Merz blocca Draghi sul debito comune: gli Stati Uniti d’Europa sono più lontani…. per ora!

Ad Aquisgrana Mario Draghi spinge ancora l'Europa a federarsi ma i tedeschi non ci stanno. Il debito comune però non risolve il problema. Sono i vincoli al deficit contenuti nel Patto di Stabilità i veri responsabili del disastro economico messo in piedi dal governo della UE.

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

C’è un paradosso alquanto evidente, che dovrebbe farci capire che il “sogno” di una Europa unita e la sua costruzione, sono stati ideati con l’unico obbiettivo di servire l’interesse delle classi elitarie e non quello dei popoli: a ricevere i premi più rinomati in campo internazionale, sono infatti i medesimi rappresentanti delle istituzioni che hanno messo in atto le fallimentari politiche economiche, causa del dramma economico e sociale che il continente intero sta vivendo.

Dopo averlo assegnato nel 2025 al presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, quest’anno è toccato a Mario Draghi ricevere ad Aquisgrana il premio internazionale Carlo Magno. Un premio conferito a chi, con meriti particolari, si è prodigato in favore dell’integrazione e unione in Europa.

Sì, proprio lui e direi sempre LUI, l’italiano Mario Draghi. E sottolineo italiano, per ricordarlo a tutto quel mondo del così detto dissenso, che continua a sostenere la narrativa propagandistica del vincolo esterno, quale unico e divino impedimento all’esercizio della sovranità nazionale da parte dei nostri governi.

Oggi che Mario Draghi nel suo discorso celebrativo al premio ricevuto, mostra di essere decisamente distante dal governo di Washington, non deve essere un bel giorno per chi favoleggia che i “fili” di chi manovra Mr Britannia sarebbero nelle mani di chi siede alla Casa Bianca.

“Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista” – afferma Draghi, con chiaro riferimento agli Stati Uniti, all’inizio del suo discorso. Un riferimento che non ci mette molto a diventare esplicito: “Stiamo ancora assorbendo i dazi da parte del nostro principale partner commerciale, a livelli senza precedenti da un secolo a questa parte”.

Ed proseguendo sulla strada della chiarezza, caratteristica che possiamo tranquillamente affermare, non è mai mancata a Draghi: “per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate”.

Eccovi serviti, cari registi della costruzione di quel fantastico mondo che si nutre nei propri blog del “complottismo” per attirare a sé “letture” e “follower”: i fili di Mario Draghi non sono tirati da oltreoceano.

Questa non è la rivincita personale di chi vi scrive e da sempre afferma che Mario Draghi è un prodotto di un sistema di potere che risiede nel belpaese, ma è l’ennesima conferma che a guidare le nostre istituzioni democratiche è una oligarchia con cromosomi italici e non “fantomatici” poteri fuori dai confini e dalla nostra storia. Oligarchia che oggi più che mai sta registrando livelli di ricchezza record a conferma che l’euro e le sue regole sono decisamente funzionali ai loro progetti di accumulo in danno alla maggioranza del paese.

La scellerata politica fiscale sui tassi di interesse iniziata negli anni ’80 e le successive politiche di austerità estrema applicate con la scusa dell’euro, hanno dato a quello che il più grande trasferimento di ricchezza della storia sulla scala sociale del paese. Fiumi di denaro che dalla classe media – una volta maggioranza nel paese – sono finiti nelle tasche di un pugno di rentiers ormai padroni della nazione.

Ma torniamo al discorso di Draghi ad Aquisgrana, con il quale l’ex governatore della Bce, dopo aver sbagliato la diagnosi si propone di dettare la cura al male che lui stesso ha contribuito a generare. Le folli politiche economiche volte al mercantilismo – le quali hanno prodotto le ferree regole di bilancio e la deflazione salariale, con la conseguente distruzione della domanda interna – sono fallite per ammissione dello stesso Draghi:

“La prima vulnerabilità è la nostra esposizione alla domanda esterna. Le imprese europee sono state spinte verso l’esterno in cerca della crescita che l’Europa stessa non riusciva a fornire. Dal 1999, il commercio in percentuale del PIL è salito dal 31% al 55% nell’area euro. Negli Stati Uniti e in Cina, al contrario, si è a malapena mosso. Gli uni e l’altra restano molto meno esposti al commercio. La nostra sensibilità ai cambiamenti nelle politiche americane e cinesi non è quindi semplicemente una sfortuna imposta dall’esterno. È il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo”.

Più chiaro di così non poteva essere Mario Draghi nell’ammettere quel fallimento totale che chi conosce la materia economica, come Warren Mosler, aveva già anticipato in tempi non sospetti. Il mercantilismo è una politica economica fallimentare perché si scontra con la scienza perfetta della logica contabile e con la fisiologia che appartiene al normale funzionamento di qualsiasi organismo vivente. Con una frase semplice nella sua concretezza, si può riassumere così il concetto:

Per ordine delle scienza contabile, tutti i paesi del mondo non possono qualificarsi in esportatori netti nello stesso momento!

E’ chiaro che a fronte di un soggetto che desidera esportare occorre qualcun altro disposto ad importare.

Draghi, ormai nella disperazione più totale di chi gira da anni i salotti europei per convincere chi non ne vuol sapere a federare l’Europa, arriva persino a rendere esplicito come questa costruzione europea abbia avvantaggiato esclusivamente la rendita elitaria:

“Concordare nuovi accordi commerciali è più facile che affrontare il lavoro incompiuto in casa, perché questo lavoro impone scelte che l’Europa ha a lungo preferito evitare: confrontarsi con le posizioni di rendita consolidate e gli interessi acquisiti che traggono vantaggio da un mercato unico incompleto e da mercati energetici frammentati“.

Nonostante le evidenti ammissioni, la futura concessione di credibilità a Draghi si gioca su quelle che sarebbero le soluzioni che l’uomo che riceve i “sussurri” dei potenti ci fornisce: “Più l’Europa si riforma, meno dovrà affidarsi al debito, nazionale o comune, per compensare la propria frammentazione”.

Continuare a mostrare il debito pubblico come un problema, pone Draghi sulla stessa linea operativa del passato. E’ stata proprio questa teoria di pensiero che vuole gli stati ristretti nell’austerità dei loro bilanci, la causa di tutti i mali che lo stesso Draghi ha appena ammesso. E distinguere tra debito nazionale e comune non fa la ben che minima differenza. Lo abbiamo appena visto con il debito comune rappresentato dagli eurobond a sostegno del PNRR. Nonostante i 209 miliardi sbandierati ai quattro venti, la crescita economica del paese è stata nulla.

Questo perché, vale la pena ricordarlo ancora, gli stati creano moneta spendendo e non prendendola in prestito. E governi come i nostri che chiudono i loro bilanci in “avanzo primario”, non stanno creando attività finanziarie nette (moneta) per l’economia reale ma solo per la rendita finanziaria.

Quello che dobbiamo fare se veramente vogliamo invertire la rotta in Italia e in Europa, è togliere definitivamente le regole che guidano il Patto di Stabilità e procedere con tutto il deficit necessario che i nostri sistemi economici richiedono in quanto a occupazione, consumi e investimenti. Ma questo Dr aghi non lo dice, e quindi la sua credibilità rimane sotto lo zero.

A stoppare i sogni di Draghi per una definitiva integrazione europea, ci ha pensato ancora una volta il cancelliere tedesco Merz. Nel suo discorso alla Cattedrale di Aquisgrana, Merz ha fatto eco all’appello dell’ex premier italiano a rafforzare la competitività europea, ma rimangono differenze su come finanziarla:

“Alcuni ritengono che si possa eludere questo doloroso compito assumendo un nuovo debito, un debito europeo, finanziando la spesa regolare attraverso il debito. La Germania non può seguire questa strada solo per ragioni costituzionali e, signore e signori, abbiamo bisogno di risorse anche per le crisi future“, ha dichiarato giovedì Merz”.

Come vedete, pur avendo posizioni opposte su quella che dovrà essere l’Europa del futuro, sia Draghi che Merz mostrano di non avere la minima intenzione di far abbandonare ai singoli governi quel rigore nei loro bilanci che tanto sta devastando le vite dei popoli europei.

Dobbiamo prendere piena coscienza che l’attuale classe politica e chi in questi anni ha ricoperto ruoli apicali nelle istituzioni nazionali ed europee, hanno perso ogni tipo di credibilità. Hanno mostrato con il loro agire di servire unicamente la rendita elitaria ammazzando chi lavora e non meritano più neanche di essere ascoltati.

L’Europa dei popoli così come costruita non ha nessun futuro. Ma anche sul piano nazionale, qualora cadesse la UE, se a condurre le nostre istituzioni saranno gli stessi personaggi di adesso, sono certo che il dramma non finirebbe per gli italiani.

di Megas Alexandros

 

 

 

 

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte