di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Quando la scorsa settimana Draghi, dalle colonne del Financial Time, si è detto meno preoccupato dei dazi di Trump sulle nostre economie, rispetto a quanto le stesse sono già danneggiate dalle “barriere” interne alla Unione europea, molti si sono chiesti a cosa si riferisse realmente l’ex governatore della Banca Centrale Europea con queste parole.
La risposta ci arriva direttamente da una analisi confezionata dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), alla quale Draghi fa riferimento.
Dice Draghi: «Abbiamo un mercato interno che ha una dimensione simile a quello degli Usa. Abbiamo il potenziale per agire su scala. Ma il Fmi stima che le nostre barriere interne siano equivalenti a dazi di circa il 45% per il settore manifatturiero e del 110% per i servizi». Draghi ha perciò sottolineato: «Spesso siamo il peggior nemico di noi stessi».[1]
In pratica, l’analisi direbbe che se i dazi di Trump inciderebbero del 25%, le “barriere” interne ai paesi Ue, già presenti dalla sua nascita, che fanno parte quindi della sua struttura, avrebbero inciso negativamente sulle nostre economie per quasi il doppio nel settore manifatturiero e più di quattro volte per la fornitura di servizi.
Raccontata così, anche l’uomo della strada sobbalza sulla sedia, di fronte ai decenni occorsi a Mario Draghi e ai consulenti del FMI, per avvertirci.
La realtà invece, è che hanno aspettato così tanto a dircelo perché faceva comodo loro aspettare, non certo per mancanza di professionalità.
Ma, in definitiva cosa sono queste “barriere”?
Le “barriere” interne alla Ue, a cui fa riferimento Draghi, non sono altro che tutte quelle regole e trattati insiti nella struttura stessa della Ue, che sappiamo bene essere nata per servire le élite e non i popoli. Regole, che riassunte in un semplice concetto chiaro e comprensibile a tutti, rappresentano il freno appositamente apposto alla spesa in deficit da parte degli Stati membri.
Sì, è stata proprio la mancanza di spesa pubblica sufficiente e una tassazione oltre ogni limite di sopportazione a creare uno scenario di alti costi per il commercio interno all’Europa, e rendere quindi impossibile il crearsi di condizioni ottimali per lo sviluppo di imprese innovative nell’Ue.
Del resto i dazi sono tasse, e quello che ci conferma Draghi, con la voce bassa del reo confesso, cittadini ed imprese europee di tasse ne hanno già pagate fin troppe in questi decenni.
A Draghi fa eco il FMI, sullo stato di salute delle imprese europee, che in questi anni hanno gareggiato ad “handicap” con i loro concorrenti d’oltreoceano: «Le grandi imprese leader europee innovano e crescono meno di quelle Usa, mentre le giovani aziende a forte sviluppo hanno un peso minore nell’economia. Questi motori di crescita della produttività sono in affanno, così l’Europa soffre anche di una sovrabbondanza di imprese mature stagnanti».[1-ibidem]
Il Fondo Monetario Internazionale, per decenni ferreo controllore dei nostri conti, sottolinea come la rimozione di tali “barriere”, consistenti nel rigore fiscale, sia determinante per una ripresa del nostro sistema economico e per tornare a crescere: «il ruolo fondamentale dell’eliminazione delle barriere intraeuropee per migliorare il dinamismo delle imprese e rilanciare la produttività». Questo punto deve essere integrato da «riforme nazionali che riducano le barriere all’ingresso delle imprese, ne facilitino l’uscita e rimuovano i disincentivi fiscali e normativi alla crescita».
Si parla addirittura di “riforme” a livello nazionale. Gergo politichese per dire che tocca ai governi spendere e rendere più agevole la legislazione se vogliamo veramente riportare i popoli a lavorare e consumare anche dentro il paese. Ridurre le barriere all’ingresso delle imprese, significa incentivarle attraverso livelli di tassazione più bassi degli attuali e normative più semplici (“rimuovere i disincentivi fiscali e normativi alla crescita”, ndr).
Pensate, i dati del Fmi ci dicono che l’intensità degli scambi commerciali tra Paesi Ue è meno della metà di quella all’interno degli Stati Uniti. I costi medi del 45% tra Paesi Ue nel settore manifatturiero sono circa il triplo di quelli negli Stati Uniti. Questi sono dati inconfutabili che ci mostrano quanto sia stata diversa l’azione del governo di Washington in questi anni rispetto a quella dei governi europei.
Recentemente sono uscito con un articolo, che mostrava come le note idee di pensiero neoliberista in campo economico, siano state applicate molto di più in Europa che negli Stati Uniti. Questi dati sono una ulteriore conferma.
La totale mancanza di denaro pubblico diretto all’economia reale è stata una zavorra per la produttività, che lo hanno reso il principale problema per lo sviluppo dell’economia europea. Le stime del Fmi segnalano che se le barriere interne nell’Ue fossero per ipotesi allo stesso livello di quelle Usa, ci sarebbe un incremento della produttività europea di quasi il 7%. Se si osservano soltanto i dati relativi ai beni, le barriere interne sono alte soprattutto nell’agricoltura, nel tessile e nell’elettronica.
L’FMI e Draghi attraverso i dati arrivano anche a certificare quanto sia fallimentare una politica economica improntata sulle esportazioni. Dal 1999 la quota di export sul pil è aumentata in misura significativa (dal 31% al 55%) nell’Eurozona, mentre in Cina è aumentata soltanto dal 34% al 37% e negli Stati Uniti dal 23% al 25%.
La politica mercantilista della Ue, ci viene venduta come una necessità proveniente dalla difficoltà che è venuta a crearsi negli scambi interni. Ma questo sappiamo bene essere stata una strategia programmata e messa in atto da una precisa volontà politica di andare verso una austerità senza fine.
Questa apertura «era un vantaggio in un mondo in fase di globalizzazione. Ma ora è diventata una vulnerabilità», rileva Draghi. Tutte “balle” per giustificare il passato, la politica mercantilista non è mai un vantaggio per il paese che la applica. O meglio, se un vantaggio c’è quello è per pochi eletti. Ma la maggioranza è condannata alla sofferenza e alla precarietà. E’ la realtà che stiamo vivendo.
Affidare la crescita della nostra economia e il benessere comune alla spesa di altri governi è molto più incerto che affidarla alla spesa del nostro governo. Il perché è ben comprensibile, almeno credo!
Ma ormai il cambio di rotta dall’austerità al deficit è in atto da parte degli stessi che per anni ci hanno condannato attraverso il rigore dei conti pubblici alla precarietà. C’è un esercito da costruire e poi purtroppo da usare. I soldi che mai ci sono stati per sanità, istruzione e lavoro, oggi improvvisamente appaiono per produrre armi e bombe.
Quando capirete che sulla moneta e il debito pubblico ci stanno prendendo in giro!
di Megas Alexandros
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