La “débacle” infinita degli economisti della politica

14 Gennaio 2025 | Economia | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Da anni gli economisti vicini ai governi ci riempiono la testa di teorie e modelli economici che puntualmente trovano smentita nella realtà dei fatti. A partire da tutti gli avvisi allarmistici, rilanciati a gran voce dalla stampa, su debito pubblico e deficit governativi per finire alla sempre “vergine” paura per l’inflazione; niente di tutto questo si è poi materializzato nei termini indicati.

Nonostante che per decenni gli economisti mainstream soffiano all’orecchio di chi ci governa di ridurre debito pubblico e non spendere più di quanto incassano con le tasse, ogni crisi economico-finanziaria andata in scena è stata affrontata e risolta facendo ricorso ai deficit pubblici. Lo Stato fuori dal sistema economico spettatore di fronte all’agire del “Dio mercato”, ovvero quello che è stato il mantra delle idee neoliberiste che hanno guidato la globalizzazione, è caduto puntualmente di fronte alla necessità di valanghe di soldi pubblici per non far “saltar il banco”.

Il deserto che ormai separa la credibilità di questi economisti con il mondo esterno e anche con molti politici di primo piano, è sempre più vasto. A metà di una tavola rotonda in una recente conferenza economica a San Francisco, Jason Furman, ex consigliere del presidente Barack Obama, si è rivolto a Kimberly Clausing, ex membro dell’amministrazione Biden e autrice di un libro che esalta le virtù del libero scambio. “Tutti in questa sala sono d’accordo con il tuo libro”, ha detto il signor Furman. “Nessuno al di fuori di questa sala è d’accordo con il tuo libro”.

Gli accademici e i politici riuniti nella sala conferenze dell’hotel hanno riso, ma il commento ha colto qualcosa di reale: dopo decenni di contributo alla definizione delle politiche su questioni importanti come le tasse e l’assicurazione sanitaria, gli economisti scoprono che il loro livello di influenza sta scendendo a sempre più in basso. Il libero scambio è forse la cosa più vicina a un valore universalmente riconosciuto tra gli economisti, eppure il popolo americano ha appena votato per riportare in carica un presidente, Donald J. Trump, che ha descritto i dazi come “la parola più bella del dizionario”.

Lo stesso presidente uscente Joseph R. Biden, durante la sua amministrazione non è stato certo un fanatico del libero scambio: ha mantenuto molti dei dazi imposti da Trump nel suo primo mandato e si è mosso nei suoi ultimi giorni in carica per bloccare l’acquisizione di U.S. Steel da parte di una società giapponese, una decisione a cui i suoi stessi consulenti economici si sono opposti.

Le divergenze tra la politica americana e gli economisti neoliberisti che per anni ne hanno guidato le strategie non si fermano al commercio. Nonostante quest’ultimi da sempre favoriscono in modo schiacciante l’immigrazione come fonte di innovazione e crescita, Trump vuole sigillare il confine e deportare potenzialmente milioni di residenti non autorizzati. Sebbene gli economisti abbiano sposato una tassa sul carbonio come lo strumento più efficace per combattere il cambiamento climatico, i democratici hanno respinto quell’approccio quando hanno elaborato la loro legge sul clima sotto la presidenza Biden.

E come detto, cosa ancora più evidente, nonostante gli economisti abbiano messo in guardia per anni gli inquilini della Casa Bianca sul percorso fiscale insostenibile della nazione, che avrebbe portato ad aumenti del debito pubblico, con interessi più alti da pagare e un rischio maggiore di nuove crisi finanziarie, entrambi i partiti hanno accumulato enormi deficit, fregandosene letteralmente dei consigli di chi li invitava invece a mettere in atto un piano credibile per frenarli.

Tutto ciò ha significato che quando gli economisti si sono riuniti a San Francisco questo mese per l’incontro annuale dell’American Economic Association, c’era la sensazione che la loro famosa sicurezza – i critici direbbero arroganza – fosse stata, se non distrutta, sicuramente colpita. Qual era il senso della loro attenta raccolta di dati, dei loro modelli complessi, delle loro teorie intricate se nessuno avrebbe comunque ascoltato i loro consigli?

Malgrado alcuni di questi economisti continuino a credere di poter essere importanti per le scelte dei governi presenti e futuri, nelle sessioni formali e negli incontri improvvisati nei corridoi, la domanda che tutti continuano a porsi, è perché così tanti leader politici, e così tanta gente, hanno respinto così tanti principi che loro ritengono fondamentali? E soprattutto se gli economisti possono fare qualcosa per riconquistare la loro influenza?

“Non ho una risposta a questo”, ha detto Jesse Rothstein, professore di politica pubblica ed economia presso l’Università della California, Berkeley, che ha prestato servizio nell’amministrazione Obama.

In realtà la risposta a queste domande e la spiegazione del difficile momento che sta attraversando la categoria è alquanto semplice: le politiche degli economisti sono state provate e non hanno funzionato.

Bypassando quanto già detto sul fallimento delle politiche di austerità con la messa al bando dei deficit governativi, se c’è una cosa che proprio non ha funzionato rispetto a quanto postulato dagli economisti, questa è la supposta correlazione tra tassi di interesse, inflazione, crescita e occupazione, così come da sempre viene interpretata da chi ha l’onore di rivestire il ruolo di suggeritore dei banchieri centrali.

A tal proposito si possono citare le recenti parole dell’economista vicino alla Modern Monetary Theory (MMT), James Galbraith, noto alle cronache per aver partecipato, in tandem con l’allora ministro delle finanze ellenico Varoufakis, alla costruzione del piano di uscita dall’Euro della Grecia, mai messo in atto per l’allineamento del governo Tsipras ai voleri di Bruxelles:

“Gli aumenti dei tassi di interesse di Powell, lanciati a marzo 2022, non hanno avuto alcun effetto percettibile sulla crescita o sull’occupazione, quindi nessun ruolo plausibile nel ridurre il tasso di inflazione. La politica monetaria è diventata un insieme di vuoti rituali. Quando i tassi di interesse salgono, la stampa riporta per riflesso che si sta combattendo l’inflazione; quando scendono, la Fed sostiene la crescita e il mercato del lavoro. Ma gli ingranaggi sono scollegati dal motore; le presunte cause non incidono più sui presunti effetti.” [1]

La cruda realtà è che i costi delle risorse e le catene di fornitura globali determinano gli aumenti dei prezzi. Quando l’inflazione da queste fonti colpisce, alcune conseguenze sono inevitabili; e gli unici che possono mettere mano a tale situazione sono i governi, in quanto titolari del monopolio pubblico sulla moneta, con azioni a livello di politica fiscale.

Affidare tali problemi alla banca centrale non porta a nulla. Nell’era dei pagamenti di interessi sulle riserve bancarie, aumentare i tassi è un sussidio diretto per i molto ricchi, nonché un deterrente per chi ha contratto prestiti, sia commerciali che a lungo termine per investimenti residenziali e tecnici, compresi i settori a basso margine di profitto come l’energia pulita. Afferma ancora Galbraith: “se il Dipartimento per l’efficienza governativa di Trump vuole risparmiare soldi veri nel bilancio federale, far sì che il Congresso ordini alla Federal Reserve di fissare il tasso sui fondi federali a zero sarebbe il modo giusto per iniziare”.

Tassi di interessi più alti aumentano la capacità di spesa di chi li riceve, di contro, chi nel settore della produzione e della fornitura di servizi si trova a dover pagare costi più alti di finanziamento, è costretto ad aumentare i prezzi di vendita. Quindi è difficile non rilevare come il tutto contribuisca in modo determinante ad aggravare fenomeni inflattivi seppur di origine esogena, come l’ultimo che stiamo affrontando.

La cosa positiva all’interno di questo dramma economico che il mondo occidentale con l’Europa in testa, sta vivendo in conseguenza del pensiero economico dominante, è che molti si stanno rendendo conto di essere stati ingannati da chi in buona fede o meno, ha raccontato loro balle gigantesche in tema di economia monetaria.

La speranza è che la comprensione della moneta in quanto monopolio pubblico possa arrivare fin dentro le stanze dei governi, fin quando un premier illuminato e non asservito possa arrivare a mettere in atto quello che è necessario per riportare sicurezza e benessere diffuso per i cittadini, le imprese e le famiglie.

di Megas Alexandros

Note:

[1] The Origins of the Modern Era of the Federal Reserve | Institute for New Economic Thinking

 

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte