Patrimoniale: Sì o No? prima occorre smettere di alimentare la rendita…..

Senza chiudere il rubinetto che da oltre tre decadi in Italia rifornisce la rendita, la patrimoniale rischia di essere il solito palliativo che allieva la pena ma non cura il male

10 Giugno 2026 | Attualità, Economia, MMT, Politica | 0 commenti

di Fabio Bonciani e Roberto Bazzichi

Patrimoniale: la risposta giusta alla domanda sbagliata

Mentre in Francia il dibattito sulla “tassa Zucman” sui grandi patrimoni torna a infiammare l’Assemblée, in Italia riaffiora dai banchi dell’opposizione e dai vertici sindacali la stessa parola: patrimoniale. La sequenza è sempre la medesima. Trent’anni di politiche che hanno premiato la rendita, salari reali fermi da tre decenni, un ceto medio schiacciato tra debiti e potere d’acquisto in caduta, e allora, per riequilibrare, si propone di tassare chi in questi anni ha accumulato. Sul piano del consenso il ragionamento non fa una piega: per trent’anni abbiamo arricchito i ricchi, ora prendiamo da loro per dare a chi non arriva a fine mese.

È un ragionamento che merita di essere preso sul serio. E proprio perché lo merita, va detto dove sbaglia. Non nel “tassare i ricchi”, che è quasi un dettaglio. Sbaglia nel perché. E il perché, in economia, è tutto.

Il momento conta

Vale la pena fissare il contesto, perché spiega da dove nasce l’urgenza. Questa settimana la Banca Centrale Europea si riunisce e, secondo attese pressoché unanimi dei mercati, alzerà i tassi di un quarto di punto, portandoli al 2,25%, la prima stretta in quasi tre anni. La causa è uno shock stagflazionistico: l’inflazione nell’area euro è risalita oltre il 3% per via dei prezzi energetici legati al conflitto in Medio Oriente, mentre la crescita arranca. Alzare i tassi in piena stagnazione significa una cosa sola, togliere altra capacità di spesa e di investimento a famiglie e imprese, proprio mentre il carrello della spesa è già insostenibile. Allo stesso tempo significa anche consegnare maggior profitto a chi ha già abbondante risparmio, quindi ingrassare ancor di più la rendita di banche e grandi risparmiatori.

È in questo clima di una economia reale che si sfilaccia e attività che chiudono sotto il peso combinato di energia e fisco, che la patrimoniale torna sul tavolo come soluzione. Ma è anche il clima che dovrebbe far sorgere il sospetto giusto: e se il problema non fosse dove prendere i soldi?

Il mito del dindo d’oro

Partiamo dall’obiezione più pratica, quella che solleverebbe un qualunque commercialista: nessuno, finora, oltre a pronunciare la parola, ha messo giù i numeri. Chi sono i ricchi da colpire? In che misura? Con quali aliquote e quali soglie? Senza uno studio serio, e dato che i grandi patrimoni si sono già dotati da tempo degli strumenti per sottrarsi al fisco, il rischio concreto è di colpire ancora una volta gli stessi di sempre, quella classe media che è il contribuente più spremuto da una generazione. La patrimoniale improvvisata finisce per mancare il bersaglio dichiarato e centrare quello sbagliato.

C’è però un problema più profondo, e più interessante di quello tecnico. Riguarda il messaggio.

Quando si presenta la patrimoniale come operazione di cassa, “ci servono i loro soldi per finanziare lavoro, sanità, scuola”, si compie senza accorgersene un atto ideologico preciso: si attribuisce ai super-ricchi un potere che, nella realtà monetaria, non hanno. Si dice, in sostanza,
che senza il loro denaro lo Stato non può muoversi. È il mito del dindo d’oro: da qualche parte ci sarebbe un tesoro, e lo Stato dovrebbe andarlo a prendere prima di poter agire.

Questo mito è la medesima cornice su cui è stata costruita la distruzione economica che viviamo: la moneta scarsa, lo Stato che “non ha i soldi”, il bilancio pubblico da far quadrare come quello di una famiglia. È il dogma per cui ci hanno ripetuto per trent’anni che non c’erano soldi, per il lavoro, la scuola, la sanità, il futuro.

Il paradosso:

Presentando la patrimoniale come necessità di gettito, chi vorrebbe colpire la rendita finisce per rafforzare la narrazione che la protegge. Un autogol perfetto. Per attaccare i potenti si conferma il loro potere immaginario.

Gli autori sono convinti che sia anche questa, in fondo, una delle ragioni per cui le sinistre di mezzo mondo si sono dissolte negli ultimi cinquant’anni: una volta accettato il dogma della moneta scarsa, non restava loro nulla di distinguibile da offrire, se non gestire la stessa austerità con un volto più umano.

Le tasse vengono dopo la spesa

Il lavoro di Warren Mosler e della Modern Monetary Theory (MMT) ha smontato questo dogma riportando il dibattito sul terreno dove andrebbe sempre tenuto, quello della contabilità nazionale: uno Stato che esercita il monopolio sulla propria valuta non ha alcun bisogno di
tassare per spendere. L’ordine logico è anzi rovesciato. Prima lo Stato spende, cioè immette la sua moneta nell’economia, e solo dopo può tassare, cioè distruggerne una parte. Le tasse non finanziano la spesa: servono a creare domanda per la valuta e, quando occorre, a raffreddare l’inflazione.

Attenzione, e qui la MMT viene spesso travisata: questo non vuol dire che le tasse siano inutili o che il deficit possa essere illimitato. Le tasse restano un pilastro di un sistema a moneta fiat; il problema è che molte di esse, in particolare quelle sul reddito da lavoro, sono regressive, e
andrebbero riformate in senso più equo e più semplice. E il deficit non è una variabile libera: è la leva con cui si raggiunge la piena occupazione, esattamente quanto serve a quello scopo, né più né meno.

Ma se è così, la domanda “dove prendiamo i soldi per il lavoro?” è semplicemente mal posta. I soldi non vanno presi da nessuno. Vanno spesi. E la patrimoniale, come strumento per fare cassa, perde gran parte del suo senso.

L’argomento del secchio bucato

Tra i critici della patrimoniale circola un argomento che va maneggiato con cura, perché contiene una trappola logica. Suona così: a che serve recuperare 50 o 100 miliardi con una patrimoniale, se poi lo Stato ne versa quasi 90 ogni anno in interessi sul debito, denaro che torna
nelle tasche degli stessi grandi patrimoni a cui la patrimoniale vorrebbe attingere? Un secchio bucato: si versa da un lato, si perde dall’altro.

L’osservazione coglie qualcosa di vero, ma così com’è formulata finisce per rovesciarsi contro chi la usa. È un’immagine che inganna, perché tratta il denaro come l’acqua in un secchio: una quantità fissa, che si conserva, che entra da una parte ed esce dall’altra dello stesso recipiente. Per uno Stato che batte la propria moneta non funziona così. La tassazione distrugge denaro, la spesa lo crea: sono due gesti separati, non lo stesso liquido che cola via dal buco. I 50 miliardi prelevati con la patrimoniale non “escono” poi sotto forma di interessi, perché non sono mai stati gli stessi soldi. E se uno Stato sovrano non ha bisogno di entrate per spendere, allora il problema non è “dove trovare i soldi”. In questo senso il ragionamento del secchio bucato non dimostra nulla: funziona solo in un mondo a moneta scarsa, cioè proprio nel mondo che si vorrebbe confutare.

Attenzione a non buttare via, con il secchio, anche l’acqua buona. È vero, prendere 50 miliardi ai ricchi e darli ai poveri è redistribuzione, e funziona. Ma le due metà di quel gesto, togliere in alto e dare in basso, non sono legate fra loro come il senso comune crede. Lo Stato può dare in basso comunque, spendendo, senza dover prima togliere in alto, perché la spesa non aspetta il gettito. Resta dunque una sola buona ragione per togliere in alto, e non è procurare risorse a chi sta sotto: è ridurre la concentrazione in cima, in sé e per sé.

Esiste però una versione più solida dell’argomento, e qui bisogna essere precisi, perché è il punto su cui quasi tutti, anche tra i sostenitori della MMT, scivolano. Si è tentati di dire che gli interessi sul debito siano un “trasferimento” di reddito dai contribuenti ai detentori di titoli. Ma non è esatto. Trasferire significa togliere a qualcuno per dare a un altro, e questo accade soltanto nei periodi di avanzo primario, quando le tasse coprono davvero tutta o parte della spesa per interessi.

Lo Stato, però, è quasi sempre in deficit. E in deficit gli interessi non vengono coperti da alcuna tassa né sottratti ad alcun contribuente: sono nuova moneta immessa nell’economia a favore di chi già possiede attività finanziarie.

Qui emerge il punto centrale. Quando lo Stato crea moneta per costruire una scuola, un ospedale, una rete ferroviaria, o per finanziare occupazione e servizi, in cambio resta qualcosa di reale: infrastrutture, lavoro, conoscenza, capacità produttiva. Quando invece crea moneta per pagare interessi, non produce direttamente nuovi beni o servizi. Alimenta soprattutto la rendita finanziaria.

Ed essendo un flusso che si concentra prevalentemente su chi detiene grandi patrimoni, ha anche un effetto distributivo regressivo. Inoltre immette potere d’acquisto senza aumentare in modo diretto la produzione reale dell’economia, con possibili effetti inflazionistici

C’è un secondo privilegio, dopo quello della creazione dal nulla. Quando lo Stato si riprende una parte di quella rendita, lo fa con l’aliquota più bassa del sistema: le cedole di BOT e BTP sono tassate al 12,5%, la metà del 26% che grava sulle altre rendite finanziarie e una frazione
dell’IRPEF che un lavoratore paga sullo stipendio. Ed è un’aliquota piatta, identica per chi incassa mille euro di cedole e per chi ne incassa dieci milioni. Lo strumento che più alimenta la concentrazione è anche quello tassato nel modo meno progressivo che esista.

Allora il punto non è “ci ridanno indietro i soldi”. Il punto è che, mentre si discute se prelevare dai ricchi con una patrimoniale, lo Stato continua ogni anno a distribuire reddito finanziario ai grandi detentori di capitale attraverso gli interessi sul debito. Una mano toglie a fatica mentre l’altra elargisce generosamente.

I numeri lo mostrano con chiarezza. La spesa italiana per interessi ha sfiorato gli 86 miliardi di euro nell’ultimo anno, il 3,9% del PIL, il valore più alto d’Europa dopo l’Ungheria, sopra persino la Grecia. E una parte consistente di questo flusso non resta nemmeno nel Paese: oltre mille miliardi di titoli di Stato italiani, circa un terzo del debito, sono detenuti all’estero. Nello stesso periodo la ricchezza reale delle famiglie italiane è scesa dell’8,5%, e a perdere di più è stato il ceto medio.

Mentre il dibattito pubblico si concentra ossessivamente su come tassare i patrimoni, continua quasi inosservato un meccanismo che remunera sistematicamente la grande ricchezza finanziaria attraverso la spesa per interessi. È questo il canale che andrebbe messo in
discussione, più ancora dell’effetto che si tenta di correggere con la patrimoniale.

L’interesse composto, ovvero perché la ricchezza chiama ricchezza

C’è un’ultima ragione, ed è matematica, per cui la rendita da interessi è una delle cause più profonde della disuguaglianza. È una ragione che sfugge a quasi tutti, perché la nostra mente ragiona per linee rette, e questa è una curva.

L’interesse composto non è una crescita costante: è esponenziale. Un capitale non cresce di una quota fissa ogni anno; cresce sul totale già accresciuto, e quel totale è ogni anno più grande, quindi anche l’incremento è più grande. La curva non sale, accelera. È un calcolo che
vale la pena tenere a mente, perché non è affatto intuitivo.

Facciamone uno, e teniamolo realistico. Parliamo di spesa per interessi, quindi ipotizziamo che entrambi i soggetti in ipotesi tengano il capitale in titoli di Stato: rendimento del 4% lordo, tassato al 12,5%, l’aliquota agevolata di BOT e BTP. Stessa percentuale per tutti e due. Il primo ha 100.000 euro: incassa 4.000 euro lordi l’anno, 3.500 netti dopo l’imposta, e quei 3.500 se ne vanno tutti a tappare buchi, il bollo dell’auto, l’IMU, una spesa imprevista. Non gli resta niente da reinvestire. Il suo capitale non si muove, resta inchiodato a 100.000 euro. Dopo vent’anni è ancora lì.

Il secondo ha 10 milioni. Incassa 400.000 euro lordi il primo anno: ne versa 50.000 di imposta, ne usa altri 50.000 per vivere, e vive bene, e reinveste i 300.000 che restano. Ma l’anno dopo il capitale è più grande, quindi la rendita è più grande, quindi reinveste ancora di più. La curva accelera. Dopo vent’anni, pur pagando ogni anno la tassa e prelevando 50.000 euro per il proprio tenore di vita, il suo patrimonio è passato da 10 a circa 18,5 milioni.

Fermiamoci sul confronto, perché è impietoso. Il primo, in vent’anni, non è avanzato di un euro: la rendita, già al netto delle tasse, gli è servita solo a non affondare. Il secondo è cresciuto dell’85%, quasi raddoppiando, mentre ogni anno pagava le imposte e consumava più di dieci volte quanto il primo incassava in tutto. Il divario di partenza era di 9,9 milioni; vent’anni dopo supera i 18. E la differenza non sta nel merito, nella fatica o nell’ingegno. Sta nel punto di partenza, moltiplicato da una funzione esponenziale che nemmeno la tassazione esistente
riesce a frenare. Chi parte sopra una certa soglia vede il capitale lavorare per sé; chi parte sotto galleggia, e usa la rendita per sopravvivere invece che per crescere.

Questo piccolo esempio numerico permette di capire meglio perché la rendita da interessi pubblici sia così insidiosa. Quel 4% dell’esempio, per chi detiene titoli di Stato, lo versa lo Stato. Pagando ogni anno decine di miliardi a chi possiede grandi stock di capitale, lo Stato non sta
facendo un favore occasionale: fornisce proprio l’alimento di cui l’esponenziale ha bisogno per concentrare la ricchezza, anno dopo anno, per pura forza matematica. La patrimoniale, nel migliore dei casi, preleva una volta sola una piccola frazione di quegli stock. Ma se il rubinetto resta aperto, il giorno dopo la rendita ricomincia a versare, e la concentrazione riparte esattamente da dove era.

Allora la patrimoniale va respinta? No. Va capita.

Qui serve onestà, perché sarebbe facile cadere nella semplificazione opposta, “la patrimoniale è una trappola ideologica, dunque no”, e sarebbe sbagliato quanto la posizione di partenza.

Restiamo coi piedi per terra. Oggi viviamo dentro una cornice istituzionale che vieta il deficit, che ci ripete che non si può fare. Dentro quella gabbia, una patrimoniale che recuperasse anche solo 50 miliardi, metà del flusso annuo di rendita, e li destinasse al lavoro e alla riduzione della precarietà non sarebbe poca cosa: sarebbe un beneficio reale e immediato per le fasce più deboli. Negarlo sarebbe disonesto. È un vantaggio concreto, qui e ora.

Ma è un vantaggio fragile e opaco, e i suoi limiti vanno detti con la stessa franchezza. Una tantum o strutturale? Per quanti anni? È, in fondo, un modo sotterraneo e poco trasparente di ridurre la rendita: invece di affrontare il problema alla radice, si lascia tutto in piedi e se ne preleva una fetta con un’imposta straordinaria. Si resta dentro l’oscurantismo monetario, dentro la finzione della moneta scarsa, limitandosi ad attenuarne gli effetti più odiosi. E si paga un prezzo in più: nuove norme, nuovi adempimenti, altra burocrazia su un sistema fiscale già tra i più intricati e oppressivi d’Europa.

Un palliativo, insomma. Utile quanto si vuole, ma un palliativo: cura il sintomo e lascia intatta la causa.

Quali piste, una volta usciti dall’oscurantismo monetario

Se la patrimoniale è la risposta giusta a una domanda sbagliata, qual è la domanda giusta? Non “come prendiamo dai ricchi”, ma “come smettiamo di alimentare la rendita”.

E la proposta può, anzi deve, essere formulata senza alcuno spirito di rivalsa, se vuole essere ragionevole e non dividere. Non si tratta di inseguire i super-ricchi con la forca. Chi ha avuto, ha avuto; chi ha accumulato in questi decenni si tenga ciò che ha. Nessuna conversione forzosa, nessuna espropriazione, nessuna vendetta. Fare pace col passato non è soltanto possibile, è sensato: toglie alibi e libera lo sguardo sul futuro.

Il cambiamento riguarda il domani, non l’ieri. E la pista da contemplare sul serio, a livello istituzionale, ha due gambe. La prima, portare e mantenere il tasso di interesse di riferimento a zero in modo permanente, la proposta che Mosler avanza da anni, per chiudere il rubinetto della rendita alla fonte: da quel momento lo Stato smette di versare decine di miliardi l’anno a chi detiene capitale, senza toccare un solo euro di quanto è già stato accumulato. La seconda, aprire invece il deficit necessario al lavoro e agli investimenti, a partire da un programma di lavoro garantito: si smette di fare deficit per la rendita e, nello stesso movimento, si fa quello che produce davvero ricchezza reale, qualunque sia la cifra che serve.

Per correttezza va detto che la tesi di Mosler sul tasso zero permanente, secondo cui nel lungo periodo l’inflazione tende a convergere verso il tasso di riferimento della banca centrale, è la parte più eterodossa e contestata del suo impianto, e gli economisti ortodossi la respingono. Va dunque presentata per ciò che è, una proposta da discutere, non un dogma da sostituire a un altro dogma. Gli autori, va detto con altrettanta franchezza, sono su questo punto pienamente allineati al pensiero di Mosler.

Il rovesciamento di prospettiva è tutto qui. La patrimoniale guarda indietro: redistribuisce una volta, a fatica, ciò che è già stato concentrato, e per giunta spesso sbaglia bersaglio. L’alternativa guarda avanti: smette di concentrare, chiude il canale che produce disuguaglianza per forza matematica, e gira quelle risorse verso chi lavora e chi vorrebbe lavorare.

Non è una questione di togliere ai ricchi per dare ai poveri. È una questione di smettere di regalare ai ricchissimi, dal nulla, mentre si tartassa tutti gli altri. La differenza sembra sottile. È, in realtà, la differenza tra curare il sintomo e guarire.

Un’ultima precisazione, doverosa. L’idea di fare pace col passato, di non chiedere conto a chi ha accumulato e di guardare solo al futuro, è opinione personale degli autori, non posizione ufficiale della MMT. La MMT spiega come funziona la moneta; non detta quanto debba essere progressiva una società, né se vada introdotta o meno una patrimoniale. Quella resta, e in un mondo normale dovrebbe restare, una scelta politica, da sottoporre al giudizio degli elettori. Il merito della MMT è un altro: togliere dal tavolo l’alibi del “non ci sono i soldi”, così che quella scelta la si possa finalmente fare alla luce del sole, sapendo cosa si decide davvero e per chi.

di Fabio Bonciani e Roberto Bazzichi

 

Senza chiudere il rubinetto che da oltre tre decadi in Italia rifornisce la rendita, la patrimoniale rischia di essere il solito palliativo che allieva la pena ma non cura il male

 

 

 

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte