di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Capiamoci subito, l’euro digitale non porterà un euro in più nelle nostre tasche, e quindi lascerà intatta la già pessima capacità di spesa che caratterizza negativamente la nostra economia da decenni e condanna famiglie ed imprese alla rinuncia e nel debito.
Allora a cosa serve l’Euro digitale?
Una risposta definitiva l’avremo nel prossimo futuro, quando il nuovo mezzo di pagamento gestito dalla Bce e le banche centrali nazionali, sarà operativo. E’ chiaro però, tutto lascia pensare che la sua introduzione possa essere utile a quello che è un maggior controllo da parte delle strutture centralizzate, sulla moneta che le stesse gentilmente ci concedono di possedere. Anche se con le varie forme di moneta elettronica attuale il controllo su come spendiamo i nostri soldi è già pressoché totale.
Quindi per logica e per come siamo abituati a conoscere il modo di pensare del “Potere”, dobbiamo aspettarci altro.
L’azione di controllo, qualora non ben regolamentata, può non avere confini. E se da un lato è necessaria per proteggere il bene comune, al fine di bandire qualsiasi tipo di attività illecita; dall’altro la stessa attività di controllo, può risultare tremendamente compromettente per quelle che sono le limitazioni dei diritti della persona, fino a violentarli in maniera palese.
Cos’è l’Euro digitale?
L’Euro digitale sarà una versione elettronica della moneta unica emessa direttamente dalla Banca centrale europea. Non sostituirà il contante né i depositi bancari tradizionali, ma sarà uno strumento di pagamento aggiuntivo per cittadini e imprese.
Il progetto è stato sviluppato dalla Bce con l’obiettivo di rafforzare l’autonomia europea nel settore dei pagamenti digitali. A differenza degli strumenti basati su circuiti privati, l’euro digitale sarà una forma di moneta emessa dalla banca centrale, come oggi avviene per banconote e monete.
ATTENZIONE! emettere non vuol dire distribuire. Quando si parla di emissione da parte delle banche centrali, ci riferiamo al servizio di conio delle monetine (affidato al Tesoro) e stampa (affidato agli istituti centrali). Le banche centrali non hanno potere di spesa e quando trasferiscono monetine e banconote alle banche, lo fanno addebitando i rispettivi conti di riserva detenuti presso di essa. Così sarà anche per l’euro digitale. Il compito di farli arrivare netti nelle nostre tasche, resta in capo ai governi ed alla loro azione fiscale intrapresa con la spesa pubblica.
In poche parole, l’euro digitale, sarà un nuovo modo con il quale pagare i nostri acquisti: una carta di pagamento da aggiungere nei nostri “wallet” e una “app” in più sui nostri telefoni mobili. Ma nessun euro in più da spendere!
Sinceramente, in una economia come la nostra, dove la mancanza di consumi rappresenta il principale problema di una crescita generalizzata pressoché inesistente e un potere di acquisto che si riduce sempre più, quello di cui avremmo bisogno è di riempire di denaro i nostri portafogli e non aumentare la disponibilità di mezzi di pagamento di cui già disponiamo in abbondanza.
La fase di test dell’euro digitale sta per iniziare e coinvolgerà 36 operatori europei dei pagamenti. Tra questi, ci sono ben 8 realtà italiane: Banca Monte dei Paschi, Poste Italiane, Isybank di Intesa Sanpaolo, Unicredit, Nexi, Numia, Satispay e Banca Sella. E tanto per ribadire che il nostro paese, inteso come centro di comando — al contrario di quello che molti intendono farci credere — non è assolutamente una vittima dell’euro bensì tra coloro che ne guidano il progetto, a capo della Digital Euro Task Forze, non poteva che esserci un italiano. Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della Bce, già vice direttore generale della Banca d’Italia, il quale coordinerà il progetto in qualità di presidente.
Insomma, alla costruzione dell’Euro digitale, come del resto a quella della moneta unica, non mancano certamente i cromosomi italiani. E questo è un bel problema per gli “strilloni” comandati a trasformare in prodezze le gesta, tutt’altro che sovraniste, dell’esecutivo attuale di centro destra. Governo che di tutta evidenza, si sta palesando come uno dei più allineati al sistema euro e le sue regole, risultando tra i più punitivi verso gli italiani che lavorano.
Ed ecco che un Senatore come Claudio Borghi, il quale ha costruito la sua ascesa alla comoda poltrona politica, sull’avversione all’Euro ed alla UE. Oggi, con il suo partito a sostegno di un governo che compie ulteriori e decisi passi verso l’integrazione europea, le sue evidenti difficoltà nel raccontare una storia credibile ai suoi elettori, si palesano in questo suo articolo pubblicato su Substack.
Borghi naturalmente non può non mettere in guardia i suoi follower, da quello che potrebbe essere il disastro che sta per materializzarsi sulle loro teste con l’arrivo dell’euro digitale. Come se tutti i disastri che gli italiani vivono ogni giorno da trenta anni, causati da chi ci governa, fossero niente. Che vuoi che siano salari reali che non crescono da più di una generazione e bollette di luce e gas che ormai superano l’affitto di casa. Per non parlare che fare un pieno di benzina oggi vale una cena a lume di candela nel ristorante stellato con la propria amata.
Quello che per Borghi deve fare veramente paura agli italiani, è l’euro digitale. E tutto il sistema di controllo che sta dietro a questo strumento, non più di proprietà delle banche ma dello Stato. Come se lo Stato oggi in Italia non fossero i suoi compari Giorgetti e Meloni e le banche non fossero eterodirette dalle stesse lobbie di potere che guidano lo Stato italiano.
Ironicamente pare proprio una confessione quella di Borghi, che in preda ad una distorsione mentale nella ricerca e interpretazione di informazioni, si produce in un “bias” di conferma che lo Stato è addirittura peggio delle banche.
Asservita alla propaganda del governo, la mente di Borghi però si riprogramma immediatamente, tanto da togliere a capo dell’inferno Giorgetti e Meloni, per indicare il diavolo in persona nella Von der Leyen e “la sua assurda e spaventosa sete di potere”. E’ la totale subalternità del sistema bancario europeo alla BCE, ormai da tempo unico fornitore di liquidità al sistema, il vero problema — continua il senatore leghista nel raccontare la sua personale novella.
E qui Borghi per allontanare lo sguardo dalle responsabilità del suo governo fa ricorso alla medesima e stancante narrativa, fatta propria purtroppo anche dal così detto mondo del dissenso. Mettere in cima alla piramide del monopolio della moneta le banche centrali, è una novella che ormai fa comodo un po’ a tutti. A chi ci governa perché appunto si libera delle proprie responsabilità e a chi combatte il sistema di potere, perché la figura della “Banca” a livello di appeal eleva molto più in alto la sete di complottismo di cui si nutrono i loro follower.
Certo sono le decisioni della BCE sui tassi a cui le banche devono le centinaia di miliardi di profitti, ma è altresì alla decisione del governo di non tassarli, se questi colossali profitti restano in tasca ai banchieri. Come è sempre in capo al governo la decisione politica di non voler pareggiare i conti a livello fiscale con chi lavora e non vive con la rendita. Detto che i banchieri centrali non gli sceglie Dio, ma chi ci governa. E il dito cade sempre su Giorgetti e Meloni, che Borghi si guarda bene dal citarli.
Borghi poi, proseguendo nella lettura del suo articolo, come un marziano arrivato oggi da Marte senza aver mai visto un bilancio di una banca, ci fornisce questo passaggio che più che una avventurosa spiegazione di come funziona la creazione della moneta-credito, somiglia più al gioco delle tre carte:
“In pratica, la Banca Centrale ha prima sostituito con i suoi prestiti i clienti delle banche commerciali, rendendo inutile la ricerca di clienti per i depositi (perché faticare per servire al meglio milioni di correntisti quando i soldi te li dà direttamente la BCE?) e adesso medita di interfacciarsi direttamente con i clienti, liberando direttamente le banche dall’incomodo. Un piano diabolico”.
Provo a dare un senso a queste parole che un senso non ce l’hanno!
Borghi in maniera totalmente errata, crede o forse vuol far credere che le banche per prestare necessitano dei depositi della clientela, oggi, a quanto egli sostiene, sostituiti dal denaro proveniente dalla Bce.
Non è così!
Questo ormai è patrimonio di molti. Ci sono decine di studi a partire da quello della Bank of England, che mostrano con tanto di analisi dei flussi contabili, come effettivamente le banche non prestano il denaro oggetto dei depositi ricevuti dalla clientela, tantomeno quello ricevuto dalle banche centrali. Bensì, quando concedono un prestito creano depositi nuovi ex-nihilo, semplicemente registrando tali depositi al passivo, controbilanciati all’attivo dal credito rappresentato dal contratto di mutuo sottoscritto dal cliente mutuatario.
Sono i prestiti che creano i depositi, e non viceversa — come da sempre ci insegnano Warren Mosler e la MMT.
Quindi questo “piano diabolico” che intravede Borghi, va ricercato da tutt’altra parte.
Le Banche centrali sì che concedono prestiti alle banche, ma lo fanno contro attività sicure (titoli). E lo fanno per necessità di liquidità. Non esiste un collegamento diretto tra i prestiti della BC con i depositi che le banche creano quando prestano. Le operazioni di finanziamento che la banca centrale mette in atto non aumentano l’aggregato monetario, se poi alla stessa non segue un aumento dei prestiti da parte delle banche. E le banche sappiamo bene che prestano solo e soltanto quando reputano di avere buone probabilità di vedersi tornare indietro il denaro prestato.
Anche in questo caso, per rendere realtà tale prospettiva, torna ad essere fondamentale l’azione anticiclica del governo, volta ad immettere nel sistema economico reale attraverso la spesa pubblica, la liquidità necessaria a stabilizzare il sistema stesso, così da fare in modo che le banche siano invogliate a prestare.
Ma il governo di Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, ben si guarda dal farlo. Piuttosto, a suon di avanzi primari, continua sulla strada dei governi precedenti a togliere denaro, anziché aggiungerlo. E gli italiani cosa se ne fanno di una “app” in più se i loro risparmi sono sempre meno?!
“Il conto corrente, ormai inutile per le banche commerciali, verrà direttamente aperto presso la BCE ed ecco che sarai in trappola” — continua Borghi ormai in versione cantastorie.
Abbiamo visto che i conti correnti e i depositi altroché se sono utili per le banche, per la gestione della loro liquidità. Oltre ad essere produttivi di reddito (spese e commissioni). Reddito che poi diventa patrimonio, e Borghi dovrebbe sapere bene che le banche prestano in base a precisi criteri patrimoniali e di liquidità.
Ma poi, voi pensate che per gli italiani che non arrivano a fine mese, cambi qualcosa tra avere un conto all’Unicredit o averlo direttamente a Bankit?! già adesso tutti i nostri conti sono dentro il sistema bancario che fa capo a Banca d’Italia e alla Bce.
Borghi vorrebbe farci credere che eventuali pignoramenti o prelievi forzosi sarebbero più facilmente eseguibili se il conto fosse presso la banca centrale anziché presso uno dei suoi agenti (le banche commerciali). Sinceramente credo che un articolo come quello scritto da Borghi sull’euro digitale, segni una deadline ormai oltre ogni limite rispetto a quanto la propaganda politica possa considerarsi minimamente credibile.
Vi chiedo, facendo ricorso alla retorica: ma già adesso non arrivano pignoramenti puntuali sui conti bancari? E chi fornisce l’autorità legislativa all’Agenzia delle Entrate per entrare sui conti degli italiani? la Von der Leyen oppure il parlamento italiano su proposta di Giorgetti e Meloni?!
Quindi, la questione fondamentale che naturalmente riguarda anche l’euro digitale, resta quella di stabilire chi è più in alto nella ipotetica scala del potere, in quella che è la gestione del monopolio pubblico della moneta, tra la Banca Centrale e il Governo. Questione che anche Borghi si guarda bene dall’affrontare, proprio perché realtà dei fatti, dottrina economica e non ultima la nostra Costituzione, pongono il Governo, in quanto titolare della politica fiscale, sullo scalino più alto nella gestione del monopolio.
Il governo che tanto si adopera per aggiungere uno strumento di pagamento in più, allo stesso tempo di affanna a togliere la capacità agli italiani di “caricare” denaro sugli strumenti esistenti. E’ il governo di Meloni e Giorgetti che sostiene l’euro digitale, che si rifiuta di spendere in deficit, unico modo per far sì che all’aumentare degli strumenti di pagamento, aumenti anche la materia prima per poter spendere.
Che il denaro per NOI, lo crea il governo e non la banca centrale, gli italiani lo hanno toccato con mano con la misura di spesa del Superbonus. Ben 150 miliardi circa creati ex-nihilo dal Tesoro, senza dover passare dai mercati, sono la prova provata che il monopolio è ancora ben saldo nelle mani dei governi che operano a Roma e non di istituzioni prive di sovranità che operano nelle stanza di Bruxelles e Francoforte.
E non lasciatevi ingannare dai titoli di stato. Anche quando lo stato spende emettendo Btp, è sempre il governo con la spesa pubblica a fornire al sistema bancario le riserve con le quali il settore privato acquista i titoli del debito pubblico. Non potrebbe essere altrimenti. Se non fosse così, logica e contabilità, avrebbero già fatto schiantare contro un muro tutto il sistema. I titoli e le aste a cui partecipano i dealer, servono soltanto a mantenere viva tra la gente l’illusione che non siamo davanti ad un finanziamento diretto al Tesoro da parte di Bankit via Bce, e che gli stati per spendere siano costretti a farsi finanziare dai mercati. [1]
Di questo Borghi dovrebbe parlare per essere credibile. Ma non lo fa!
di Megas Alexandros
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