L’importanza del credito bancario, quando lo Stato decide di non creare moneta.

L'Italia ultima tra le economie avanzate per rapporto debito pubblico/credito bancario. Governati e banchieri stanno riportando la moneta nel paese all'era feudale.

1 Luglio 2026 | Attualità, Economia, MMT | 0 commenti

Introduzione

Sono ben lieto di aver stimolato le seguenti riflessioni dell’amico Olindo, partorite sotto l’ombrellone di una “domenica bestiale” per il caldo terribile, arrivato fin troppo presto in questa stagione. Riflessioni che sostanzialmente condivido e ripubblico, con l’obbiettivo di stimolare un ampio dibattito sull’importanza della creazione di moneta da parte di quei soggetti che Warren Mosler, con lungimiranza, identifica come agenti dello Stato: le banche commerciali.

Ottenere credito o non ottenerlo, spesso e volentieri fa la differenza, fra vivere e morire in senso economico ed in casi estremi anche fisico. E credo sia del tutto superfluo spiegare come il rifiuto alla concessione di un prestito da parte delle banche, possa significare per la maggior parte di noi, la rinuncia ad un bisogno vitale e per molte aziende il proprio fallimento.

Dunque benché la moneta proveniente da un prestito, obblighi chi la riceve al suo rimborso; nell’immediato permette il soddisfacimento del bisogno e/o la possibilità di continuare a lavorare per conseguire redditi futuri nella valuta dello Stato.

In poche parole, i prestiti sono moneta che si aggiunge all’economia per sostenere la domanda. E non occorre essere economisti per sapere come crisi e fallimenti, siano sostanzialmente conseguenza di una domanda non soddisfacente.

Da cosa è guidata la domanda?

Tutti risponderebbero: dai bisogni di chi opera e vive nel sistema economico.

Sì, il bisogno è elemento essenziale per la decisione finale di acquistare un bene o un servizio. Ma, nei sistemi economici moderni, guidati dalla valuta dello Stato – la quale ricordo rappresenta un monopolio – senza fornire in cambio la valuta che lo stato emette, nessuno è disposto a vendere il proprio lavoro o i propri beni. Di conseguenza, ancor prima del bisogno, diventa essenziale possedere la valuta dello Stato.

Chi produce la valuta dello Stato?

I canali di produzione – ovvero il modo con il quale la valuta arriva nelle nostre tasche – sono soltanto due:

  1. La spesa in deficit dello Stato;
  2. I depositi che le banche commerciali creano quando concedono un prestito;

E’ chiaro che di fronte ad uno Stato come il nostro che da tre decadi non spende in deficit per l’economia reale, per consumare, investire e crescere, non resta che affidarsi al credito bancario.

Ora, se come dimostrano i dati che riporto qua sotto, oltre al rubinetto del governo, pare si sia otturato anche quello del credito, non c’è da meravigliarsi se la crescita del Pil e dei salari, di quello che una volta era il “belpaese”, sia ferma allo ZERO ormai da troppo tempo.

L’Italia ha un rapporto debito pubblico/credito privato di 1 a 0,6 circa – questo significa che a fronte di circa 3100 miliardi di debito pubblico (creazione di moneta netta con la spesa in deficit dello Stato), abbiamo circa 2000 miliardi di credito bancario.

Ultimamente stampa ed economisti mainstream con le opposizioni al seguito – solo per pura propaganda politica – non perdono occasione per esaltare la crescita economica della Spagna rispetto alla nostra stagnazione. Non ho gli strumenti per valutare la politica fiscale del governo spagnolo, ma certamente, in base ai dati della tabella, un rapporto debito pubblico/credito privato quasi doppio del nostro, pone pochi dubbi sul ruolo fondamentale giocato dal credito rispetto ai dati economici positivi registrati nel paese iberico.

Se poi guardiamo alla Francia, il rapporto sulla moneta messa a disposizione del popolo francese è ancora più elevato. Un dato così basso pone l’Italia tra i “casi rari” all’interno delle economie europee. Ed esaltare un indebitamento privato non elevato, per chi comprende la natura dei flussi monetari, paradossalmente si traduce in un autogol per il settore privato. Questo perché riduce sensibilmente i mezzi di pagamento a disposizione per rendere stabile il nostro sistema economico.

Ora concedetemi una importante precisazione. Con quanto esposto non voglio assolutamente infondere in chi mi legge da sempre, il dubbio che mi stia allineando al perfetto neoliberista – il quale incoscientemente crede che i sistemi economici possano vivere senza incorrere in crisi sistemiche, esclusivamente con il credito, senza la creazione di attività finanziarie nette (AFN) da parte degli stati con la spesa pubblica in deficit. Al contrario, il debito pubblico (le AFN), è elemento fondamentale e rappresenta il patrimonio netto che sostiene la struttura creditizia.

Fabio Bonciani

Buona Lettura


Segui i soldi 

La frase del grande martire Giovanni Falcone è sempre più vera.

di Olindo Cervi

Oggi mi sono preso una bella responsabilità. Ho risposto a un post del mio amico Fabio Bonciani che, essendo un grandissimo conoscitore della MMT, la possibilità di fare figure di …… è elevatissima. Vediamo se riesco a cavarmela.

Fabio, concordo pienamente e il tuo ragionamento è tanto semplice quanto devastante nella sua chiarezza.

Il punto di partenza è corretto: la moneta è creazione ex nihilo, sia pubblica che privata. Dal punto di vista del circuito monetario, ciò che conta è che la moneta venga emessa che sia spesa pubblica a deficit o credito bancario privato.

Entrambi i canali immettono potere d’acquisto nell’economia reale e creano attività finanziarie nette per qualcuno.

La differenza fondamentale, lo sappiamo bene, è che la spesa pubblica crea Attività Finanziarie Nette (AFN) per il settore privato in aggregato, mentre il credito bancario crea un’attività per il debitore ma anche una passività speculare: la moneta-credito si autoannulla quando il prestito viene rimborsato.

È moneta che nasce e muore nel ciclo del debito.

Però, questo è il tuo punto cruciale, finché il credito bancario è in circolazione, è funzionalmente moneta. Alimenta i pagamenti, i salari e gli investimenti.

Se quello stock si restringe, lo stock di moneta operativa si restringe. Punto.

Il confronto Spagna/Italia/Francia è illuminante. Spagna 1500 mld di debito pubblico e 1500 mld di credito bancario al settore privato: rapporto 1:1.

Francia probabilmente 1:1 o forse 1:2 come dice Zibordi (dato interessante da verificare con le statistiche BCE sulla M2/credito domestico).

Italia: 3000 mld di debito pubblico e soli 1500 mld di credito bancario con un rapporto 1:0,5.

Questo non è un dato neutro ma la fotografia di un’economia che è stata dissanguata da entrambi i lati simultaneamente: trent’anni di avanzi primari hanno drenato AFN dal sistema, e la contrazione del credito bancario ha ulteriormente ridotto lo stock monetario circolante.

Il risultato aritmetico è inevitabile: meno moneta in circolazione = meno domanda aggregata = PIL stagnante = salari fermi.

Non è un problema di competitività, non è colpa del cuneo fiscale, non è questione di riforme strutturali. È semplicemente scarsità monetaria indotta da scelta politica scellerata.

Sulla storia degli avanzi primari, aggiungo: l’Italia ha trasferito risorse reali all’estero per decenni sotto forma di saldo positivo delle partite correnti e di interessi pagati ai creditori non residenti. Questo mentre veniva drenata internamente.

Un capolavoro di impoverimento sistemico presentato come “rigore” e “credibilità”. La battuta sulle cipolle è esatta, non è una battuta.
Il PIL è denominato nella valuta di conto. Se quella valuta scarseggia, il PIL espresso in quella valuta non può crescere, a prescindere da quante cipolle vengano prodotte. È come pretendere che un rubinetto eroghi più acqua chiudendo il rubinetto a monte.

La “competitività” invocata dalla vulgata mainstream è irrilevante se la domanda interna è soffocata dalla mancanza di mezzo di scambio.
Le esportazioni possono compensare parzialmente, ma non possono sostituire un mercato interno funzionante per una grande economia come la nostra.

Sul punto di Zibordi sulla Francia: se il dato fosse 1:2, sarebbe straordinariamente significativo. Vorrebbe dire che le banche francesi hanno più che compensato ogni carenza di spesa pubblica con espansione creditizia privata, costruendo uno stock monetario circolante doppio rispetto al debito sovrano.

Se il sistema bancario è orientato a espandere il credito produttivo (non speculativo), può effettivamente sostenere la domanda aggregata in modo robusto. Non è la soluzione MMT perché manca la componente di AFN nette che solo la spesa pubblica a deficit fornisce, ma è certamente meglio della desertificazione monetaria italiana.

Sulla proposta Mosler per l’Italia garanzia pubblica al credito privato.

Quella è una proposta genuinamente intelligente e pragmaticamente realizzabile anche dentro l’eurozona, perché non richiede formalmente “creazione di moneta sovrana” ma usa la garanzia statale come leva per espandere il credito bancario con orientamento produttivo. È lo Stato che si sostituisce al proprio potere monetario con un potere di garanzia che è molto meno potente, ma non irrilevante.

Mosler l’ha declinata in vari modi: garanzia sui prestiti alle PMI, credito garantito per l’occupazione, sussidi all’impiego mediati dal sistema bancario. Sono tutte varianti dello stesso principio: usare il bilancio pubblico come amplificatore del moltiplicatore creditizio, in assenza della possibilità di spendere direttamente a deficit senza vincoli.

La chiusura sul “minor indebitamento privato come virtù” è il punto più politicamente tagliente. Quella narrativa è il trionfo dell’ideologia sulla realtà contabile.

Meno debito privato = meno moneta in circolazione.

Celebrare la “virtù” dell’Italia per il basso indebitamento delle famiglie italiane, mentre simultaneamente si piange per la stagnazione dei consumi, è semplicemente non capire come funziona il sistema monetario.

I due fenomeni sono la stessa cosa vista da angolazioni diverse.

La “prudenza” delle famiglie italiane non è una virtù culturale: è la risposta razionale a un sistema che ha gradualmente tolto loro il reddito e la sicurezza del futuro. Risparmiano per paura, non per saggezza.

Il quadro complessivo che emerge è quello di un’economia che da trent’anni subisce un processo di deflazione monetaria strutturale a due lati contrazione fiscale e contrazione creditizia mentre il ceto dirigente e i “giornalai” continuano a parlare di riforme strutturali come se il problema fosse l’offerta e non la domanda.

Andare a fondo su questo tema, con i dati comparativi tra paesi eurozona sul rapporto debito pubblico/stock creditizio privato, sarà la mia prossima ricerca per il prossimo articolo.

di Olindo Cervi

Fonte: Segui i soldi – Olindo Cervi

Articoli Correlati

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte