Al popolo ucraino non interessano le “terre rare” ma che la guerra finisca

3 Marzo 2025 | News | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

L’atto più contrario all’interesse dei popoli, intrapreso da chi li comanda, è certamente la guerra. Questo per due semplici motivi. Primo perché quando il potere elitario che governa un paese, decide di intervenire militarmente lo fa sempre per esclusivo interesse della classe dominante, e secondo perché a combattere e morire sono sempre i popoli, le cui condizioni, una volta terminato il conflitto, tornano ad essere pressoché quelle che erano prima che iniziasse.

Ho fatto questa premessa per parlare di quanto sta accadendo nei giorni scorsi, dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, pare aver finalmente preso in considerazione la via diplomatica per arrivare al più presto a porre fine al conflitto tra Russia e Ucraina.

L’uso della via diplomatica anziché quello delle armi, sostenuto fin dall’inizio del conflitto anche dalla maggioranza degli italiani, del tutto inascoltata, sia dal governo Draghi prima che quello attuale presieduto da Giorgia Meloni, è certamente il modo migliore per ottenere il risultato che più interessa al popolo ucraino, ovvero interrompere l’ecatombe di morti che questa guerra ci consegna ogni giorno fin dal suo inizio.

E’ chiaro che finché consegni armi, bombe, missili e soldi, a uno dei due contendenti, la guerra non potrà mai finire. Questo è quello che è successo fino ad oggi, con i governi europei (Italia in testa, ndr) e quello degli Stati Uniti, totalmente allineati nell’armare il presidente ucraino Volodomyr Zelensky, affinché conducesse una guerra, di fatto per procura, contro la Russia. Con il fine ultimo e folle, di sconfiggere l’esercito di Putin e far incassare il bottino alle loro élite.

Il rischio non calcolato o quanto meno volutamente ignorato dall’amministrazione Biden insieme alla maggior parte dei governanti europei, di poter arrivare al punto di non ritorno, rappresentato dallo scoppio di un conflitto su scala mondiale, per di più nucleare, si è fatto sempre più concreto con il passare del tempo.

Di fronte a questo scenario realmente apocalittico, sorprende come – dopo il real-show televisivo, andato in onda dentro lo studio ovale, nel quale dopo un duro scontro Trump ha di fatto abbandonato Zelensky al suo destino – persino chi da sempre sosteneva la necessità dell’uso della diplomazia per risolvere il conflitto, come il noto professore Alessandro Orsini, abbia preso le parti del presidente ucraino, il quale non pare per niente intenzionato a voler cessare il fuoco.

Facciamo un passo indietro. Donald Trump, fin da molto tempo prima di essere eletto alla presidenza del suo paese, ha sempre sostenuto che con lui alla Casa Bianca, questa guerra non sarebbe mai iniziata. E una volta eletto presidente degli Stati Uniti, ha immediatamente dato seguito a quello che era il suo intento di far terminare il conflitto usando la diplomazia e non le armi.

I suoi rappresentanti hanno incontrato immediatamente quelli russi, in terra neutra di Arabia, con i quali pare aver gettato le basi per chiudere un accordo che possa far tornare la pace tra i due paesi. E’ chiaro come raggiungere l’accordo con Putin fosse la parte più difficile, dal momento che la Russia, risulta vincitrice sul campo. Senza dimenticare che i motivi di fondo del conflitto risalgono alla persistente espansione verso est del mondo occidentale unito sotto la bandiera della NATO.

Reso chiaro che per far desistere Putin è essenziale che il mondo occidentale fornisca a lui e al suo paese le garanzie richieste, è altrettanto chiaro come spetti alla forza più grande dentro la NATO, fare una importante e significativa marcia indietro. E’ l’occidente che ha spinto e sostenuto l’Ucraina a non rispettare gli accordi di Minsk. Ed è lo stesso mondo occidentale a non aver rispettato le promesse fatte a Mosca all’alba della caduta del Muro di Berlino (1989), quando i leader dei maggiori paesi della Nato, garantirono che l’Alleanza atlantica non sarebbe avanzata verso Est «neppure di un centimetro».

Una promessa smentita dai fatti, visto che da allora ben 14 paesi sono passati dall’ex impero sovietico all’alleanza militare atlantica. Da qui le contromosse di Putin: la guerra in Georgia, l’occupazione della Crimea, l’appoggio ai separatisti del Donbass, lo schieramento di oltre centomila soldati al confine con l’Ucraina, infine la dura linea diplomatica con cui ha ribattuto alle minacce di sanzioni da parte di Usa ed Ue: «Mosca è stata imbrogliata e palesemente ingannata».

E’ la stessa Angela Merkel, protagonista di allora, ad ammette oggi candidamente che Kiev ha usato il tempo messo a disposizione dagli accordi di Minsk (mai rispettati dai nazi-golpisti, a partire dalle clausole sull’arretramento delle artiglierie pesanti e, soprattutto, sulla necessità di trattative dirette tra Kiev e Donetsk-Lugansk e la concessione di uno status speciale al Donbass) per diventare più forte militarmente.

L’Ucraina del 2014- 15, dice la Merkel a Die Zeit, «non era l’Ucraina di oggi. Come abbiamo visto nei combattimenti per Debaltsevo all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto facilmente conquistarla. E dubito fortemente che ci fosse molto che i paesi della NATO avrebbero potuto fare allora, come stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina.

Sapevamo tutti che si trattava di un conflitto congelato, che il problema non era stato risolto, ma è stato proprio questo a far guadagnare tempo prezioso all’Ucraina». [1]

Ed invece, di fronte al presidente degli Stati Uniti pronto a dare tutte le garanzie a Putin, colpo di scena, dentro lo Studio Ovale, Trump e il vice presidente JD Vance si sono ritrovati davanti un “highlander” pronto a combattere fino all’ultimo ucraino.

Ora, prendendo coscienza della realtà sul campo, opportunamente ricordata da Trump a Zelensky – ovvero se Biden non avesse rifornito a più non posso di armi l’Ucraina, la guerra sarebbe durata quindici giorni e non tre anni – una domanda da uomini onesti dobbiamo farcela: chi da tutto questo coraggio a Zelensky?

La risposta è una sola: i poteri che guidano la Ue con affianco quelli che fino a poco tempo fa la propaganda ci presentava come i “cattivi” traditori della Ue stessa per aver messo in atto la Brexit, ovvero i colonialisti e guerrafondai per eccellenza e “struttura genetica” rappresentati dalle famiglie potenti del Regno Unito.

Del resto come sono loro, improvvisamente tornati uniti intorno alla preda, che in questi anni, hanno spinto a più non posso la precedente amministrazione americana a sostenere ad oltranza l’azione bellica e sanzionare la Russia. Per non parlare delle élite italiane, diabolicamente unite a sostenere ed incoraggiare Draghi prima e la Meloni poi, su una posizione guerrafondaia, del tutto non condivisa dalla maggioranza del popolo italiano.

Non solo, ora che l’Alleanza Atlantica (NATO), si sta sciogliendo come neve al solo per volontà di Trump, in Ue si sta correndo a “stampare” tutti quei soldi che era “tremendamente” proibito stampare per dare lavoro alla gente, per armarsi e dare vita ad un potente esercito comune.

Attenzione, la storia parla chiaro. Quando le famiglie europee – dai chiari cromosomi “fascisti” – che da secoli detengono il potere nel vecchio continente, hanno deciso di unirsi, il risultato conseguente non è mai stato piacevole per i popoli. Non occorre ricordare cosa ha portato nel cuore dell’Europa, molto meno di un secolo fa, l’unione dei poteri fascisti italiani con quelli nazisti tedeschi.

E’ la stessa unione di intenti (perché le famiglie al potere non cambiano in una generazione, ndr), che ha portato, a pochi anni dalla fine del conflitto mondiale, nuovamente ad unire l’Europa intorno ad una moneta. E anche qui sappiamo bene quale è stato ed è tutt’ora il risultato per i popoli europei, per averli uniti con la moneta Euro.

E la storia, a differenza di molti italiani e del Presidente Mattarella, pare averla studiata bene il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, che in una intervento live televisivo, ci ha ricordato come le più grandi tragedie degli ultimi 500 anni del mondo, siano avvenute grazie alla politica messa in atto nel vecchio continente, con un ruolo degli Stati Uniti, molto meno “istigatore” ed “incendiario” di quanto la propaganda voglia farci credere:

“Per 500 anni, tutte le tragedie del mondo sono nate in Europa o grazie alla politica europea:
la colonizzazione, le guerre, le crociate, la guerra di Crimea, Napoleone, la prima guerra mondiale, Hitler e, se si guarda alla storia retrospettivamente, gli americani non hanno avuto un ruolo così istigatore, tanto meno incendiario,” (cit. Sergey Lavrov).

Immaginiamoci se ora dopo essere uniti nella moneta, ci uniamo anche negli eserciti, in quello che è il piano di Mario Draghi per arrivare al più presto a federare l’Europa anche senza la sovranità popolare. Da qui ad attaccare la Russia di Putin per prendersi la rivincita e scatenare l’ennesima guerra mondiale il passo da compiere è breve per la follia di chi ci governa.

Già sento le voci che arrivano dal “bar” sotto casa che ripetono le parole di Orsini, sul fatto che quello che interessa a Trump è solo prendere le “terre rare” degli ucraini.

Guardate, che quello che interessa al popolo ucraino, non è certo chi sarà a gestire tali risorse. Tanto che a gestirle sia una multinazionale americana, un oligarca ucraino o Putin, per loro il risultato finale non cambia. Le loro vite dipendono sempre dalle politiche che metteranno in atto i loro governanti. A loro, quello che in questo momento cambierebbe realmente la vita, è fare in modo di non perderla sotto le bombe. E questo può avvenire solo e soltanto se si pone fine alla guerra.

di Megas Alexandros

Nato:

[1] Angela Merkel: ricordi e bugie sugli accordi di Minsk – Contropiano

 

 

 

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte