di Fabio Bonciani e Roberto Bazzichi
Con la premier Giorgia Meloni che, per non perdere la faccia e il consenso, è costretta a ricordare a Trump e al mondo intero che l’Italia è ancora un Paese sovrano, siamo obbligati a riparlare di nuovo di quella che è la sovranità più importante per le vite degli italiani: quella monetaria.
Come più volte sottolineato, la narrativa che gira intorno alla supposta perdita della sovranità monetaria con l’entrata nell’euro è paradossalmente il tema che più accomuna il diavolo e l’Acqua Santa, ovvero il sistema di potere che ci governa e chi apparentemente dice di combatterlo.
La deliberata azione dei governi con la quale si rende scarso il denaro è l’origine di ogni singolo dramma che gli individui sono costretti a vivere in quanto operanti dentro un sistema economico guidato dalla moneta, che ricordo essere un monopolio dello Stato. E nonostante che l’analisi rigorosa dei flussi contabili tra Tesoro, Banca Centrale e sistema bancario ci confermi che per lo Stato il denaro non rappresenti assolutamente un problema, diabolicamente chi ci governa, per rendere stabile il dramma, ha pensato addirittura di sancirne per legge la sua scarsità, introducendo il pareggio di bilancio in Costituzione.
Con la modifica dell’articolo 81 della Costituzione e la relativa introduzione del pareggio di bilancio, è nata all’interno della Carta costituzionale una palese contraddizione. Questo perché si va a mettere le esigenze di bilancio sopra quelli che sono i diritti ed i principi su cui si fonda la Carta stessa e la nostra Repubblica.
Prima di capire cosa dicono in merito i giudici costituzionali, andiamo a vedere cosa dice la dottrina economica in tema di moneta. E per farlo è fondamentale comprendere quello che è il concetto di monopolio.
Cos’è un monopolio
Un monopolio è quando una sola persona, o un solo ente, ha il controllo esclusivo di qualcosa di importante. Esempio semplicissimo: immaginiamo di essere l’unica persona in un paese a possedere una sorgente d’acqua. Siamo noi singolarmente a decidere chi beve e chi no. Abbiamo un monopolio sull’acqua. Tenete a mente questo esempio, perché torna nei prossimi passaggi.
Il monopolio pubblico della valuta
Lo stesso vale per la moneta. Lo Stato italiano (oggi all’interno del sistema della Banca Centrale Europea, ma il principio non cambia) ha il monopolio sulla creazione degli euro. È l’unico ente che può legalmente emetterli. Nessun privato può stampare moneta. Questo non è un’opinione né una teoria politica: è un fatto tecnico.
L’esercizio popolare del monopolio
In una democrazia, però, la sorgente d’acqua non è di chi se la trova per caso in giardino: è di tutti. E se è di tutti, come minimo nessuno deve morire di sete. Lo stesso vale per la moneta. La Costituzione dice (Art. 1) che la sovranità appartiene al popolo. Quindi la Repubblica deve usare il monopolio sulla valuta in modo che nessuno resti senza i mezzi per vivere con dignità (Artt. 2, 3, 4). Questo è l’esercizio popolare del monopolio: usare la fonte d’acqua perché tutti possano bere.
Cosa dicono davvero i primi quattro articoli
Vale la pena leggere insieme i tre articoli che definiscono cosa è la Repubblica italiana, perché su questi tre articoli si gioca tutto.
L’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”
L’articolo 3, in particolare nella seconda parte: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
E l’articolo 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.”
Si noti il verbo dell’articolo 4: promuove. Presente indicativo, non condizionale, non aspirazione futura. La Repubblica promuove, oggi, ora, nei fatti, le condizioni perché il diritto al lavoro sia effettivo. Non è un’aspirazione da realizzare prima o poi, quando si troveranno i soldi: è un impegno positivo della Costituzione, scritto come dovere immediato e attuale dello Stato. Tre articoli, una sola architettura: il lavoro come fondamento, lo Stato come soggetto attivo della sua effettività.
Come funziona nella pratica
Tre regole semplici.
- La spesa pubblica crea moneta. Quando lo Stato paga uno stipendio, un appalto, una pensione, mette moneta nuova nell’economia.
- Le tasse distruggono moneta. Quando paghi le tasse, quella moneta torna allo Stato e viene cancellata dal circuito.
- La differenza tra spesa e tasse si chiama deficit. Se lo Stato spende più di quanto incassa con le tasse, c’è un deficit, e resta moneta in mano alla gente.
Schematicamente:
- Lo Stato spende → la moneta entra nell’economia (paghe, lavori, servizi, pensioni).
- Le persone pagano le tasse → la moneta torna allo Stato e viene cancellata.
- Se la spesa è maggiore delle tasse → c’è un deficit → resta moneta in mano al popolo.
- Se la spesa è minore delle tasse → c’è un surplus → esce dalla gente più di quanto entri.
La disoccupazione è sempre un fenomeno monetario
Da queste tre regole semplici deriva una conseguenza importante: se in un Paese c’è disoccupazione, vuol dire che il deficit è troppo piccolo. Lo Stato non ha messo abbastanza moneta in circolazione perché tutti possano lavorare e perché le aziende possano assumere. La disoccupazione involontaria, in altre parole, non è una sfortuna naturale o una fatalità: è la conseguenza di scelte di spesa pubblica.
Qual è la taglia giusta del deficit
La risposta è semplice: quella che porta alla piena occupazione. Né di più, né di meno. Se sei sotto la piena occupazione, lo Stato deve spendere di più, perché ci sono persone disponibili a lavorare e risorse inutilizzate. Se sei già alla piena occupazione, spendere di più produce solo inflazione, perché tutte le risorse sono impiegate e i prezzi cominciano a salire.
E qui torniamo agli articoli 1, 3 e 4 della Costituzione: la Repubblica ha il dovere di garantire il diritto al lavoro effettivo, di rimuovere gli ostacoli economici che impediscono la piena partecipazione di tutti. La taglia giusta del deficit è quella che permette di adempiere a questo dovere costituzionale.
Il limite autoimposto e la democrazia sostanziale
E ora arriviamo al punto che smonta nei fatti la pretesa di supremazia del pareggio di bilancio sui Principi Fondamentali della Costituzione. Quando l’Italia ha accettato il vincolo del 3% di deficit con il Trattato di Maastricht nel 1992, e poi l’ha messo in Costituzione nel 2012, si è data un limite autoimposto: cioè una regola scelta da sé, non un vincolo naturale.
Il problema è questo: se quel limite ti impedisce di realizzare il diritto al lavoro per tutti (Artt. 1, 3, 4 della Costituzione), allora la democrazia diventa solo formale, non più sostanziale.
Riprendiamo l’esempio della sorgente d’acqua. È come se il proprietario popolare della sorgente dettasse la regola di non distribuirla a più di metà delle persone, anche se questo significa che alcune morirebbero di sete. Sarebbe una contraddizione assurda, e nessuna democrazia sostanziale può accettarla.
È esattamente quello che la Corte Costituzionale ha riconosciuto nella sentenza 275/2016: i diritti fondamentali vengono prima dei vincoli di bilancio. La sorgente d’acqua, in democrazia, esiste perché nessuno muoia di sete. Tutto il resto, compresi i limiti autoimposti, è negoziabile.

La sentenza trae origine dalla sostenibilità finanziaria del contributo regionale per il servizio di trasporto degli studenti disabili. La Corte ha ritenuto che il diritto all’istruzione del disabile, tutelato dall’articolo 38 della Costituzione, prevale sulle effettive disponibilità finanziarie delle province.
A questa sentenza ha fatto seguito il documento interpretativo da parte dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti (AIC), che già leggendo il suo “Abstract” non lascia spazio ad interpretazioni:
Una delle maggiori problematiche generate dalla riforma costituzionale del 2012, che ha introdotto la regola del pareggio di bilancio (BBR) nell’articolo 81 della Costituzione italiana, riguardava il ruolo che il nuovo principio avrebbe potuto svolgere nel controllo giurisdizionale, in particolare nell’attività di bilanciamento con la tutela dei diritti fondamentali. Nonostante la riforma, la sentenza n. 275/2016 sembra dimostrare che la Corte costituzionale italiana intende ancora confermare il suo precedente orientamento, consolidato in vigore nella vecchia versione dell’art. 81, sottolineando che i diritti “incomprimibili” non possono essere condizionati dall’equilibrio di bilancio: al contrario, è il bilancio che è necessariamente influenzato dalla loro garanzia.

Documento interpretativo della sentenza 275/2016 redatto dall’AIC (cliccate sulla foto per leggerlo interamente)
“Una delle maggiori problematiche generate dalla riforma costituzionale del 2012, che ha introdotto la regola del pareggio di bilancio (BBR) nell’articolo 81 della Costituzione italiana, riguardava il ruolo che il nuovo principio avrebbe potuto svolgere nel controllo giurisdizionale, in particolare nell’attività di bilanciamento con la tutela dei diritti fondamentali. Nonostante la riforma, la sentenza n. 275/2016 sembra dimostrare che la Corte costituzionale italiana intende ancora confermare il suo precedente orientamento, consolidato in vigore nella vecchia versione dell’art. 81, sottolineando che i diritti ‘incomprimibili’ non possono essere condizionati dall’equilibrio di bilancio: al contrario, è il bilancio che è necessariamente influenzato dalla loro garanzia.”
Come possiamo constatare leggendo la sentenza ed il relativo testo di AIC a corredo, la Corte Costituzionale ha messo nero su bianco che l’equilibrio di bilancio non è la priorità per uno Stato che voglia definirsi moderno e democratico. Questo mette radicalmente in discussione l’impianto interpretativo su cui sono state costruite le politiche di austerità degli ultimi trent’anni. La necessità di essere austero per lo Stato e la supposta mancanza di denaro per chi lo crea ex nihilo, prospettataci ogni giorno da chi ci governa ed i suoi portavoce, con questa sentenza viene ricondotta né più né meno a quello che è realmente: un dogma.
Dunque dobbiamo renderci conto di quanto è potente questa cosa. E per questo proviamo a spiegarla in poche righe, perché è uno strumento argomentativo che vale oro, da opporre ai molti che ancora oggi sostengono che con l’entrata nell’euro l’Italia avrebbe ceduto la propria sovranità monetaria agli organismi europei.
Il sillogismo è chirurgico:
La Costituzione, in ultima analisi gerarchica, mette i diritti incomprimibili sopra il pareggio di bilancio (sentenza 275/2016).
Quindi, quando il diritto al lavoro (Artt. 1, 4), alla salute (Art. 32), all’istruzione (Artt. 33-34), alla casa (implicito nell’Art. 3), all’uguaglianza sostanziale (Art. 3 secondo comma) non sono garantiti effettivamente, non è perché il bilancio lo impedisce: è perché qualcuno ha scelto politicamente di non garantirli.
Quel “qualcuno” è il governo che insiste sul pareggio di bilancio come priorità sopra i diritti, addirittura ritenendolo un “dovere morale” come più volte ci ha ricordato l’attuale reggente del Ministero dell’economia e delle finanze. È una scelta politica, non una necessità tecnica.
Implicazioni che vale la pena raccogliere:
(a) Cade l’alibi del “lo dice l’Europa”. L’Europa potrà dire quello che vuole, ma la nostra Carta è gerarchicamente superiore ai trattati europei in materia di diritti fondamentali. È la celebre dottrina dei “controlimiti”, elaborata dalla Corte Costituzionale a partire dalla sentenza 170/1984 e ribadita in pronunce successive. Quindi se un governo dice “non posso garantire il lavoro perché c’è Maastricht”, sta mentendo per omissione: può, ma sceglie di non farlo.
(b) Cade l’alibi del “non ci sono i soldi”. I soldi ci sono sempre, perché lo Stato li crea quando spende. E anche dovessimo accettare la cornice ortodossa, la Corte dice che il bilancio si fa attorno ai diritti, non viceversa. Quindi “non ci sono i soldi” è una traduzione tecnica di “abbiamo deciso di non spenderli per quello”.
(c) Riemerge la responsabilità politica. Ogni malato in lista d’attesa, ogni giovane laureato che emigra perché in Italia non trova lavoro, ogni anziano che muore di solitudine in una casa popolare diroccata, ogni ponte che crolla, è il risultato di una scelta politica. Non di un destino, non di un vincolo esterno, non della “mano invisibile del mercato”. Di una decisione presa da uomini e donne specifici, che potevano scegliere diversamente.
Perché i Padri Costituenti vollero una democrazia sostanziale
C’è una ragione storica precisa per cui i Padri e le Madri Costituenti, dopo aver vissuto sulla propria pelle la crisi dello Stato liberale, il fascismo e la guerra, scelsero deliberatamente di porre al centro della Costituzione italiana il principio della democrazia sostanziale e non soltanto quello della democrazia formale. Avevano visto come lo Statuto Albertino fosse rimasto formalmente in vigore anche durante il Ventennio fascista, mentre il sistema liberale veniva progressivamente svuotato dall’interno attraverso la concentrazione del potere esecutivo, la repressione delle opposizioni, il controllo della stampa e la demolizione del pluralismo politico e sindacale. L’esperienza storica mostrava dunque che la mera sopravvivenza formale delle istituzioni rappresentative non fosse sufficiente a garantire la libertà democratica.
Allo stesso modo, i Costituenti conoscevano bene il caso della Repubblica di Weimar. La Costituzione tedesca del 1919 era considerata una delle più avanzate del suo tempo sul piano dei diritti e delle garanzie; tuttavia, la gravissima instabilità economica e sociale del primo dopoguerra — segnata dall’iperinflazione del 1923, dalla disoccupazione di massa e dalle politiche deflazionistiche adottate durante la crisi dei primi anni Trenta — contribuì a delegittimare le istituzioni democratiche e a favorire l’ascesa del nazionalsocialismo. I Costituenti italiani ne trassero una lezione fondamentale: una democrazia incapace di garantire condizioni materiali minime di sicurezza economica e partecipazione sociale rischia di diventare fragile anche quando mantiene intatte le proprie forme giuridiche.
Anche il fascismo italiano non fu interpretato come un fenomeno sorto improvvisamente dal nulla. Nel dibattito politico e culturale del dopoguerra era diffusa la convinzione che la crisi sociale ed economica del primo dopoguerra — caratterizzata da forte inflazione, disoccupazione, conflitto sociale e debolezza delle istituzioni liberali — avesse contribuito a creare il terreno favorevole all’affermazione del fascismo. Per questa ragione, larga parte della cultura costituzionale antifascista ritenne necessario costruire una Repubblica capace non solo di garantire diritti politici formali, ma anche di intervenire attivamente sulle condizioni economiche e sociali dei cittadini.
Da qui deriva la scelta contenuta nei principi fondamentali della Costituzione: una Repubblica “fondata sul lavoro” (art. 1), che riconosce il lavoro non soltanto come attività economica, ma come fondamento della dignità personale e della partecipazione democratica; una Repubblica che attribuisce allo Stato il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini e impediscono “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3, secondo comma); una Repubblica che riconosce inoltre il diritto al lavoro e promuove le condizioni che lo rendano effettivo (art. 4).
La democrazia sostanziale delineata dalla Costituzione italiana non coincide dunque con una semplice democrazia procedurale fondata esclusivamente sul diritto di voto. Essa presuppone che i cittadini dispongano anche delle condizioni materiali minime necessarie per esercitare concretamente le libertà costituzionali. In questa prospettiva, i diritti sociali e il principio di eguaglianza sostanziale non rappresentano elementi accessori, ma costituiscono strumenti essenziali di stabilità democratica e di difesa dell’ordine costituzionale antifascista.
Piero Calamandrei espresse con particolare chiarezza questa concezione nel celebre discorso agli studenti milanesi del 1955, nel quale definì la Costituzione non come un meccanismo automatico, ma come un programma politico e morale da realizzare concretamente nella società. In quella stessa prospettiva, sottolineò che una democrazia limitata alla sola uguaglianza giuridica rischia di restare puramente formale se non vengono affrontate le disuguaglianze economiche e sociali che impediscono ai cittadini di partecipare effettivamente alla vita democratica del Paese.
La Costituzione, oggi nel 2026, è ancora un valido baluardo contro il fascismo?
È la domanda che inevitabilmente nasce dopo aver fatto questi conti. Sul piano formale, la risposta è ancora sì: la XII Disposizione Transitoria vieta tuttora la ricostituzione del Partito Fascista, i Principi Fondamentali non sono stati abrogati, le istituzioni democratiche reggono. La Costituzione funziona ancora come scudo giuridico contro il ritorno di una dittatura nelle forme conosciute del Ventennio.
Sul piano sostanziale la risposta è molto più scomoda. Negli ultimi trent’anni l’austerità di bilancio è stata applicata, con una continuità impressionante, da governi tecnicamente diversissimi tra loro: dalla sinistra centrista di Prodi e D’Alema al centrodestra di Berlusconi, dal governo dei professori di Monti al PD di Renzi e Gentiloni, fino al governo Conte e all’attuale governo Meloni. Colori politici diversi, identica politica monetaria e fiscale di compressione della spesa pubblica, identico mantra del “non ci sono i soldi”, identici risultati: salari reali scesi (siamo l’unico Paese OCSE in cui sono diminuiti tra il 1990 e il 2020), precarietà crescente, esodo dei giovani all’estero, povertà assoluta triplicata, demografia in caduta libera. Una trasversalità così perfetta non è ideologica, è strutturale: significa che esiste un consenso, mai discusso esplicitamente nelle elezioni, sull’inevitabilità del paradigma di scarsità monetaria.
L’economista Clara Mattei, nel suo lavoro sull’austerità (The Capital Order, University of Chicago Press, 2022, di cui esiste anche una traduzione italiana), ha rimesso al centro del dibattito una connessione storica che era stata accuratamente rimossa dalla coscienza pubblica: le politiche di austerità che si affermarono nel primo dopoguerra in Italia e in Gran Bretagna, sotto l’impulso degli economisti ortodossi, anticiparono e poi accompagnarono l’ascesa del fascismo. L’austerità servì a comprimere il salario reale, a disciplinare la classe operaia, a difendere l’ordine del capitale di fronte alla minaccia rivoluzionaria del primo dopoguerra. Il regime fascista, una volta al potere, intensificò quelle stesse politiche, dimostrando come austerità e disciplinamento autoritario potessero convergere fino quasi a confondersi. È una tesi documentata con rigore archivistico, ed è una tesi che fa discutere, ma proprio per questo merita di essere presa sul serio.
Se questa lettura storica regge, allora la domanda diventa più affilata: davvero il fascismo è solo un fenomeno legato alle camicie nere e ai tribunali speciali, oppure ha anche, e forse soprattutto, una dimensione economico-strutturale? Pier Paolo Pasolini, negli Scritti Corsari del 1975, sosteneva che il fascismo del Ventennio era stato sostituito da un nuovo “fascismo del consumo”, non più esteriore ma interiore, capace di omologare i comportamenti e di svuotare le forme democratiche dall’interno senza bisogno di apparire come tale. Aveva forse ragione? Siamo già in pieno fascismo, con tanto di diritto di voto e senza camicie nere, semplicemente perché abbiamo accettato come naturale e inevitabile un paradigma di scarsità monetaria che da trent’anni produce gli stessi danni sociali che il fascismo storico produsse?
Non è una domanda retorica, è una domanda aperta, su cui mi sembra giusto che ciascuno di noi rifletta.
E poi serve alfabetizzazione costituzionale
Tutto quello che abbiamo scritto fin qui resta inchiostro su carta finché la maggioranza dei cittadini non avrà gli strumenti per capirlo. La Costituzione non vive di buone intenzioni, vive di consapevolezza: vive nel momento in cui un cittadino qualsiasi comprende che lo Stato è il monopolista della propria valuta, che il deficit non è altro che la moneta che resta in tasca al popolo, che il pareggio di bilancio è una regola autoimposta e non una legge di natura, e che la disoccupazione è conseguenza di scelte politiche e non di una sfortuna collettiva. Quando questo accade, il discorso pubblico cambia, perché cambiano gli argomenti che funzionano nei salotti televisivi e quelli che invece si squagliano in tre minuti davanti a un interlocutore informato.
Non è radicalismo, è alfabetizzazione costituzionale. La Costituzione, come ricordava Piero Calamandrei agli studenti milanesi nel 1955, non è una macchina che va avanti da sé: ha bisogno di “anime giovani” che la facciano vivere. Ma quelle anime, per riuscirci, devono saperla leggere insieme alla cornice operativa monetaria che la sostiene. Senza quella cornice, gli articoli 1, 3 e 4 restano belle parole. Con quella cornice, diventano un programma di governo concreto, esigibile, e democraticamente difendibile davanti a chiunque cerchi di nasconderlo dietro il “non ci sono i soldi”.
Il giorno in cui un numero sufficiente di italiani avrà metabolizzato queste idee semplici, il giorno in cui il monopolio pubblico sulla valuta tornerà a essere strumento di democrazia sostanziale e non più di austerità autoimposta, avremo onorato davvero il testamento dei Padri Costituenti: non solo nelle forme, ma nella vita concreta del popolo italiano.
Un invito, in particolare ai giovani
Tutto questo discorso ha bisogno di voi. Di una generazione che non ha vissuto né la fondazione né il tradimento della Costituzione, ma che ha tutto da guadagnare nel farla finalmente vivere. Si tratta di un compito preciso: un rinnovamento semantico del linguaggio pubblico, fatto a partire dalla cornice operativa della moneta moderna, riletto sui Principi Fondamentali della Carta, portato dentro le aule, le tesi di laurea, i blog, i podcast, le discussioni in famiglia.
Ogni volta che qualcuno vi dirà “non ci sono i soldi”, avete oggi gli strumenti per tradurre quella frase nel suo reale significato politico: “abbiamo deciso di non spenderli per quello”. Ogni volta che qualcuno vi dirà “lo dice l’Europa”, sapete che la nostra Carta è gerarchicamente superiore. Ogni volta che qualcuno vi parlerà di disoccupazione come fenomeno naturale, ricordatelo a voi stessi e agli altri: è sempre un fenomeno monetario, conseguenza di una scelta di spesa pubblica.
Non è un lavoro accademico astratto, e non è un esercizio di stile: è la condizione perché la Costituzione, che i vostri nonni hanno scritto al prezzo di centomila morti, smetta di essere un’icona da museo e torni a essere quella che è davvero, ovvero un programma di governo concreto, esigibile, che vi appartiene di diritto.
Le anime giovani di cui parlava Calamandrei nel 1955 siete voi. Tocca a voi.
di Fabio Bonciani e Roberto Bazzichi





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