Bassa produttività o basso consumo della produzione? perché l’Italia non cresce?

25 Ottobre 2025 | Attualità, Economia, News | 2 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Zitti tutti parla Mario!

L’ex governatore della Banca Centrale Europea, ovvero la figura istituzionale più influente e determinante per le sorti del nostro paese degli ultimi 30 anni è tornato a pontificare. L’Italia ed i salari degli italiani non crescono a causa della bassa produttività che da decenni caratterizza la nostra economia. Questo si legge sulle colonne del Corriere della Sera, che riporta le parole di Mario Draghi con le quali, in una conversazione con Francine Lacqua di Bloomberg alla «Citadel Future of Global Markets», l’ex premier riferendosi agli Stati Uniti, riconduce all’aumento della produttività l’apparente resilienza mostrata dall’economia statunitense ad una potenziale inflazione a seguito degli interventi della Casa Bianca su immigrazione, dazi e deficit.

Premesso che oltreoceano sono ancora oggetto di studio gli effetti sulla produttività e quindi sulla competitività economica degli investimenti in tecnologia, quello che ci interessa è l’Italia. Per quanto ci riguarda, i numeri ci raccontano una storia purtroppo per noi non edificante. Mediamente la produttività è cresciuta dello 0,4% dal 1995 fino a oggi, secondo i dati Istat. Se andiamo a vedere le cifre fornite dall’Ocse (l’associazione dei Paesi più industrializzati) e da Eurostat, vediamo che tra il 2003 e il 2023 la produttività cumulata in Italia è cresciuta del 2,5% mentre in Germania è salita del 16%, in Spagna addirittura del 18%. E negli ultimi anni, mentre nel resto d’Europa si è stabilizzata, in Italia è addirittura scesa. Il discorso non cambia se si guarda alla produttività totale dei fattori (Ptf), quella che include progresso tecnologico e uso congiunto di capitale  e lavoro. Rimaniamo attorno a un +0,4%.

Draghi parla di quanto avvenuto nel trentennio passato in Italia, come se fosse colpito da una forma avanzata di dissociazione cognitiva, che lo porta ad identificarsi come spettatore rispetto a quanto accaduto anziché come principale attore nell’aver messo in atto tutte quelle politiche economiche che di fatto hanno portato la nostra economia ad una condizione di perenne status recessivo. Del resto, solo pochi mesi fa, lo stesso Draghi, in uno dei pochissimi momenti di onestà intellettuale che hanno caratterizzato la sua esistenza, confessava quanto fosse sbagliato sacrificare la crescita salariale sull’altare della competitività esterna. Sottolineando come questa strategia abbia aggravato il ciclo di reddito, portando a consumi sempre più deboli.

Ed è proprio il “consumo” la voce che immediatamente dobbiamo abbinare alla “produzione” e alla produttività se vogliamo capire il perché della mancata crescita nel belpaese. Perché produrre senza consumare, sappiamo tutti a cosa porta: fallimenti, licenziamenti ed aumento della perdita dei consumi.

Cosa è la “produttività” tanto desiderata dal mondo neoliberista?

La produttività è una misura dell’efficienza del processo produttivo calcolata come rapporto tra output e input e si riferisce all’efficienza con cui un’economia utilizza le sue risorse per generare beni e servizi. È calcolata come il rapporto tra la quantità di output prodotto e la quantità di input utilizzati nel processo produttivo.

Esistono diverse forme di produttività, tra cui:
  • Produttività del lavoromisura l’output per lavoratore per ora lavorata.
  • Produttività del capitalecalcola l’output rispetto al capitale impiegato nella produzione.
  • Produttività multifattorialeconsidera simultaneamente tutti fattori di produzione che contribuiscono all’output.
La crescita della produttività è fondamentale per spiegare l’aumento del prodotto di un’impresa e, livello aggregato, di un’industria di un paese. Un incremento della produttività può derivare da vari fattori, tra cui:
  • Progresso tecnicoinnovazioni tecnologiche che migliorano l’efficienza produttiva.
  • Organizzazione del lavorouna migliore gestione organizzazione delle attività produttive.
  • Divisione del lavorospecializzazione dei lavoratori che consente di aumentare l’output.

Ed è proprio ai pochi investimenti in ricerca e sviluppo messi in atto nel paese, anche per la mancanza di grandi imprese, nonché per alla scarsa digitalizzazione, che Draghi ed i suoi seguici del pensiero neoliberista, sempre più spesso fanno ricorso per trovare scuse e giustificazioni alla mancata crescita dovuta al fallimento delle politiche economiche che i nostri governi hanno intrapreso seguendo le loro indicazioni.

La domanda che dobbiamo porci è: con quali mezzi finanziari gli imprenditori italiani avrebbero potuto investire in innovazione e tecnologia, di fronte ad una realtà che li ha visti in questi anni essere depredati con veemenza da una azione fiscale sempre più opprimente da parte dello Stato e con un accesso al credito divenuto sempre più inaccessibile con l’aggravarsi della crisi economica in corso?

Sono state proprio le note politiche austere “lacrime e sangue”, attraverso le quali i governi hanno sistematicamente prelevato denaro dal lavoro per consegnarlo alla rendita a suon di avanzi primari, la causa principale dei mancati investimenti in tecnologia che oggi Draghi ci presenta come necessari per ottenere una crescita economica.

Non solo, anche la deflazione salariale, che ha fatto perdere capacità di spesa a famiglie e lavoratori, ha contribuito in modo determinante a togliere dai bilanci delle aziende, in termine di perdita di fatturato, i mezzi finanziari necessari agli investimenti. Senza nemmeno dimenticare che i fatturati stessi sono la benzina che alimenta il motore della crescita.

Quindi il “consumo” è elemento fondamentale per far crescere l’economia. In prima battuta contribuisce ad aumentare i fatturati e quindi il Pil del paese, e poi conferisce alle aziende la linfa finanziaria necessaria agli investimenti che permettono di aumentare la produttività.

Ma, logica vuole, che una produttività in aumento a sua volta necessita di maggior quantità di denaro da dedicare al consumo, altrimenti si torna ad interrompere quella identità contabile che permette di evitare i fallimenti e la perdita di quei posti di lavoro che compromettono ancor di più il consumo stesso della produzione.

Ad una attenta analisi logica il pensiero di Mario Draghi e degli economisti che si fanno portatori delle idee neoliberiste è pieno di contraddizioni che ne minano la sua credibilità. L’aumento della produttività e quindi della produzione, non può essere la soluzione al problema della crescita, se contemporaneamente non consideriamo anche il consumo. Quindi, politiche economiche volte alla distruzione della domanda interna, come quelle messe in atto da Monti e sostenute in passato anche da Draghi, sono in netto contrasto con l’obbiettivo dichiarato della crescita. Ed infatti la realtà del nostro paese, con i dati appena esposti, ci conferma che dalla loro introduzione la nostra economia è priva di crescita.

Ed anche inseguire il “folle” obbiettivo di crescere con i soldi degli altri attraverso le esportazioni, si è dimostrato errato alla prova dei fatti. E’ lo stesso Draghi a confermare che paesi importatori netti come gli Stati Uniti, sono cresciuti di più rispetto a paesi come l’Italia che pur essendo tornata in surplus commerciale, non cresce.

Qualcuno potrebbe obiettare che gli Stati Uniti abbiano raggiunto tale risultato in conseguenza del così detto privilegio del dollaro, cosa assurda per chi conosce a fondo la reale natura degli scambi commerciali in moneta fiat. L’India, tanto per citare un paese che certamente non gode di una valuta di fama internazionale, nonostante un forte deficit della bilancia commerciale, ha ottenuto tassi di crescita ben più elevati che in USA.

E’ chiaro quindi che la crescita ed il conseguente benessere di un paese, non dipendono esclusivamente dall’aumento della produttività ne tantomeno da quello che fanno le altre nazioni, bensì dalle politiche economiche messe in atto dai singoli governi. Ed è altrettanto chiaro come sia la quantità e la qualità della spesa messa in atto dai nostri esecutivi, lo spartiacque che separa le nostre vite dal vivere o meno in una “buona economia”.

Fino ad ora ho espresso concetti e tematiche quali appunto la produzione, il consumo e l’investimento, tutti riconducibili alla moneta e quantificabili in denaro. E’ chiaro che in un sistema economico basato sulla moneta, non è possibile produrre, consumare ed investire, senza la disponibilità di denaro. E dal momento che la moneta per sua natura è un monopolio pubblico, è pacifico che in tutto questo il ruolo dello Stato è fondamentale, in quanto unico fornitore insieme ai suoi agenti (le banche commerciali), della valuta oggetto del suo monopolio.

Sorvolare su questo aspetto o renderlo secondario, significa per chi ci governa, non aver compreso quale sia la cura ai nostri mali, o peggio ancora, averla compresa ma operare coscientemente in modo eversivo in danno al popolo italiano e nell’interesse di una ristretta élite, violando quelli che sono i principi fondanti della nostra Repubblica, a partire dal Lavoro.

Far mancare deliberatamente la quantità di denaro necessaria agli investimenti per fornire occupazione e consentire il consumo della produzione, è un atto delinquenziale che i nostri governanti ormai commettono da troppo tempo, senza che vi sia dietro nessuna reale motivazione o impedimento tecnico. Il denaro lo crea lo Stato “dal nulla” quando spende ed immediatamente diventa risparmio netto da spendere nelle tasche del settore privato. Denaro che non è da restituire a nessuno, ma che rimane in circolo dentro il sistema economico, finché lo Stato stesso non decide di richiederlo indietro in pagamento delle tasse.

L’Italia oggi non ha un problema di bassa offerta di produzione ed il primo problema da affrontare non è la bassa produttività bensì il consumo della produzione stessa. La gente non esce dal supermercato perché sono finiti i prodotti sugli scaffali o perché ha esaurito i propri “bisogni” di acquisto, ma perché ha finito i soldi da poter spendere. Gli italiani oggi non rinunciano a cambiare la propria auto perché i saloni delle concessionarie sono vuoti e privi di modelli disponibili, bensì perché non dispongono del risparmio necessario per acquistare una nuova autovettura. Questo deve essere chiaro e comprensibile.

Da qui a rendere infantile la teoria sui salari che non crescono perché abbiamo bassa produttività, il passo è breve e logico. Se aumentiamo i salari per via fiscale, aumentando di conseguenza la capacità di spesa di lavoratori e famiglie, vedremo come d’incanto apparire la crescita ed i mezzi finanziari necessari agli investimenti in tecnologie ed innovazioni necessarie per il tanto propagandato aumento della produttività.

E chi, deve mettere in tasca degli italiani il denaro necessario affinché la produzione possa essere consumata, se non che lo Stato produttore di denaro in regime di monopolio!

E’ inutile propagandare l’incremento della produttività, quale soluzione alla crescita, come sta facendo Mario Draghi, se poi alla luce dei fatti la produzione non può essere consumata perché i governi si rifiutano di spendere in deficit per fornire il denaro necessario ad acquistare la produzione stessa.

Non so se vi rendete conto, siamo di fronte ad una pura follia, che qualcuno dovrebbe sbattere in faccia una volta per tutte a Mario Draghi e chi come lui sostiene queste questi concetti totalmente privi di logica elementare, riguardo ai temi come la produttività all’interno di un sistema economico.

di Megas Alexandros

 

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2 Commenti

  1. Maurizio

    E’ un piacere leggerti per quello che scrivi e per come lo scrivi…
    Grazie,
    mz

    Rispondi
    • Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

      Grazie, troppo gentile. Felice per l’apprezzamento e per essere di aiuto nella comprensione della materia economica.

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte