Le tariffe di Trump? un “bluff” provato dalla dottrina economica

E' partita la lotteria delle "tariffe" di Trump. Chi sarà il paese più colpito? La destra italiana al governo esalta l'azione del Tycoon, ma nessuno ha ben compreso che potrebbero essere proprio la UE e l'Euro i destinatari del "bluff"

24 Gennaio 2025 | Attualità, Economia, Geopolitica, News | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

E’ dalla fine della seconda guerra mondiale che gli Stati Uniti importano molti più beni e servizi dal mondo di quelli che esportano, in cambio di numeri elettronici locati dentro i computer della Federal Reserve (Fed). Sì, avete capito bene! nell’era delle monete fiat, chi oggi esporta un bene, fondamentalmente lo fa in cambio di un estratto conto (numeri elettronici, ndr) detenuto presso la banca centrale del paese che ha importato quel bene.

Sono quindi quasi 80 anni, che l’economia americana, quella che tutti noi consideriamo la più forte al mondo, vive e prospera all’interno di questa equazione, che le consegna il titolo di importatore netto. In sostanza, è quasi un secolo che gli americani guidano le macchine prodotte in Cina e Giappone, fumano sigari cubani e bevono vino italiano.

Facciamo un passo indietro nella storia e torniamo a quei mesi di intense trattative che seguirono quel 2 settembre del 1945, data in cui fu dichiarata la fine del conflitto mondiale. Se ipoteticamente, gli Stati Uniti paese vincitore della conflitto, a riparazione dei danni di guerra avessero imposto al Giappone di consegnare loro 2 milioni di auto all’anno, tutto il mondo sarebbe insorto per l’immoralità di tale provvedimento.

Bene, questo non fu certo richiesto allora, ma la realtà ci mostra che, per lunghi anni il Giappone ha di fatto esportato circa 2 milioni di auto all’anno negli Stati Uniti. E lo ha fatto in piena coscienza e desideroso di farlo per ottenere in cambio dollari americani, ovvero, come già spiegato numeri dentro i computer della Federal Reserve.

Sempre ipoteticamente, se durante tutto questo periodo, un giorno il governo degli Stati Uniti avesse detto al Giappone e i giapponesi, che per un “virus” improvviso i loro computer erano impazziti e questi dollari non esistono più, cosa avrebbero potuto fare i giapponesi detentori di conti in dollari presso la Fed? avrebbero potuto riprendere indietro le loro auto? certo che no!

La risposta quindi è niente! non avrebbero potuto fare niente. Come non può fare niente oggi la Russia e i cittadini russi detentori di riserve in dollari non più disponibili per loro, in conseguenza del blocco dei loro risparmi dovuto alle sanzioni, decretate dal governo americano. A questo punto, potete comprendere ancora meglio quanto esposto fino ad ora, e come non ci sia differenza fra quanto accaduto con le sanzioni alla Russia e quanto sarebbe potuto accadere al Giappone in virtù di un supposto “virus” dentro i computer della Fed.

Compreso questo, la narrativa da sempre creata e portata avanti da politici e stampa, intorno alla bontà e la ricchezza  di un paese, derivante dal suo essere un esportatore netto, cade come cade una pera marcia dall’albero.

La ricchezza reale di un paese non si misura quindi in base alle sue esportazioni, ovvero beni prodotti internamente con sudore il cui godimento poi è di altri. Ma, in termini di beneficio reale, si quantifica con i beni prodotti internamente più quelli importati, sottratti quelli che il paese esporta. La somma algebrica di queste tre entità è l’effettiva quantità di beni di cui gode realmente il paese, quindi la vera ricchezza reale.

Del resto, se gli Stati Uniti vengono considerati all’unanimità l’economia più grande e ricca del mondo, pur essendo da sempre importatori netti, come non credere a quanto vi sto dicendo!

Le ragioni di tutto questo però non si limitano solo all’esempio più concreto. Esistono anche delle logiche in quanto a dottrina economica, confortate dalla matematica contabile. In un sistema economico chiuso come lo è quello del mondo identificato con il pianeta Terra, il risultato della somma algebrica tra paesi importatori e paesi esportatori, è sempre imprescindibilmente zero.

Quindi siamo di fronte ad un problema prettamente fisiologico, ciò vuol dire che a fronte di un soggetto che intende esportare un bene, occorre la volontà di un altro ad importarlo.

E qui arriviamo, al tema dell’articolo e di questi giorni: le “tariffe”, che già da prima di insediarsi alla Casa Bianca, Donald Trump sta minacciando con estremo furore, di imporre a destra e sinistra a chi intende esportare beni e servizi negli Stati Uniti.

Naturalmente sul tema se ne leggono di tutti i colori, e come sempre le considerazioni in merito da parte della politica e dei mezzi di informazione ad essa allineati, privilegiano più la propaganda che l’esposizione della verità.

La prima considerazione da fare, se abbiamo ben compreso chi ci guadagna di più in termini reali quando un bene esce dal paese, è che l’effetto delle tariffe minacciate da Trump, va ricondotto ad puro masochismo da parte di chi le dispone, volto a punire chi ti sta fornendo l’utilizzo di un bene reale in cambio di numeri elettronici creati dal nulla.

Le tariffe di fatto imporrebbero agli americani una diminuzione delle loro qualità di vita se non supportate da una produzione interna che possa sostituire i prodotti dall’estero ai quali si sta rinunciando.

A questo punto, porsi la domanda sul perché Trump lo voglia fare, è d’obbligo. E molti non si sono tirati indietro a correre nel fornire la loro spiegazione. Trattandosi spesso di politici e giornalisti della politica, è chiaro che ognuno di loro cerca di dare risposte utili alla propaganda di parte. Per chi oggi fa parte del governo italiano e cerca con ogni mezzo di accreditarsi le simpatie del Tycoon, è facile schierarsi dalla sua parte con argomentazioni che poi, se analizzate con occhio esperto si sciolgono come neve al sole.

E’ il caso del deputato e economista Claudio Borghi, che non si è lasciato sfuggire l’occasione di dire la sua a sostegno di Trump in merito alle tariffe che vorrebbe imporre anche ai paesi europei e quindi anche all’Italia.

“Benedetto figliolo”, dovremmo dirlo noi a lui! ancora con questa bilancia commerciale passiva, che a detta di Borghi, il nuovo inquilino della Casa Bianca, avrebbe avuto la sfortuna di ereditare. Sinceramente viene da sorridere, dal momento che pressappoco, in termini deficit, stiamo parlando della stessa bilancia commerciale che nel gennaio del 2021 Trump lasciò in eredità a Biden. E come vi ho descritto sopra, della stessa situazione che negli Stati Uniti perdura da quasi 80 anni.

Ma quello ancora più grave è il giudizio tecnico che Borghi ci fornisce, affermando che per ridurre il deficit commerciale, sono certamente preferibili i dazi alla svalutazione del cambio. L’affermazione è del tutto avventata. In un mondo dove il trasferimento internazionale di asset finanziari supera quello dei beni reali, la non svalutazione del cambio annulla l’effetto che si vuole provocare con le tariffe sulla bilancia commerciale. Quindi e’ sbagliato porre i dazi in alternativa alla svalutazione del cambio.

Mi spiego meglio, se impongo tariffe del 10% sui prodotti cinesi e per questo motivo l’export cinese si riduce, ed allo stesso tempo mantengo inalterati gli investimenti cinesi in asset finanziari in dollari, quello che ottengo è una svalutazione dello yuan nei confronti del dollaro. E quando questa svalutazione avrà raggiunto il 10%, in quel preciso istante, avrò ottenuto l’azzeramento dell’effetto delle tariffe. Ecco che i cinesi potranno tornare ad esportare alle stesse condizioni con cui lo facevano in precedenza.

Quindi, in conclusione, se Trump volesse veramente ridurre il deficit commerciale non può prescindere da una forte svalutazione del cambio del dollaro nei confronti delle altre valute. Così da rendere più convenienti i propri prodotti.

Allora, la domanda ritorna ancora ed è sempre la stessa: perché Trump vuole imporre le tariffe?

E’ difficile essere nella testa del Tycoon, certamente un punto fondamentale del suo programma politico è quello di ritornare a produrre con forza dentro gli Stati Uniti, e quella che è anche un’altra certezza è la sua forte allergia ai massicci surplus commerciali di paesi come la Cina e la Germania. Se la Cina, di tutta evidenza, ha già svoltato verso politiche economiche con ampi deficit governativi volti a sostenere la domanda interna, chi ancora non ha la minima intenzione di sentirci da questo orecchio è la Germania e l’Europa dell’euro.

E con molta probabilità, il “bluff” di Trump sulle tariffe è indirizzato proprio a far crollare la UE e tutte le sue regole che hanno portato il continente a non consumare più e gli europei alle soglie del terzo mondo. Con una classe elitaria che è arrivata fin dentro il deep state di Washington per dare vita all’era della globalizzazione, alla quale Trump pare proprio voler mettere fine.

di Megas Alexandros

Articoli Correlati

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte