di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Non passa giorno senza assistere alla martellante propaganda messa in atto dalla politica e dell’informazione (anche quella così detta indipendente), su quanto l’euro sia stato un progetto pensato per l’arricchimento dei popoli del nord Europa, con Germania e Francia indicati come i maggiori beneficiari.
Da sempre sostengo che non è cosi. Anche perché non essendo la UE una unione fiscale, il destino economico dei singoli popoli è totalmente nelle mani dei governi nazionali.
L’ennesima conferma che i veri beneficiari delle politiche economiche che girano intorno alla moneta unica sono molto più vicino a noi, di quanto vogliono farci credere, ci arriva dagli ultimissimi dati prodotti dalla FABI (Federazione Autonoma Bancari Italiani). Alla fine del 2025 — secondo quanto ci racconta il sindacato più rappresentativo in Italia per i lavoratori del settore bancario — la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ha raggiunto il record storico di 6.487,7 miliardi di euro. In un solo anno è aumentata di 446 miliardi, il 7% in più. Rispetto al 2020, la crescita supera i 1.600 miliardi.
Letti isolatamente, questi dati — frutto di una elaborazione di statistiche della Banca d’Italia — ci regalano una fotografia di un paese che pare si stia arricchendo rapidamente. Questo nonostante — sempre da fonti Bankit, confermate pochi giorni fa da Eurispes — quasi 7 italiani su 10 con estrema difficoltà arrivano a fine mese.
Come può stare in piedi un contrasto così evidente è presto detto: basta osservare da dove proviene questo notevole aumento di ricchezza e chi sono i beneficiari ultimi.
- il valore delle azioni possedute dalle famiglie è passato da 974 a 2.077 miliardi, crescendo del 113%;
- i titoli sono saliti da 248 a 524 miliardi, con un aumento del 111%;
- i fondi comuni sono passati da 689 a 902 miliardi, crescendo del 30,8%;
Andiamo ora a smontare questa illusoria rappresentazione, utile solo alla propaganda di un governo il cui consenso è ormai ridotto ai minimi termini, ma nella realtà non cambia di una virgola le già pessime condizioni economiche della maggioranza degli italiani.
Intanto cominciamo a dire che una parte consistente dell’aumento non deriva da 446 miliardi di nuovi risparmi (attività finanziarie nette – AFN) messi da parte dalle famiglie in un anno. Deriva dalla rivalutazione degli strumenti finanziari già detenuti. E dal momento che nel settore privato il denaro non si moltiplica al netto, è chiaro che tali valori sono solo sulla carta. Qualora uno dei soggetti intendesse portare a casa il risultato positivo, cristallizzando la plusvalenza, per pura evidenza contabile dall’altra parte ci saranno uno o più soggetti che dovranno farsi carico della perdita relativa, per un importo equivalente.
Ricordo che, solo lo stato con la spesa in deficit e nessun altro, può aggiungere risparmio netto (AFN) nella sua valuta dentro il settore privato. E in un paese come il nostro dove la regola è chiudere i bilanci pubblici in avanzo primario, ciò che fa realmente aumentare i risparmi di famiglie benestanti, rentiers e mondo finanziario, è la spesa per interessi sui titoli del debito pubblico. Una spesa alquanto regressiva, l’unica che governi fedelmente improntati al dogma della spending review dovrebbero tagliare, che invece si guardano bene dal farlo.
E qui arriviamo al punto che analizzato in aggregato diventa politicamente più ingannevole. Decenni di politiche economiche al servizio della rendita, consegnando denaro in quantità proporzionale a chi già ne possiede, hanno contribuito ad allargare la scala sociale del paese con effetti devastanti sulla nostra economia reale.
Oggi, per la maggioranza degli italiani, la necessità principale non è più quella di proteggere il risparmio, ma di possederlo. E’ chiaro che chi non arriva a fine mese, non lo fa perché investe in titoli o in azioni, ma perché per costoro “risparmiare” è diventato niente più che un verbo. Il mix letale tra stipendi reali che scendono costantemente da decenni e la contemporanea salita dei prezzi nei settori più vitali, hanno confinato le nostre vite nel debito; altro che risparmi da investire e proteggere.





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