di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Da giorni non si fa altro che parlare del GENIUS Act – acronimo di “Guiding and Establishing National Innovation for U.S – una legge appena approvata dal Governo degli Stati Uniti e progettata per regolamentare le stablecoin, una categoria di criptovalute concepita per mantenere un valore stabile.
Il denaro lo sappiamo è il principale desiderio di ognuno di noi, questo perché in una economia guidata dalle valute degli stati, la necessità di soldi per soddisfare i nostri bisogni, è una costante delle nostre vite quotidiane.
Purtroppo, il denaro, anziché per scambiarsi beni e servizi, oggi è usato sempre più come strumento di potere e controllo da coloro che ne possiedono in enorme quantità nei confronti di color che invece sono costretti a vivere dentro la gabbia della sua scarsità. Tale fenomeno sociale ha gioco facile grazie alla frode che politici, stampa e la quasi totalità degli economisti propinano su quella che è la reale natura del denaro stesso, la sua emissione e chi è preposto alla sua creazione.
Di fronte al problema della scarsità di denaro, con la maggioranza delle persone che ne richiede con decisione maggiore disponibilità, si sta sviluppando l’ennesima frode, ordita da chi ci comanda. Per l’esattezza, con la recente introduzione delle criptovalute, si vuole creare tra la gente l’illusione che il bitcoin ed i suoi fratelli, siano denaro. O meglio ancora si vuol far credere che le criptovalute possano essere quella quantità di denaro aggiuntiva che i nostri “maledetti” governanti si rifiutano di creare per le necessità dei loro popoli.
E’ sufficiente comprendere la realtà, la quale ci conferma che per ottenere cripto necessita dare in cambio la valuta dello stato, per capire che, le stesse non sono affatto denaro, ma bensì asset finanziari. Per di più, come dimostrato, molte di loro, anche altamente speculative in termini di volatilità.
Le cripto per essere denaro, mancano per la quasi totalità dei tre elementi che lo caratterizzano: unità di conto, riserva di valore e mezzo di pagamento.
Le cripto non rappresentano per niente una “unità di conto”, dal momento che le stesse in quanto al loro valore, come del resto ogni altro bene e/o asset, sono misurate con la valuta dello Stato. Non sono certo garanzia di “riserva di valore”, dal momento che la loro emissione non è sostenuta da nessun bene reale sottostante, ne da garanzie fornite dall’ente emittente. Infine, pur essendo marginalmente usate come mezzo di pagamento su base volontaria, questa funzione non è garantita dalla legge dello stato (corso forzoso). In sostanza, chi paga in criptovaluta, senza il consenso di chi l’accetta, non ha assolto al pagamento secondo la legge.
Ecco che, di fronte a tale palese verità, per i poteri che guidano gli stati, si presenta il problema di come far apparire alla gente denaro quello che in realtà denaro non è!
Il GENIUS Act di Trump, rientra pienamente in questo obbiettivo elitario. Infatti, nasce propriamente per conferire alle cripto – le stablecoin in questo caso – la qualità di “riserva di valore”, garantendone la stabilità attraverso una regolamentazione legislativa, che impone all’ente emittente la loro copertura con asset sicuri (ad esempio, titoli del Tesoro statunitensi a breve termine).
E’ bene essere chiari fin da subito, quand’unque gli stati con le loro leggi riescano a rendere quantomeno stabile il valore delle stablecoin, quest’ultime rimangono un mezzo di pagamento ulteriore, alla stregua di una carta di credito tanto per intenderci e non assumono la qualità di denaro, inteso come valuta dello Stato. Tanto per capirci e svegliare chi ancora sogna l’aumento di disponibilità di denaro sui propri conti con l’utilizzo delle cripto, non un dollaro in più si andrà ad aggiungere nell’economia americana con il provvedimento appena introdotto da Trump.
Il fatto che i detentori di stablecoin, presumibilmente, possano riscattare le monete alla pari e a piacimento in contanti, proprio come i depositi bancari a vista e i fondi del mercato monetario, non aumenta di un centesimo la loro ricchezza finanziaria. La quale, come ben sappiamo, è direttamente dipendente dalla politica di spesa del governo.
All’interno della narrativa, c’è addirittura chi, tra i sostenitori arriva ad affermare persino che il mercato delle stablecoin in rapida espansione non solo fornisce un sistema di pagamento più veloce ed economico, ma può anche fungere da importante fonte di finanziamento per contribuire ad alleviare la crisi del debito federale, destinata a distruggere l’economia se non controllata. Qui siamo altre la frode. Far credere che uno strumento finanziario denominato in valuta dello Stato e regolamentato dalle sue leggi, possa essere fonte di finanziamento per chi quella valuta la emette in regime di monopolio, raggiunge livelli di follia certificata. Tanto meno può essere la soluzione alle “fantomatiche” crisi del debito degli Stati che puntualmente da decenni a questa parte, vengono prospettate a famiglie e imprese per giustificare la mancanza di denaro per i governi.
L’uso delle stablecoin è esploso negli ultimi anni. A marzo 2025, la loro capitalizzazione di mercato totale ha raggiunto i 232 miliardi di dollari, con un aumento di 45 volte rispetto a dicembre 2019. Le proiezioni suggeriscono che questa cifra potrebbe raggiungere i 400 miliardi di dollari entro la fine dell’anno e addirittura i 2,8 trilioni di dollari entro il 2028. Le stablecoin Tether (USDT) e USD Coin (USDC) dominano il mercato, detenendone l’86%. Nel 2024, le stablecoin hanno elaborato un volume di trasferimenti pari a 27,6 trilioni di dollari (il valore totale delle transazioni stablecoin registrate sulle blockchain), superando il volume combinato di Visa e Mastercard. I volumi giornalieri potrebbero raggiungere i 300 miliardi di dollari nel 2025.
Le stablecoin offrono transazioni più rapide ed economiche e sono utilizzate nel 71% dei pagamenti transfrontalieri in America Latina. Quest’ultima e l’Africa subsahariana sono leader nei trasferimenti di stablecoin per clienti retail e professionisti, con una crescita annua di oltre il 40%. Anche importanti banche e fintech stanno integrando le stablecoin o hanno avviato iniziative in questo ambito, tra cui Bank of America, Wells Fargo, Stripe, JPMorgan, PayPal e Société Générale.
Nonostante il nome, tuttavia, le stablecoin non sono del tutto stabili. Hanno dovuto affrontare crisi di liquidità e problemi di trasparenza e sono vulnerabili alle corse agli sportelli. Da qui la necessità di una regolamentazione. Il GENIUS Act del 2025, firmato il 18 luglio 2025, richiede che gli emittenti di stablecoin siano banche o enti non bancari approvati, che mantengano riserve 1:1 in attività sicure (ad esempio, titoli del Tesoro statunitensi, liquidità) sottoposte a verifica mensile e che rispettino le norme KYC (Know Your Customer) e AML (Anti-Money Laundering).
Il tentativo del governo di Washington di regolamentare le stablecoin ha fatto riemergere il tema delle CBDC, identificando l’azione di Trump come se fosse un modo di far rientrare dalla finestra la valuta digitale di Banca Centrale, che il tycoon stesso aveva fatto uscire dalla porta con un ordine esecutivo firmato a gennaio scorso.
Anche qui si cerca di deviare l’opinione pubblica su quello che è un falso problema, ovvero la privacy che verrebbe a mancare a fronte di una valuta “programmabile” con la quale l’emittente può controllarne o bloccarne l’utilizzo. Far credere che una emissione decentralizzata, quale appunto risulta quella delle stablecoin, a dispetto di quella centralizzata nel caso della CDBC, è una ulteriore favola che si racconta per confondere la materia trattata. Qualsiasi valuta digitale è “programmabile” a meno che non sia specificamente protetta da essa, e la maggior parte della nostra valuta oggi è già digitale, creata sui registri delle banche quando erogano prestiti.
Il governo può accedere ai registri bancari privati in determinate circostanze e certamente non è privo della capacità tecnologica di monitorare ogni mossa finanziaria. Quindi cosa blocca, nel mondo occidentale a differenza di quanto avviene in Cina, l’introduzione della CBDC. La risposta ce la fornisce il premio Nobel Krugman, in un post di Substack del 22 luglio intitolato “Il Brasile ha inventato il futuro del denaro?”.
Krugman suggerisce che sono in realtà le banche ad avere paura delle CBDC, perché le persone preleverebbero i loro fondi dai conti bancari privati a favore dei conti della banca centrale, eliminando gli intermediari bancari e le loro commissioni molto più elevate. Fa riferimento al Brasile, che ha un sistema simile a una CBDC chiamato Pix, una sorta di Zelle pubblica in cui le transazioni vengono regolate in media in tre secondi, contro i due giorni delle carte di debito e i 28 giorni delle carte di credito; e le autorità brasiliane hanno imposto che Pix sia gratuito per i privati. È utilizzato dal 93% degli adulti brasiliani, rispetto a un mero 2% degli americani che utilizzano criptovalute per il trading.
Insomma quel mondo economico e finanziario equamente suddiviso fra “ingenui” e “ignoranti” in materia, fa a gara a dare la propria spiegazione su quelli che sono i reali intenti che sottostanno all’introduzione del GENIUS Act. Tra loro, c’è chi seguendo le solite folli idee neoliberiste, indica il provvedimento come assolutamente necessario per salvare il mercato obbligazionario federale, che versa in gravi difficoltà a causa del vuoto lasciato dai governi stranieri delusi, i quali stanno svendendo i titoli del Tesoro e “dedollarizzando” in risposta alle sanzioni occidentali e ai dazi statunitensi.
La “favola” però non colpisce solo molti operatori del settore ma anche chi come il senatore Bill Hagerty (R-TN) – tra i primi sponsor del GENIUS Act – crede di portare gli emittenti di stablecoin a diventare “i maggiori detentori mondiali di titoli del Tesoro statunitensi entro il 2030”.
Ecco, ditemi voi cosa cambia per la gente e per i governi, se i titoli del debito Usa sono detenuti da banche americane o estere, oppure da società che mettono criptovalute?!
NIENTE! ASSOLUTAMENTE NIENTE……
Persino il segretario del Tesoro americano Scott Bessent (miliardario manager di hedge fund, ndr), forse più per convenienza personale che per reale credenza, considera le stablecoin uno strumento strategico per “consolidare la supremazia del dollaro”.
Addirittura c’è chi come i professori Gary B. Gorton e Jeffery Y. Zhang, scomodando la storia, hanno paragonando il GENIUS Act di Trump al National Bank Act del 1863 e del 1864, con il quale, l’allora presidente Lincoln avrebbe risolto la crisi del debito.
Oggi come allora, il problema derivante dall’azione “selvaggia” da parte di soggetti autorizzati ad emettere prodotti finanziari facendoli passare per moneta, allo scopo di accumulare denaro e poi scappare con la refurtiva, viene risolto sempre ricorrendo a colui che è l’unico creatore in regime di monopolio della valuta, ossia lo Stato. Questo ad ulteriore certificazione che l’unico denaro esistente nei nostri sistemi economici è la valuta emessa dallo Stato.
Il National Bank Act di Lincoln allora come il GENIUS Act di Trump oggi, servì solo a stabilizzare il sistema del credito privato e non a finanziare lo Stato, come molti sperano possa avvenire con le stablecoin.
Come facilmente comprensibile le obbligazioni federali acquistate al tempo dalle banche per garantire il denaro emesso, non furono sufficienti a finanziare le esigenze del governo. Del resto come è possibile che il governo unico fornitore di denaro netto, rappresentante le riserve con cui il settore privato poi acquista i titoli, debba contare su tali denari per finanziarsi!…. il finanziamento del governo avviene nel momento in cui i ministeri spendono il denaro (creato dal nulla, ndr), che si concretizza appunto nelle riserve appena citate.
Se a questo aggiungiamo anche che i banchieri di allora sostenuti dalla Gran Bretagna richiedevano un interesse del 24-36% sui prestiti – condizioni usurarie che rischiavano di “ricolonizzare” gli Stati Uniti attraverso il debito, sembra di rivivere il film dell’odierna “farsa” con cui ancora oggi, con il gold standar morto e sepolto, vengono presentati i debiti degli Stati. Il presidente Lincoln evitò quel debito paralizzante tornando al meccanismo di finanziamento dei coloni americani: la carta moneta emessa dal governo. Con il Legal Tender Act del 1862, il Tesoro emise 450 milioni di dollari in banconote statunitensi o greenbacks, valuta fiat spesa direttamente nell’economia per soldati, rifornimenti e contratti.
Oggi, grazie soprattutto al lavoro di Warren Mosler, padre fondatore della Modern Monetary Thoery (MMT), sappiamo bene che per uno Stato sovrano, non esiste alcuna distinzione fra spendere banconote o numeri elettronici e che i titoli del debito pubblico, non servono nella maniera più assoluta a finanziare i governi, ma rappresentano in tutto e per tutto la scelta politica di fornire un reddito a chi detiene risparmio.
Tornando ai giorni nostri, gli Stati Uniti con un debito federale di 36.720 miliardi di dollari e un onere crescente per interessi che si prevede ammonterà a quasi 1.000 miliardi di dollari per il 2025, a dispetto dei numeri e della catastrofe prospettata dal mainstream, impossibile da verificarsi in quanto monopolisti del dollaro, l’economia americana odierna può considerarsi nella medesima situazione di allora. Come ne uscì Lincoln, allo stesso modo ne può uscire Trump, senza il bisogno di dazi ne tantomeno di strumenti come le criptovalute, ma semplicemente esercitando il monopolio che il suo governo detiene sulla valuta che emette.
Se guardiamo dall’altra parte del mondo al principale competitor economico mondiale degli USA, la Cina sta andando in direzione completamente opposta a quella del governo di Washington in quanto al sostegno delle criptovalute. Il governo di Pechino ha ufficialmente vietato il trading, il mining e i servizi correlati di criptovaluta, citando rischi finanziari, preoccupazioni di fuga di capitali e impatti ambientali. Allo stesso tempo l’esecutivo cinese con affianco la Banca Popolare cinese ed il sostegno della China Development Bank, la più grande banca pubblica di sviluppo al mondo, ha messo in atto quella spesa in deficit necessaria per dar corso a ingenti progetti infrastrutturali e di sviluppo in tutto il Paese.
E’ cos’ che la Cina se ne sbatte degli “umori” dei governanti del mondo, a partire dalla demenziale politica di Trump sui dazi per finire alle folli politiche austere di Bruxelles, le quali impongono ai loro popoli di non consumare per esportare la produzione verso chi oggi ha deciso (gli USA, ndr) di non consumare più.
Se oggi dovessimo stilare una classifica tra i governanti dei paesi del mondo, che meglio hanno compreso il funzionamento dei sistemi monetari moderni, certamente in testa a questa classifica non compaiono Trump e i leader dei principali paesi europei. Mentre Xi Jinping e Vladimir Putin, paiono decisamente molto più ferrati in materia.
di Megas Alexandros





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