Europei molto più poveri degli americani dal 2008. Cadono tutte le teorie complottiste sulla dipendenza dai poteri d’oltreoceano.

26 Dicembre 2024 | Economia, Geopolitica | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Passano i giorni e si aggiungono i tasselli al puzzle, che serve a smentire la narrativa propagandistica sul fatto che niente si può fare a Roma, Parigi e Berlino che Washington non voglia.

Se fosse vero che le nostre politiche economiche sono dettate direttamente dalla Casa Bianca o da qualche agente segreto della CIA, come fantasticano i soliti siti complottisti, sarebbe logico credere che le stesse fossero applicate anche negli Stati Uniti. Ed invece oltreoceano a differenza che da noi, dove un boom economico manca ormai da decenni, pare proprio si apprestino a viverlo a breve.

Basta un piccolo confronto storico per capire l’enorme paradosso economico e cogliere in pieno le dimensioni del gap tra Stati Uniti e Unione europea. Vicine ed alleate da sempre sul piano geopolitico – come dimostra l’attuale intervento congiunto nel conflitto in corso tra Russia e Ucraina ed il pieno sostegno ai massacri che da sempre Israele compie nei confronti dei palestinesi – sono invece sempre più distanti sul piano delle risorse e delle prospettive di crescita.

Vale la pena ricordare, a chi giustifica le politiche economiche di austerità messe in atto dai nostri governanti, coprendosi dietro il deep state americano, che non duecento anni or sono, ma, appena tre lustri fa, nel 2008 l’economia europea era più grande di quella degli Stati Uniti. Lo hanno scritto due analisti dello European Council on Foreign Relations, Jeremy Shapiro e Jana Puglierin: «Nel 2008 l’economia dell’Ue era leggermente più grande di quella americana: 16,2 trilioni di dollari contro 14,7. Nel 2022, l’economia statunitense era cresciuta fino a 25 trilioni di dollari, mentre l’Ue e il Regno Unito insieme avevano raggiunto solo 19,8 trilioni. L’economia americana è ora più grande di quasi un terzo. È più del 50% più grande dell’Ue senza il Regno Unito». [1]

Se poi guardiamo ai rispettivi redditi nazionali pro-capite, scopriamo che la forbice, ridotta significativamente nei primi anni del nuovo secolo, dopo il 2005, è andata ampliandosi sempre più e oggi è pari quasi al 30%. Non ricollegare, anche a livello temporale, questa inversione di rotta all’introduzione della moneta unica ed alla follia di tutte quelle regole introdotte con cui i governi si sono autolimitati nello spendere, significa soprattutto essere profani di fronte all’essenzialità delle politiche economiche anticicliche, che solo chi emette la moneta in regime di monopolio, può rendere effettive dentro i sistemi economici.

Benché pandemia, inflazione e guerre in corso, hanno fatto sì che l’Italia non fosse più il grande malato d’Europa, spostando il radar più a nord, in direzione di Berlino. C’è da stare poco sereni, perché il nostro paese continua a non crescere in termini di Pil reale ed il divario con l’economia statunitense si sta allargando ancor di più. Anche se la strategia di puntare il dito verso paesi come Francia e Germania, oggi in difficoltà per le stesse ragioni che lo siamo noi da anni, può servire alla propaganda politica per mascherare il persistente stato di stagnazione della nostra economia, il risultato finale però è quello che l’economia europea ed in particolare quella italiana, sta sempre più “divorziando” da quella degli Stati Uniti in termini di crescita.

Per quel niente che può contare il dato economico di un singolo paese dentro una unione monetaria con fiscalità separate, in termini macroeconomici la Germania con le sue esportazioni ha contribuito per anni a contenere il divario tra il valore dell’economia europea e quella statunitense. Pur lasciando inalterati gli enormi squilibri con i paesi periferici, dovuti appunto alla mancanza di quei trasferimenti fiscali, indispensabili per chi decide di adottare la stessa moneta. Una visione miope quella dei falchi tedeschi – per la quale oggi ne stanno pagando le conseguenze – quella di poter vivere solo di esportazioni, impedendo di spendere a coloro che erano i principali importatori dei loro prodotti in Europa.

Oggi che Berlino è entrato nel tunnel di una re cessione del quale non si vede la fine, non esiste alternativa, a quella di un cambio di rotta in quanto a politiche economiche espansive, abbandonando l’austerità ed il rigore dei conti che ha caratterizzato fin dalla sua introduzione il sistema-euro, se vogliamo ridurre il gap con gli Stati Uniti.

Ma il gap oggi non è solo numerico riguardo al benessere generalizzato che vede la maggioranza dei popoli europei sempre più poveri. Decenni di politiche di austerità estrema ed una fiscalità sempre più oppressiva rispetto agli Stati Uniti, hanno tagliato le gambe agli investimenti pubblici e privati in settori fondamentali per lo sviluppo quali la tecnologia e le Università.

Il ritardo nel settore tecnologico è ormai siderale rispetto ad oltreoceano. E’ sufficiente una breve analisi per avere un quadro completo: i giganti americani, Amazon, Apple, Google e Microsoft, dominano notoriamente anche in Europa. Se guardiamo la classifica delle maggiori aziende tecnologiche del mondo, per capitalizzazione di mercato, vediamo che le prime sette sono americane e che tra le prime 20 ci sono solo due aziende europee: la Asml, multinazionale olandese specializzata nella produzione di macchine per fare microchip, e la Sap, multinazionale tedesca specializzata in software gestionale, che per inciso è l’ultima tech company tedesca di livello mondiale nata negli ultimi 50 anni. Non bastasse, gli americani fanno spesso shopping tra i campioni europei: come Skype, acquistata da Microsoft nel 2011, e DeepMind, passata a Google nel 2014. Il ritardo europeo nell’intelligenza artificiale è enorme anche rispetto alla Cina.

Anche in tema di Università, la decadenza del continente europeo è evidente. La solita mancanza di investimenti ha reso realtà che oggi soltanto un ateneo europeo compare tra i primi 30 al mondo, secondo due delle principali classifiche internazionali, Shanghai e THE: Parigi Saclay al 16° posto in una e l’Università Tecnica di Monaco di Baviera nell’altra.

Parlando in termini geografici di continente europeo, la Gran Bretagna si difende bene con bastioni storici come Cambridge, Oxford, Imperial College, Ucl e altre, ma gli inglesi sappiamo bene non fanno più parte della UE da tempo ed anche quando erano dentro la “famiglia”, si sono sempre tenuti la loro moneta. Questo ha permesso ai loro governi di affrancarsi totalmente dalle politiche di austerità imposte da Bruxelles ai paesi membri ed allinearsi in termini di deficit di bilancio agli Stati Uniti nelle tre decadi passate.

E chiaro che senza università top non ci sono startup, ma soprattutto marginalità inesistenti ed un mercato quello europeo con domanda sempre più decrescente e quindi prospettive quasi certe di fallimento, toglie ogni velleità di intraprendere a chi ha idee e progetti in testa.

Guardando ai semiconduttori, altro settore che produce ciò che è oggi essenziale per le catene produttive, il confronto tra lo storico e l’odierno è sbalorditivo: nel 1990, l’Europa produceva il 44% dei semiconduttori mondiali. Oggi, scrive il FT, la percentuale è scesa al 9%, contro il 12% degli Usa. In questo quadro, «sia l’Ue sia gli Stati Uniti si stanno affrettando ad ampliare le loro capacità. Ma mentre negli Usa si prevede l’avvio di 14 nuovi impianti di semiconduttori entro il 2025, in Europa e in Medio Oriente se ne aggiungeranno solo 10, contro i 43 nuovi impianti di Cina e Taiwan».

Infine per ultimo ma decisamente il più importante, il settore dell’energia. E qui sprofondiamo nell’abisso: l’America ha risolto il problema con lo scisto, o shale gas, che l’ha resa il maggior produttore mondiale di petrolio e gas. L’Europa, al contrario, annaspa alla ricerca di nuove fonti, dopo che la guerra, con speculazione al seguito, ha fatto schizzare i prezzi facendo finire la pacchia delle materie prime russe a basso costo. La conseguenza è che alle industrie europee l’energia costa tre o quattro volte di più dei loro concorrenti americani. (Quindi sì: da questo punto di vista la guerra ha favorito gli americani. Ma la speculazione sui prezzi è più una questione intereuropea).

Ed è proprio la speculazione selvaggia che abbiamo visto su gas e petrolio in Italia e nel resto dei paesi europei, uno dei tasselli fondamentali che ci deve far comprendere quanto, a tenere le nostre economie in stato comatoso, sia un disegno di matrice elitaria esclusivamente attribuibile a quei poteri nazionali che agiscono nel profondo delle nostre istituzioni e non in quelle di Washington. Far conseguire ad ENI e gli altri monopolisti del settore energia, i profitti colossali che hanno conseguito di recente, è direttamente attribuibile ad una scelta politica dei nostri governanti, i quali si sono guardati bene dall’intervenire in modo adeguato a livello fiscale, affinché non fossero imprese e famiglie a pagarli di tasca propria.

Di tutto questo disastro, i poteri italiani tutti e quella parte dei poteri europei capitanati da Mario Draghi, se ne stanno rendendo conto perfettamente, tanto da considerare a forte rischio il progetto elitario che ruota intorno alla moneta Euro. Ecco perché da mesi, buona parte dei mezzi di informazione mainstream, stanno mettendo in atto un cambio di narrativa e la diversità con cui operano da anni alla Casa Bianca in termini di politiche economiche espansive, non viene più nascosta agli italiani.

Chi invece rimane sempre dentro la solita narrazione complottista sono i siti della così detta informazione indipendente, oggi, decisamente il pericolo più grande per l’informazione nel nostro paese.

di Megas Alexandros

Note:

[1] Europa contro Stati Uniti: perché siamo diventati più poveri degli americani dopo il 2008- Corriere.it

 

 

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte