I primi dazi di Trump per Messico e Canada confermano che l’obbiettivo non è ridurre il deficit commerciale USA

Subito sospese le tariffe del 25% per i prodotti importati da Messico e Canada, mentre con la Cina è in corso una trattativa. Il riequilibrio del deficit commerciale pare non essere più un obbiettivo per il presidente Trump. Il mondo si interroga sulle sue reali intenzioni. Chi trema più di tutti è la UE, le sue ferree regole di bilancio e il desiderio di un "Euro" forte, non le permetterebbero di sopravvivere senza l'export verso gli Stati Uniti.

7 Febbraio 2025 | Attualità, Geopolitica, News | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Parte la girandola dei dazi e subito Donald Trump la ferma. Messico e Canada sono stati i primi ad essere colpiti dal provvedimento del Tycoon, ma dopo gli immediati colloqui con i rispettivi presidenti, Trump ha deciso di congelare e posticipare di 30 giorni la loro introduzione contro i due Paesi, arginando per il momento la crisi “isterica” che avvolge l’economia globale da quando il presidente degli Stati Uniti minaccia di colpire l’export del mondo con tariffe a due cifre.

Pochi o forse nessuno riesce a decifrare quello che passa nella testa di Trump, ma forse, la cosa che preoccupa ancor di più, è il forte sospetto che nemmeno lui sappia quello che realmente vuole ottenere attraverso questo suo fare sconclusionato, con il quale da giorni minaccia di imporre massicci dazi a tutto il pianeta, ipotizzando ritorsioni per poi arrivare con trattative serrate a un rinvio con annesso negoziato, come è avvenuto nei confronti dei governi di Città del Messico e Ottawa.

E’ stato sufficiente un colloquio con la presidente messicana Claudia Sheinbaum e due con il primo ministro canadese Justin Trudeau, ricevendo in cambio garanzie sul loro impegno al contrasto ai traffici di migranti illegali e fentanyl, affinché entrambi non entrino in USA, che la presunta crisi commerciale con i due vicini sembra rientrata.

Risulta chiaro a questo punto, visto quanto è accaduto con Messico e Canada, che tassare le importazioni per riportare in equilibrio il forte deficit commerciale statunitense, non può essere più considerato come l’obbiettivo che Trump ha sempre dichiarato.

Del resto, già alcune settimane fa con un articolo sul tema, avevo messo in guardia chi mi legge sul bluff del Tycoon riguardo ai dazi, una misura fiscale che in primis colpisce l’economia e la ricchezza reale del paese che la impone. Quindi poco credibile, se non in una logica di politiche predatorie di governi che si rendono partecipi al saccheggio del proprio paese.

Anche il fatto che svalutare il dollaro, pare non rientrare nelle intenzioni di Trump, è un ulteriore conferma che non c’è nessuna intenzione di riportare in equilibrio la bilancia commerciale. Ricordo che, per un paese in deficit commerciale, non esiste alternativa alla svalutazione della propria valuta se vuole percorre la strada che lo riporti verso il surplus. In un sistema economico globale, come è quello attuale, dove insieme ai beni si trasferiscono anche i capitali e con il dollaro ancora valuta di riserva mondiale, lasciando che il mondo acquisti dollari, anche a fronte di un calo delle importazioni negli Stati Uniti, le probabilità che il dollaro si apprezzi sulle altre valute e quindi tale apprezzamento annulli l’effetto dei dazi sui paesi colpiti, sono altissime.

Sarebbe gravissimo se gli economisti di Trump, non avessero considerato questo elementare principio che ci fornisce la dottrina economica. E Trump di de-dollarizzare il mondo neanche ci pensa lontanamente. Anzi, di tutto punto ha minacciato più volte di colpire con i dazi i paesi di area BRICS plus, qualora smettessero di usare il dollaro o intendessero sostituirlo con altre valute di riserva.

Anche questa minaccia, capite bene, ci porta alla conferma che l’obbiettivo non è la bilancia commerciale. E’ facilmente comprensibile, come spiegato sopra, che imporre dazi ed allo stesso tempo imporre di usare la propria valuta, sono due azioni che vanno in direzione opposta rispetto ad un obbiettivo dichiarato di riequilibrio dei deficit commerciali.

Persino il New York Time si interroga su cosa voglia davvero Trump da Canada e Messico, arrivando a concludere che le richieste del presidente sono talmente difficili da misurare che potrebbero addirittura far parte di una strategia di propaganda politica “spicciola”, finalizzata a dichiarare vittoria quando lo ritiene opportuno.

Le conclusioni del quotidiano di area democratica naturalmente sono di parte e vanno ricondotte all’interno di quella che è la propaganda politica, ma Trump con le sue dichiarazioni, sta veramente mettendo a dura prova le capacità di analisi di molti. L’assenza di chiarezza negli obiettivi nei confronti di Canada e Messico pare proprio faccia parte di una strategia. E seppur il fentanyl, la “droga degli zombie”, è una vera e propria piaga per gli Stati Uniti, come del resto chi entra illegalmente dalle frontiere con il Messico, almeno pubblicamente, Trump, è stato piuttosto vago su quelli che sono i parametri di riferimento per valutare il livello di cooperazione dei suoi vicini.

Pensate, ieri l’altro dal suo Studio Ovale – mentre ribadiva alla stampa il sogno di vedere il Canada diventare il 51mo Stato americano – rispondendo alla domanda se ci fosse qualcosa che Trudeau potesse fare per evitare i dazi, il presidente ha risposto: “Non lo so”. Salvo poi tornare di nuovo sul tema della bilancia commerciale, per ridare fiato al “bluff”: “Abbiamo grandi deficit (commerciali, ndr) con il Canada come con tutti i Paesi”.

Agli oppositori che etichettano il Tycoon come uno che “prospera nel caos e nell’incertezza”, ha risposto la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt sottolineando che Trump è stato “incredibilmente chiaro” sulle sue motivazioni per i dazi, spiegando che “il presidente sta rendendo molto chiaro sia al Canada che al Messico che gli Stati Uniti non saranno più una discarica per droghe mortali ed esseri umani illegali”.

Dunque, ricapitolando, le tariffe del 25% su Canada e Messico sono momentaneamente sospese mentre quelle del 10% sui prodotti provenienti dalla Cina sono in fase di trattativa. Riguardo alla Ue invece il Telegraph rivela che il presidente Usa sta prendendo in considerazione l’idea di imporre una tariffa del 10% su tutte le importazioni provenienti dall’Europa, graziando forse la Gran Bretagna, nel più classico stile divide et impera.

Ed è proprio il vecchio continente quello che rischia maggiormente dall’introduzione dei dazi da parte di Trump. Questo per le caratteristiche ibride che rappresenta questo agglomerato di paesi, uniti solo nella moneta, i cui governi, cosa ancor più grave, si sono addirittura autoimposti di non esercitare la propria sovranità in materia fiscale e monetaria.

Con una tale struttura, priva di sovranità, appositamente creata per servire le oligarchie europee, dove l’interesse elitario prevale da sempre su quello dei popoli, è pressoché impossibile sperare in una pronta e appropriata reazione comune da parte dei paesi europei e chi li controlla da Bruxelles, all’impatto che l’economia europea avrebbe con la perdita del mercato Usa.

di Megas Alexandros

 

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte