di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Purtroppo per chi sperava che l’arrivo del nostro presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla corte di Donald Trump, fosse finalizzato a marcare in modo definitivo la distanza tra Roma e Bruxelles, oggi la delusione è tanta. Ora però, abbandonata la delusione, è obbligatorio, per questi incorreggibili sognatori, prendere definitivamente coscienza, che il nostro paese inteso come sistema di potere, è a tutti gli effetti il primo sostenitore del progetto-Euro. Anzi, se guardiamo le cose nella loro realtà dei fatti, per la forza e la compattezza con cui la nostra classe politica sostiene il definitivo approdo del progetto europeo verso gli Stati Uniti d’Europa di matrice draghiana, direi che da primi sostenitori del progetto federalista, possiamo benissimo collocare le nostre élite in quella che è la ristretta cerchia degli architetti che hanno contribuito ad idearlo, mantenerlo in vita e oggi pronti a renderlo definitivo.
“L’Europa nacque con i Trattati di Roma il 25 marzo del 1957, e rinasce sempre a Roma nei primi mesi del 2025, con la futura visita di Donald Trump nella Città Eterna, per un vertice tra Stati Uniti e Ue” – scrive, con enfasi da Istituto Luce, Libero, il quotidiano asservito alla propaganda del centro destra, all’indomani della visita di Giorgia Meloni a Washington. [1] – Sì perché la premier italiana, ha ufficialmente invitato Trump a Roma non per trovare un alleato che ci possa liberare dalla gabbia della Ue e dei suoi trattati, ma bensì per provare a riportare Trump e la nuova amministrazione americana in linea con quelli che sono gli interessi di coloro che da Roma e Bruxelles sostengono il progetto europeo.
“Trump ha mostrato grande rispetto per Meloni, l’Italia e il suo ruolo in Europa, ha riconosciuto alla premier non solo lo status di miglior alleato, ma le ha consegnato un ruolo di interlocutore e negoziatore con Bruxelles” – continua Mario Sechi nel suo articolo pubblicato sul quotidiano milanese, fondato da Vittorio Feltri, senza far mancare la solita critica propagandistica verso chi oggi è all’opposizione: “la sinistra parolaia è evaporata con le sue ossessioni: «non deve andare», «è vassalla dell’America», «non ha il mandato». Bancarotta totale”.
Potete starne certi, avremmo lette le stesse identiche cose a parti inverse sul quotidiano di sinistra La Repubblica, qualora al governo ci fosse stato il Partito democratico. Perché ormai, l’agire in modo trasversale, che accumuna tutti i colori del nostro arcobaleno partitico sui temi che più interessano al nostro deep state, è elemento consolidato dentro le nostre istituzioni. E sul fatto che l’Unione Europea e l’Euro, siano i temi che più interessano a chi comanda il paese, ormai non vi è più nessun dubbio.
Chiunque in questi anni si sia seduto sulla poltrona più alta di Palazzo Chigi, mai ha messo in dubbio il progetto europeista. E anche oggi che si prospettano importanti e definitivi passi avanti in termini di sovranità per quanto concerne difesa e debito comune, non esiste una voce fuori dal coro dentro il sistema dei partiti. Da Conte alla Meloni, passando per Salvini e la Schlein per non parlare dei sempre pronti a sostenere il regime, Renzi e Calenda, tutti e sottolineo tutti, sono pronti a rendere realtà il sogno di Mario Draghi e delle famiglie potenti italiane, rappresentato dagli Stati Uniti d’Europa.
La toccata e fuga della Meloni alla Casa Bianca, quindi aveva solo la finalità di riportare un po’ di sereno tra Washington e Bruxelles e tornare a parlarsi nuovamente, dopo il gelo provocato dalle sparate di Trump sui dazi, che ha messo a serio rischio il progetto europeo, il quale ricordo si fonda su una politica strettamente mercantilista, che vede gli Stati Uniti da decenni ricoprire il ruolo di primo acquirente della nostra produzione. Il nostro premier, in terra americana, ha parlato unicamente a nome dell’Europa, come se fosse un componente diplomatico di un “fantomatico” governo europeo, anziché la figura di governo più importante di uno Stat0 Sovrano, quale è ancora l’Italia.
Trovare un accordo con Washington sui dazi a livello europeo per consentire al nostro paese e all’Europa di andare avanti con la consolidata politica mercantilista, fatta di austerità e deflazione salariale, e trovare un’intesa sulla spesa militare da contribuire alla NATO, per mantenere vivi i cromosomi colonizzatori del mondo che da sempre caratterizzano chi comanda nel Vecchio continente, sono gli unici temi che in questo momento interessano ai poteri europei e italiani. Ed infatti, Giorgia Meloni, è stata preparata per giorni, affinché potesse ottenere quella necessaria apertura da parte di Trump, che apparentemente pare aver ottenuto.
Trump dopo Biden, è l’ennesima figura presidenziale USA, che nessuno al mondo riesce a decifrare. Il Tycoon entra nelle stanze dove si svolgono meeting, conferenze ed impegni politici con la stessa delicatezza che avrebbe un elefante entrando in una cristalleria. Se realmente sa quello che dice, non è dato ancora saperlo. Forse non lo sa nemmeno lui! le probabilità che reciti un copione consegnatogli la sera prima, sono elevate. Le smentite di oggi su quello che ha appena pontificato ieri, sono la realtà che gli americani ed il resto del mondo vivono quotidianamente dal giorno del suo insediamento.
“Meloni è una gran leader” e “L’Italia può essere il nostro miglior alleato in Europa, ma solo se Meloni resta il primo ministro”, sono frasi pronunciate da Donald Trump ieri, che potrebbero essere smentite domani ed allontanare nuovamente l’Europa dalle sue grazie, apparentemente conquistate dal fascino di “Giorgia sono Io”.
Esemplare di come le parole dei politici non contino niente e ancor di meno quelle di Trump che ha fatto del “doppio gioco” la sua vita, è il siparietto andato in scena sempre ieri dentro lo Studio Ovale, quando un giornalista ha ricordato ai due, che l’amministrazione americana solo poche settimane fa aveva definito gli europei dei “parassiti”. Sia Giorgia che Donald, hanno negato di aver ascoltato la prima e pronunciato il secondo, tale parola, tra l’imbarazzo dei presenti. In realtà la parola parassita era stata usata da Jd Vance e Pete Hegseth e Trump aveva detto di essere d’accordo.
E per gli italiani cosa avrà in serbo Giorgia Meloni, di ritorno da questo viaggio dove ha ormai ricevuto l’investitura dell’amica europea di Donald Trump?
Niente!
In Italia, “Giorgia” tornerà a mostrare la solita esultanza per gli strabilianti risultati del suo governo, come ha fatto anche pochi giorni fa prima di partire in missione alla volta di Washington, in relazione ai 90 miliardi in più di entrate fiscali registrate nei primi due mesi dell’anno:

Con il Pil di nuovo fermo (quando avanzava era per l’effetto dell’inflazione, ndr) ed il ritorno all’avanzo primario, esultare per la crescita della pressione fiscale è da incoscienti o da delinquenti, poiché significa letteralmente, fare salti di gioia mentre gli italiani si stanno fattualmente impoverendo.
Qualcuno dovrebbe spiegarlo alla nostra premier. Magari cambiare l’insegnante di economia con quello di inglese, visti gli ottimi risultati raggiunti nel parlare la lingua di Shakespeare, non sarebbe sbagliato.
di Megas Alexandros
Note:
[1] Meloni e Trump, i 3 punti del patto di Washington | Libero Quotidiano.it





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