di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Mancano i soldi per sanità, scuole e lavoro e si torna a parlare di patrimoniale. Introdurre nuove tasse e aumentare la pressione fiscale è l’unica lingua che la politica riesce a parlare, di fronte ad un governo che in linea con i precedenti, deliberatamente si autolimita per scelta politica nella creazione della valuta di cui detiene il monopolio, per stabilizzare l’economia del paese.
Con le finanze pubbliche che si fanno sempre più fragili e la distanza che cresce tra chi ha molto e chi fatica ad arrivare a fine mese, governo, opposizione e sindacati, da giorni sono tornati a recitare la loro parte in quello che è il teatro del dibattito politico. A lanciare la prima “fiammata” è stato il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che ha proposto di introdurre un contributo straordinario dell’1% sui patrimoni superiori ai due milioni di euro. Secondo gli studi del sindacato, una misura del genere garantirebbe fino a 26 miliardi di euro di entrate da destinare a sanità, scuola e lavoro.
L’improvvisa alzata di tono di Landini è stata l’occasione per far rialzare la testa ad una opposizione ormai ai minimi storici in termini di credibilità e consenso, se consideriamo il fatto che ormai quasi la metà degli italiani non si reca più alle urne. Mostrare agli italiani come l’attuale esecutivo difenda i più ricchi a scapito di lavoratori e pensionati, è la stessa verità che la sinistra nascondeva quando era al governo. Secondo i dati citati dal Partito Democratico, la pressione fiscale complessiva è passata dal 41,7% del Pil nel 2022 al 42,8% nel 2025, toccando il livello più alto dell’ultimo decennio: “la promessa di tagliare le tasse è stata smentita dai fatti” ha gridato il responsabile economico del Pd, Antonio Misani.
Anche Giuseppe Conte, capo del Movimento cinquestelle, come era prevedibile, non ha fatto sconti. Dimenticati i giorni in cui lui stesso seduto sulla poltrona più alta di Palazzo Chigi – seppure avvantaggiato dalla pandemia – operava sulla stessa linea “austera” dell’attuale esecutivo, infischiandosene di occupazione e consumi – ha tuonato: “Il governo Meloni è rassicurante solo per banche e giganti del web”
Al coro si è aggiunto anche Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra, la destra “difende i ricchi e ha abbandonato i poveri”, in un Paese dove la povertà assoluta tocca oggi 5,7 milioni di persone e oltre 1,3 milioni hanno rinunciato a curarsi per motivi economici.
A rendere serene le notto insonni dei i “ricchi” e le élite che la ordinano, ci ha pensato subito Giorgia Meloni, con un tweet “rassicurante” che vale più di un decreto:

La risposta del governo è stata immediata e senza sfumature: “Le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della sinistra, ma con la destra al governo non vedranno mai la luce”, ha scritto Giorgia Meloni in un post sui social.
Quanto ci piacerebbe che tale fermezza e chiarezza di pensiero, fosse espressa da un nostro governante anche quando si tratta di tutelare gli interessi della maggioranza che lavora anziché di chi vive con la rendita. Dopo tutto, è la Costituzione stessa che conferisce i poteri al nostro primo ministro ed alla sua squadra di governo, a sancire in modo chiaro che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro e non sulla rendita elitaria.
Pensate, per Giorgia Meloni e per l’intera coalizione di centrodestra, la patrimoniale rappresenterebbe una tassa “ideologica” perché colpirebbe il risparmio privato, considerato un pilastro dell’economia italiana, e scoraggerebbe gli investimenti. Peccato che oggi, dopo decenni di austerità, questo sia diventato il “pilastro” sul quale le classi elitarie del nostro paese hanno fondato il loro progetto di saccheggio del nostro risparmio. Un piano ben congegnato messo in atto con la complicità dei nostri governanti, che nel trentennio passato ha portato oggi meno dell’1% della popolazione a controllare una quota di ricchezza superiore a quella posseduta complessivamente dal 70% dei cittadini.
Dirvi che negli Stati Uniti – ovvero il paese da sempre indicato come il nostro padrone da chi preferisce il complottismo alla verità – tale percentuale scende al 30%, rende l’idea di quanto tale progetto oligarchico abbia cromosomi totalmente italiani. Cosa che risulta ancora più chiara se confrontiamo il nostro meccanismo di tassazione con quello degli altri paesi del mondo. Persino con quelli dei paesi appartenenti alla UE, oggi indicato dagli stessi come nostro principale aguzzino.
La proporzionalità richiesta in Costituzione nel calcolo delle imposte sui redditi, è da decenni ormai totalmente elusa nei provvedimenti fiscali dei nostri governi. Come si può affermare il rispetto del principio secondo cui chi guadagna di più debba contribuire maggiormente in termini proporzionali, quando nel paese l’aliquota massima Irpef del 46-47%, includendo le addizionali regionali e comunali, scatta già a 50 mila euro di reddito.
Si pensi, che nel paese di Trump, tale aliquota, scatta da un reddito ben 10 volte superiore (500 mila dollari), e con 50mila dollari si è tassati al 12% a livello federale, più qualche punto in ogni stato. Ma anche il confronto con i principali paesi membri della UE, segnala differenze enormi: in Francia la soglia massima, del 45%, comincia solo dai 157mila euro. E a 50mila si paga appena il 30%, il 13% meno di noi. In Germania si è considerati ricchi (e tassati al 45%) oltre i 260mila euro. A 50mila l’aliquota è del 39%.
Se poi andiamo ad analizzare il tutto a livello di paesi del G7 ci accorgiamo che gli altri sono il paradiso fiscale dei ceti medi: Regno Unito, Giappone e Canada colpiscono i redditi da 50mila euro col 20%, meno della metà di noi. Le aliquote massime britannica e giapponese sono del 45%: a Londra oltre i 175mila euro (150mila sterline), a Tokyo ce ne vogliono 312mila (40 milioni di yen). Il Canada è quello che tratta meglio i suoi Paperoni: lo scaglione massimo è solo del 33% e scatta a 150mila euro (216mila dollari canadesi).
Come possiamo vedere, siamo un caso unico fra i Paesi del G7: abbiamo contemporaneamente l’aliquota massima che inizia più in basso di tutti, e l’aliquota più alta per i redditi da 50mila euro.
Insomma, da noi basta guadagnare 2.500 al mese per essere considerati Paperoni. È qui, con un intervento a monte, più che sui patrimoni, che si dovrebbe intervenire. Non è possibile che stiano nello stesso scaglione Irpef i redditi dei ceti medi e quelli dei miliardari. I quali godono in pratica di una flat tax. Si eviterebbe così di assistere a tutta quella inutile ed odiosa propaganda ogniqualvolta qualcuno si sveglia proponendo una patrimoniale. Ma soprattutto si eviterebbero le tante sofferenze in termine di rinunce, a cui gli italiani sono stati costretti in questi anni, in conseguenza di un allargamento della scala sociale senza precedenti, ottenuto appunto per le “delinquenziali” vie fiscali intraprese dai governi e certificate dai numeri appena esposti.
Ulteriore conferma che il progetto di distruzione della nostra classe media da parte di chi ci governa in asservimento alla classe elitaria del paese, fosse iniziato ben prima dell’Euro, ci viene dall’excursus temporale con cui sono state via via abbattute le aliquote per i più ricchi: nel 1973 arrivavano al 72%, sceso dieci anni dopo al 63%, e via via fino all’attuale 47%.
E nel mentre si abbassavano ai ricchi, contemporaneamente si alzavano al ceto medio. Una operazione che come ben possiamo valutare niente ha a che vedere con l’Euro e l’Unione Europea, eccetto che essere utilizzati quest’ultimi come scusa, per procedere indisturbati al saccheggio del paese.
Quindi, in conclusione, parlare di patrimoniale è fuorviante ed equivale alla stessa propaganda messa in atto per tassare gli extra profitti delle banche. Sono i governi stessi che in questi anni hanno consentito l’accumulo di patrimoni in poche mani e che le banche ottenessero questi enormi guadagni. Quindi, se le intenzioni fossero veramente quelle di invertire la rotta, dovremmo necessariamente ripartire da un ripristino del principio costituzionale della progressività fiscale, di fatto abolito dai 50mila euro in su.
di Megas Alexandros





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