Oggi, per la prima volta da quando ho aperto questo blog, pubblico un articolo non mio, ma dell’amico Dott. Olindo Cervi. Una mente brillante in materia economica e fiscale che non poteva negli anni non sposare il pensiero di Warren Mosler e della Mosler Economics. Con questo articolo, Olindo ci mostra, come la Cina, a differenza del nostro paese, abbia il totale controllo sul prezzo della benzina, incubo dei nostri giorni. E’ attraverso l’esercizio del monopolio sullo Yuan e un appropriato utilizzo della politica fiscale di spesa che il governo cinese – come spiegato ottimamente da Olindo – riesce in quello che invece il governo di Giorgia Meloni, si rifiuta di fare per dare respiro al nostro sistema economico, perennemente in balia della speculazione finanziaria su gas e petrolio.
Warren Mosler ha tutte le ragioni di questo mondo, quando afferma che il livello dei prezzi (l’inflazione, ndr) è direttamente determinato da chi detiene il monopolio della valuta con cui gli stessi si denominano; e Olindo ci mostra l’ennesimo fatto concreto a conferma della bontà di quanto in questi anni ha prodotto il pensiero della MMT su economia e moneta.
Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
di Olindo Cervi
La Cina è il più grande importatore di petrolio al mondo. Il greggio internazionale supera i 100 dollari al barile, i conflitti in Medio Oriente infiammano i mercati, eppure, in Cina, il prezzo della benzina rimane ancorato a circa 7 yuan al litro (meno di 1 euro). Meno della metà rispetto all’Italia.
Come è possibile visto che la Cina non è produttore ma importatore di petrolio esattamente come l’Italia ?
Per l’economia ortodossa, questo è un paradosso. Per la MMT , è la conferma di una regola ferrea: il monopolista nell’emissione della moneta, se vuole, decide il livello dei prezzi di qualsiasi bene.
L’analisi del mercato energetico cinese offre un caso di studio da manuale su come uno Stato sovrano possa scollegare i prezzi interni dalle forze brutali del mercato globale, utilizzando la leva fiscale e il controllo della valuta per garantire la stabilità sociale.
Ecco i meccanismi che lo dimostrano.
- La “Scatola Nera” dei Prezzi: Il Controllo Amministrativo;
In Europa, il prezzo alla pompa è il termometro quasi istantaneo della geopolitica. In Cina, è una decisione politica. Il prezzo della benzina non è determinato dalla domanda e offerta, ma dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica.
Il meccanismo è rivelatore:
- Si calcola una media dei prezzi internazionali su 10 giorni lavorativi.
- Il prezzo viene aggiornato con un ritardo di due settimane.
Questo ritardo non è un difetto tecnico, ma una dichiarazione di intenti: si impedisce alla speculazione finanziaria e alle crisi di breve durata di intaccare il potere d’acquisto dei cittadini.
2. Il Muro dei 130 Dollari: Quando lo Stato si “Scollega”;
Qui arriviamo al cuore della dimostrazione della MMT. La Cina ha fissato un limite massimo psicologico e normativo: 130 dollari al barile.
Se il prezzo internazionale supera questa soglia, Pechino aziona il freno d’emergenza. Il paese si “disconnette” dal mercato globale. Le tre grandi compagnie statali (China National Petroleum Corporation (CNPC), Sinopec, China
National Offshore Oil Corporation (CNOOC) ricevono l’ordine di mantenere il prezzo interno artificialmente basso, operando in perdita.
Nel 2008, quando il petrolio volò a 147 dollari, Sinopec perse quasi 7 miliardi di dollari in sei mesi. In qualsiasi altra logica di mercato, sarebbe stata la bancarotta. In Cina, quelle perdite furono assorbite e compensate dallo Stato.
Perché? Perché l’obiettivo non è il profitto aziendale, ma la stabilità sociale. Un aumento della benzina significa inflazione sui trasporti, sui beni di prima necessità e malcontento popolare.
Lo Stato emettitore di moneta può scegliere di assorbire lo shock al posto dei cittadini.
3. La “Zona Grigia” e le Raffinerie Indipendenti;
La MMT sottolinea come lo Stato crei le condizioni affinché l’economia reale si adatti ai suoi dettami. In Cina, accanto ai colossi statali, esiste un ecosistema di raffinerie indipendenti (soprattutto nello Shandong) che operano in un mercato iper-competitivo.
Queste raffinerie non dipendono dai contratti statali, ma si approvvigionano sul mercato “spot”. E dove trovano la materia prima per sopravvivere? Nei paesi sanzionati dagli Stati Uniti: Iran, Venezuela e Russia.
Acquistando greggio a prezzi di favore (in violazione delle sanzioni occidentali), queste entità private contribuiscono a mantenere basso il costo di approvvigionamento complessivo del sistema paese, operando in una zona grigia che Pechino tollera finché utile.
È un altro modo per aggirare i prezzi imposti dal mercato finanziario globale.
4. Contratti a Lungo Termine e Scorte Strategiche;
La Cina non gioca d’azzardo sul mercato spot. Circa due terzi del suo greggio arriva tramite contratti pluriennali (20-30 anni) stipulati direttamente con i produttori.
Questo significa che la stragrande maggioranza del petrolio che entra in Cina ha un prezzo politico e concordato, non soggetto alle oscillazioni giornaliere del Brent o del WTI.
E se tutto dovesse fallire? Le scorte strategiche. Pechino punta a immagazzinare 1,3 miliardi di barili entro il 2026, sufficienti a coprire 4-5 mesi di importazioni. Questo non è solo un cuscinetto energetico, è un arsenale finanziario: la possibilità di immettere greggio sul mercato interno per calmierare i prezzi, dimostrando che la merce non scarseggia.
Conclusione: Il Petrolio e la Sovranità Monetaria
La Cina spende miliardi in sussidi alle sue compagnie petrolifere. In un’ottica di austerity o di finanza pubblica classica, questo sarebbe un buco insostenibile. Ma secondo la logica della Modern Monetary Theory, uno Stato sovrano che emette la propria valuta non è vincolato dal “reddito” come una famiglia.
L’esempio cinese dimostra che:
- Il prezzo è una variabile politica, non una fatalità naturale.
- Lo Stato può imporre perdite alle proprie aziende (e poi ripianarle) se questo serve all’obiettivo
macroeconomico della stabilità. - Il controllo delle risorse primarie (energia, cibo) è il fondamento per il controllo dell’inflazione e della pace sociale.
Come teorizzò il filosofo cinese Guan Zhong nel 720 a.C., lo Stato deve controllare i beni primari. Ventisette secoli dopo, Pechino applica la stessa lezione con gli strumenti della finanza moderna.
Se la moneta è un monopolio di Stato, allora anche il prezzo del petrolio lo è. Il caso cinese lo dimostra: quando il mercato urla, a Pechino rispondono abbassando la voce… e il prezzo della benzina





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