di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
In economia, il nirvana resiste fintanto che, chi vende e chi compra, come colui che esporta e l’altro che importa, non desiderano entrambi la stessa cosa. Questo, naturalmente se parliamo di aziende, cittadini e famiglie, in quanto utilizzatori della moneta e appartenenti al settore privato. Se parliamo invece di stati sovrani emettitori in regime di monopolio della propria valuta, tale problema svanisce di colpo e lo stato di pace e felicità caratteristica della religione buddista (il così detto nirvana, ndr), è del tutto possibile anche dentro paesi che hanno bilance commerciali in passivo.
Del resto, stiamo parlando di un tema a carattere prettamente fisiologico che non può non tener conto dell’identità contabile a somma algebrica zero risultante dagli scambi che avvengono sul pianeta Terra. E gli esempi di paesi che vivono e progrediscono, seppur in presenza di una bilancia commerciale passiva, ne sono la prova concreta. Non ultimo gli Stati Uniti, ma potremmo citare anche l’Australia che lo ha fatto per anni o anche l’India attuale, in costante crescita, che viaggia in passivo con le import/export da oltre 20 anni.
In termini commerciali, nell’ultimo trentennio, le politiche di Washington e quelle di Bruxelles, sono andate d’amore e d’accordo, proprio perché da una parte c’era chi voleva esportare e dall’altra chi era disposto ad acquistare i beni prodotti nel vecchio continente. E questa è stata certamente anche la chiave di volta per mantenere in vita la moneta comune europea, dal momento che per il mantenimento della rendita elitaria, chi ci comanda ha preferito confinare i popoli nella povertà, pur di mantenere una sostanziale parità artificiale tra l’euro e il dollaro, imponendo una austerità sempre più massiccia nella spesa dei governi.
Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, che pare essere affetto dallo stesso loop mentale che da decenni assilla la politica europea verso l’ossessione per una bilancia commerciale in deficit, le cose potrebbero cambiare molto per la UE. Perdere le quote del mercato americano per chi produce in questa Europa, che da sempre se ne frega del mercato interno, significa solo e soltanto tre cose: fallimenti, aumento della disoccupazione e povertà.
Evitare tutto questo agendo di conseguenza, non sarebbe così difficile, se solo si seguissero i dettami della dottrina economica quella vera e non quella affetta dai mantra neoliberisti che guidano le politiche dei nostri governanti. Sarebbe sufficiente rimettere denaro in tasca agli italiani per consumare e lasciar andare il cambio per annullare l’effetto che le tariffe di Trump avrebbero sulle nostre aziende produttrici. Ma questo probabilmente non piace a chi ha grandi quantità di risparmio ed opera sui mercati internazionali, poiché vede calare il proprio potere di acquisto. E come sappiamo i nostri governanti ormai hanno da tempo occhi solo per l’economia finanziaria, mentre considerano quella reale soltanto un bacino dove pescare il consenso per scalare posizioni nella classifica del Potere.
Premesso che lo Stato ha sempre la possibilità di rendere minime le ferite per chi lo comanda, questo appena esposto non è solo un problema di numeri, ma vale lo status di democrazia per qualsiasi paese. La distribuzione equa della ricchezza ed un benessere diffuso, sono alla base di ogni stato democratico moderno.
Dicevamo, sia Trump che la UE, sono dentro lo stesso loop, entrambi vorrebbero migliorare le loro bilance commerciali senza affrontare la svalutazione delle proprie valute. E per di più desiderosi anche di attrarre nei loro paesi i capitali altrui. Operazione questa che, andando inevitabilmente nella direzione di un apprezzamento della loro valuta, li allontana ancora di più dalla meta desiderata.
Insomma, in Europa non intendono minimamente abbandonare le politiche mercantiliste che li vede produrre beni per poi farli godere ad altri, e ora negli Stati Uniti, pare invece che abbiano tutta l’intenzione di smettere di godere dei beni prodotti in Europa e nel mondo. Il disallineamento è chiaro e di questo passo, dal momento che l’Europa non potrà più godere dei deficit statunitensi, se i governi nazionali non interverranno a loro volta, quantomeno per pareggiare tale mancanza di afflusso di denaro, è “contabilmente” certo che qualcuno nel paese ci lascerà le penne.
La politica mercantilista, ovvero quel “folle” progetto di politica economica che mira a perenni e sempre maggiori surplus commerciali, è frutto del pensiero dogmatico proveniente dal mondo neoliberista, che identifica nel “denaro” il modo in cui si misurano le vittorie e le sconfitte in economia. Tradotto in equazione il pensiero di Trump, in modo alquanto semplice può essere così identificato: gli altri ottengono i nostri soldi dal commercio, vincono loro; noi otteniamo i loro soldi dai dazi, vinciamo noi.
Questa equazione, ripeto ha un valore per noi comuni cittadini e le aziende che operano nel settore privato, costretti ad ottenere denaro per vivere, risparmiare e pagare le tasse, ma non per lo Stato, che in cambio di beni si ritrova ad essere titolare di numeri elettronici allocati sui computer delle banche centrali. Numeri elettronici che è in grado di creare da solo nella quantità che desidera, e spenderli per costruire una “buona economia” dentro il proprio territorio.
Una bilancia commerciale passiva, non consiste in un debito per il sistema economico del paese, come molti falsamente intendono far credere. Il saldo negativo di una bilancia commerciale, misura la quantità di estratti conti nella nostra valuta detenuti dai paesi che ci hanno fornito beni e servizi. Nessuna prestazione è richiesta al paese e i suoi cittadini in cambio di questi estratti conti. L’unica cosa che può accadere quando costoro venderanno la nostra valuta, è il cambio del nome sugli estratti conto dentro i computer della nostra banca centrale.
Molti si interrogano sul perché il nuovo presidente degli Stati Uniti abbia intrapreso questa strada, ma sinceramente, le motivazioni sono secondarie rispetto a quanto accadrà alla nostra economia se il nostro governo continuerà, in modo miope, con le medesime politiche di austerità comandate da Bruxelles e utili solamente a chi ha già abbastanza risparmio per continuare a saccheggiare il paese e rendere schiavo il popolo.
di Megas Alexandros





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