilità delle proprie scelte.
Il governo deve fare delle scelte. In estremo, senza profitto non ci saranno capitalisti e senza affitti non ci sarà proprietà di proprietà commerciali. Invece, lo stato possiederà direttamente i mezzi di produzione e gli immobili associati. E se la politica pubblica si traduce in affitti e profitti fissati troppo alti, lo stato crea una classe privilegiata di proprietari ad alto reddito che si ritagliano i coupon accanto a una classe di lavoratori a basso reddito che fanno tutto il lavoro.
In questo quadro rientra anche il valore dell’organizzazione, in quanto la produzione e la crescita economica sono una funzione delle ore di lavoro e della produttività, definite come produzione per ora di lavoro. Senza guadagni di produttività, saremmo ancora cacciatori e raccoglitori.
A nostro modesto avviso, la comprensione di Mosler della valuta come monopolio di Stato è paragonabile alla rivoluzione copernicana, ponendo lo Stato al centro del sistema economico.
Un altro esempio molto recente della giusta lettura di Mosler dei sistemi monetari è il caso dei tassi di interessi. Tutte le scuole di pensiero non-MMT considerano un rialzo dei tassi di interesse da parte della banca centrale come una operazione di politica monetaria restrittiva.
Mosler ci spiega che al contrario un rialzo dei tassi è una manovra espansiva ed inflattiva al tempo stesso, oltreché a carattere altamente regressivo. In effetti alzando i tassi la BC causa un aumento del deficit governativo, quindi un aumento delle attività finanziarie nette del settore privato consentendone una maggiore capacità di spesa, senza chiedere a quest’ultimo un corrispettivo aumento della produzione, cosa che avverrebbe invece con un piano del lavoro garantito.
Più ci si addentra nel pensiero di Mosler, e meglio si capisce la realtà che ci circonda.
Molti dei “miti” che sono andati man mano a crearsi per scarsa comprensione del funzionamento del sistema monetario e delle sue dinamiche, spesso presentati come leggi naturali volte ad impedire lo sviluppo e il benessere materiale dei popoli, si sciolgono come neve al sole se analizzati con gli occhiali della MMT.
Per citarne alcuni: la curva di Philips, la legge di Thirlwall, il peccato originale, il problema della sostenibilità del debito pubblico, il problema del deficit commerciale, il rialzo dei tassi per combattere l’inflazione.
In definitiva la MMT pura, quella di Mosler, offre nuovi orizzonti istituzionali che a parer nostro saranno sempre più adottati dalla politica e accettati di conseguenza dal mondo accademico che ricordiamolo ostracizza la MMT e Mosler in particolare, non essendo Mosler, come Keynes d’altronde, un accademico di professione.
In questo senso Warren Mosler appare senza ombra di dubbio come il più importante pensatore in ambito economico degli ultimi 50 anni e senza nulla voler togliere alla grandezza e all’impronta profonda lasciata da pensatori come Marx o Keynes, Mosler è colui che più di tutti gli altri, permette per la prima volta una lettura cristallina della realtà.
Concludiamo riassumendo i punti fondamentali della MMT di Warren Mosler:
• La valuta é un monopolio di Stato. Lo Stato crea valuta quando spende, distrugge valuta quando tassa;
• La disoccupazione involontaria è sempre la conseguenza di deficit insufficienti da parte del monopolista;
• Piuttosto che concentrarsi sul valore numerico del deficit lo Stato dovrebbe offrire un piano del lavoro garantito;
• Il tasso naturale di interesse è zero, tassi positivi sono espansivi, regressivi ed inflattivi;
• Il livello dei prezzi di un paese è determinato dallo Stato monopolista della valuta;
• L’emissione di titoli di debito pubblico è un retaggio della moneta oro, con un tasso a zero per sempre dovrebbe cessare immediatamente;
• La tassazione dovrebbe essere minima e non regressiva, ad esempio una tassa immobiliare;
• La garanzia sui depositi bancari dovrebbe essere illimitata per essere coerente con un tasso zero per sempre;
• Viene lasciata alle banche commerciali la possibilità di creare moneta ma solo ed esclusivamente per attività reali e non finanziarie, onde evitare un eccessivo parassitismo del settore finanziario nonché l’emergenza di bolle speculative e relativa instabilità;
• Per poter realizzare i punti occorre una totale non convertibilità della valuta, ovvero un cambio flessibile.
Precisiamo che la MMT non è qualcosa da “adottare”, ma una descrizione precisa e scientifica di come funziona il sistema monetario moderno. La vera innovazione di Mosler, quindi, oltre alla teoria stessa, sono le raccomandazioni pratiche che derivano dalla comprensione di questi meccanismi. Se i governi applicassero questi principi, potrebbero ottenere risultati straordinari in termini di piena occupazione, benessere sociale e gestione economica.
Il valore della MMT sta nel rendere visibile ciò che già accade nel sistema monetario moderno e nel fornire un quadro concettuale che permetta di utilizzare il potere di emissione della moneta in modo intelligente e sostenibile, promuovendo la prosperità senza dover temere il debito o il deficit, ma sempre con un occhio vigile sull’inflazione.
L’intuizione di Mosler sulla contabilità del Tesoro e della Banca Centrale è il cuore scientifico della MMT, che ha il potenziale di riscrivere le regole della politica economica mondiale. È un approccio scientifico che mette in discussione molte delle convinzioni tradizionali sul debito, sulla spesa pubblica e sull’inflazione. E per questo motivo merita un riconoscimento quale il Premio Nobel per l’Economia.
Scrisse Keynes: “Gli uomini pratici, che credono di essere completamente esenti da qualsiasi influenza intellettuale, sono di solito schiavi di qualche economista defunto. Ecco questa massima non si applica a Warren Mosler per il semplice motivo che la sua intuizione gli deriva dall’analisi contabile minuziosa delle operazioni tra Tesoro, Banca Centrale e sistema bancario, a priori di qualsiasi teoria economica. Va precisato che Mosler non ha tenuto conto nel suo approccio analitico delle teorie preesistenti ma ha creato ex novo un quadro analitico che guarda caso convalida ed anzi chiarisce in dettaglio l’intervento Statale in economia per ridurre la disoccupazione come spiegato da Keynes. Se proprio si vuole parlare di influenze, che può essere un gioco pericoloso, potremmo allora dire che la MMT è l’opera di un pensatore realizzata attraverso una lunga carriera che con il suo ultimo lavoro sulla teoria del valore ha pagato il suo debito ai grandi pensatori che lo hanno preceduto”.
Per quanto qui esposto, sosteniamo con forza e determinazione che il minimo di riconoscenza al genio di Warren Mosler sarebbe un doppio premio Nobel, uno ovviamente per l’economia, e l’altro per la Pace, in quanto l’adottare le sue raccomandazioni in materia economica avrebbe un’influenza importante nel processo di pacificazione tanto a livello nazionale che tra stati.
Augurandoci che questo scritto trovi ascolto presso le massime istituzioni, invitiamo i lettori a farne un uso prezioso.
Firmato : Roberto Bazzichi, Fabio Bonciani, Olindo Cervi, Francesco Chini, Alex Cerroni, Dirk H. Ehnts, Yan Liang, Stuart Medina Miltimore, Riccardo Naldi, RED MMT España, Think Brics.





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