di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Ha vinto Draghi! e quando vince Mario Draghi sistematicamente perdono gli italiani, mentre ad esultare sono sempre le élite ed il mondo finanziario.
L’ex governatore della Banca Centrale Europea (Bce), l’uomo che ha fatto tutto il necessario per salvare l’euro, da tempo gira i salotti del potere per mettere ogni tassello al suo posto, con l’unico obbiettivo in testa: quello di federare l’Europa il più velocemente possibile, prima che la perenne austerità su cui è stata costruita la faccia implodere su se stessa ed i singoli governi tornino ad esercitare ogni sovranità nell’interesse dei loro popoli.
Debito ed esercito comune sono i due elementi che Draghi ha identificato nel suo report, come indispensabili per la sopravvivenza del “sogno” elitario europeo. Ed ecco che l’altro ieri puntualmente a Bruxelles, tutti si sono piegati ai suoi voleri e quelli di chi lo ordina. Dopo settimane di accese discussioni per capire da dove tirare fuori i soldi per continuare a far morire gli ucraini, la Germania ed i paesi frugali si sono dovuti inginocchiare ai voleri di Draghi e delle élite italiane: niente utilizzo delle riserve russe bloccate con le sanzioni. Per fare sì che la guerra per procura contro la Russia continui, si apriranno ancora i rubinetti del debito comune europeo.
Ad essere sconfitta è stata la linea del presidente della commissione Ursula von der Leyen e del cancelliere tedesco Friedrich Merz, le cui intenzioni erano quelle di utilizzare gli asset russi detenuti in Belgio da Euroclear, per dare sostegno finanziario a Zelensky.
Dove sono tutti coloro che in questi anni ci hanno narrato la “favola” che l’Italia non conta niente nel panorama europeo e che il governo di Bruxelles sarebbe la longa manos di quello di Berlino?!
L’Italia, intesa come potere oligarchico, conta eccome nelle stanze di Bruxelles. A dispetto di costoro chi ci governa ha sempre contato e la forza con cui lo Stato profondo di Roma oggi sta spingendo sull’acceleratore per arrivare agli Stati Uniti d’Europa, mostra come la creatura europea abbia fin dalla sua nascita i cromosomi di quelle famiglie che da sempre detengono la proprietà dei mezzi di produzione ed il potere finanziario nel belpaese.
Ancora una volta Mario Draghi è riuscito a far ingoiare ai tedeschi quello che la stampa mainstream per intero e la quasi totalità della voce del dissenso, ci hanno sempre dato per certo, non avrebbero mai accettato. Con l’abilità del pusher che inizia alla droga quelli che poi saranno i suoi clienti, Draghi ha iniziato somministrando la garanzia sui debiti pubblici da parte della Bce con il “whatever it takes” e poi, con dosi sempre più massicce di debito pubblico, ha reso oggi le élite tedesche totalmente dipendenti dal suo progetto federativo.
Ecco che per fronteggiare la crisi di astinenza, dopo gli eurobond emessi per finanziare il PNRR, arriveranno ora altri 90 miliardi di emissioni comuni per raccogliere il denaro necessario a rifornire l’esercito di Zelensky, ormai privo di armamenti e speranze.
Sconfiggere la Russia, benché la politica europea lo consideri un “must”, è l’ennesima scusa per far fare ai paesi membri quei passi avanti necessari per arrivare ad essere una Federazione. Di affrontare Putin e sconfiggerlo non passa minimamente nella testa di Mario Draghi. Del resto basta guardare chi sono in Italia i portavoce principali di questa follia: Crosetto e Calenda, due figure che se messe al fronte in prima linea, potrebbero dar vita ad una rappresentazione cinematografica di una comicità leggendaria.
L’Unione europea dunque si prepara a sostenere l’Ucraina con un nuovo pacchetto di finanziamenti fino a 90 miliardi di euro nel biennio 2026-2027, attraverso un meccanismo di debito comune Ue garantito dal bilancio europeo. Il prestito sarà finanziato tramite emissioni sui mercati nell’ambito della strategia di finanziamento diversificata dell’Ue, utilizzando l’intera gamma di strumenti disponibili – titoli a lungo e a breve termine e altri strumenti di gestione della liquidità.
Il debito sarà formalmente a carico dell’Unione europea e dal punto di vista giuridico e finanziario, il prestito è concepito come prestito senza rivalsa. Questo significa che l’Ucraina è tenuta al rimborso solo nel momento in cui saranno versate eventuali riparazioni di guerra, dagli asset russi attualmente immobilizzati. In assenza di tali riparazioni, il debito potrà essere rinnovato nel tempo, senza che al momento sia fissata una scadenza finale, in attesa di una soluzione politica o finanziaria.
Non so se avete compreso bene, la UE che da sempre condanna l’indebitamento degli stati membri per il bene dei loro popoli, oggi si indebita per regalare di fatto 90 miliardi ad uno paese che non fa parte dell’Unione. Sì, stiamo parlando di un regalo, perché questi 90 miliardi rappresentano per l’Ucraina uno scoperto perpetuo a tasso zero. In poche parole la UE sta assumendo il ruolo di banca centrale per il Tesoro ucraino.
Saranno i paesi membri infatti, in base ai criteri di contribuzione a farsi carico nei loro bilanci della spesa per interessi. Un onere aggiuntivo che per il nostro paese si tradurrà in ulteriori tagli ai servizi, stante l’avanzo primario. Mentre per il mondo finanziario e i nostri grandi risparmiatori, questi 90 miliardi, saranno l’occasione per aumentare il loro reddito da interesse stando seduti sul divano. Denaro che mai tornerà indietro dal momento che la Russia ha già vinto la guerra e mai i vincitori hanno contribuito economicamente a riparare i danni della guerra combattuta.
Che la guerra a Putin serva solo per raggiungere lo scopo di federare l’Europa e non certamente a conquistare Mosca, lo dicono i numeri provenienti dalla scelta stessa di optare per il debito comune anziché l’utilizzo degli asset russi. I fondi stanziati, 90 miliardi di euro, sono sufficienti a sbloccare l’impasse finanziaria del governo di Kiev, che con marzo avrà del tutto esaurito le sue risorse. Non sono sufficienti, tuttavia, a dare all’Ucraina la visibilità a due anni che lo sblocco delle riserve russe fra 140 e 210 miliardi di euro avrebbe consentito. Solo il costo delle operazioni militari per Kiev supera ampiamente i 50 miliardi di euro all’anno ed a questi vanno aggiunte le spese civili.
Il venir meno di uno degli obiettivi dell’operazione, ovvero dare al Cremlino il segnale che Kiev avrebbe potuto riarmarsi e resistere a lungo, per almeno altri due anni, certifica che vedere Putin sconfitto è un desiderio che appartiene solo ai giullari di corte quali sono i nostri Crosetto e Calenda. Non solo, Mario Draghi sa benissimo che l’eventuale utilizzo delle riserve russe avrebbe creato un precedente pericoloso per i mercati finanziari mondiali e di conseguenza pericolosissimo per la tenuta stessa dell’euro, la sua creatura.
Anche l’esclusione da questo impegno di Ungheria, Repubblica Ceca e Croazia, può essere considerata una vittoria di Mario Draghi che da sempre non fa mistero sulla necessità di federare i paesi europei con chi ci sta e di eliminare il principio dell’unanimità che contraddistingue fin dalla sua nascita le decisioni prese in UE. Ai poteri italiani fondamentalmente non interessa la dimensione dell’Europa, quello che perseguono è il mantenimento della narrativa del “denaro scarso” per continuare a tenere imprese e famiglie nella gabbia dei debiti, così da poter continuare liberamente il saccheggio in corso del paese. Un’eventuale crollo totale della UE, con Francia e Germania fuori, lascerebbe i nostri governanti scoperti di fronte alle politiche di estrema austerità fiscale da sempre imputate alla volontà di Bruxelles.
Quindi si va avanti, basta che Francia e Germania siano dentro. Non per nulla si continua a puntellare politicamente Macron come si puntella un vecchio edificio crollante, e fornire pieno sostegno sul mercato ai titoli francesi, come avvenne con i nostri Btp dopo che Mario Monti prese il posto di Berlusconi a capo del governo.
Giorgia Meloni che per sedersi a Palazzo Chigi prima di giurare sulla Costituzione ha dovuto prestare giuramento ai piedi di Draghi, naturalmente era tra coloro che sosteneva la proposta del debito comune. “Ha prevalso il buon senso”, così la nostra premier ha liquidato l’ulteriore passo che porterà ben presto la nostra Repubblica a cambiare forma di stato e cedere ogni sovranità al progetto oligarchico che ha in testa l’italiano che più di tutti comanda a Bruxelles e Francoforte.
di Megas Alexandros





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