di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
L’introduzione dei dazi, ad oggi più minacciata che attuata, da parte dell’amministrazione Trump, è l’ennesimo evento concreto che fa crollare tutte le frodi neoliberiste in tema di economia, sulle quali è stata costruita la globalizzazione ed il modello di mondo attuale, che privilegia la finanza e protegge la rendita di pochi.
E’ proprio Jerome Powell, il governatore della banca centrale più importante del pianeta, nel discorso preparato per l’Economic Club di Chicago, a mostrarci l’essenza del “dilemma” che la Federal Reserve (Fed) si trova ad affrontare di fronte alla decisione su quale direzione far prendere ai tassi, dal momento che i dazi promessi da Trump, potrebbero far aumentare l’inflazione e di conseguenza indebolire la crescita economica degli Stati Uniti:
“Potremmo trovarci in uno scenario difficile in cui i nostri obiettivi a doppio mandato sono in conflitto” – dice Powell. [1]
Ricordo che la Fed a differenza della Banca Centrale Europea (Bce), che di lavoro non si occupa, oltre al controllo dell’inflazione, deve assolvere anche al mandato della massima occupazione. In realtà dal momento che il Congresso ha dichiarato esplicitamente che gli obiettivi della Fed dovrebbero essere “la massima occupazione, prezzi stabili e tassi di interesse a lungo termine moderati”, gli obbiettivi, oggetto del “doppio mandato” diventano tre: 1) massima occupazione; 2) prezzi stabili e 3) tassi di interesse a lungo termine moderati.
Il “dilemma” sta tutto nel fatto che da un lato abbiamo la solita credenza, che ormai fa parte del dna di tutti i banchieri centrali (escluso quello banca centrale giapponese (BoJ, ndr) sulla necessità di aumentare i tassi per combattere l’inflazione e dall’altro, la certezza che tassi più alti rallentano la crescita e quindi fanno perdere posti di lavoro.
In altri termini, con l’aumento delle imposte sulle importazioni e il peggioramento delle relazioni commerciali globali, si prevede un aumento dell’inflazione, nonostante la crescita economica e la solidità del mercato del lavoro siano sotto pressione. Tassi di interesse più bassi sosterrebbero l’attività economica, ma potrebbero anche alimentare l’inflazione, mentre un aumento dei tassi potrebbe ulteriormente frenare la crescita, già in rallentamento.
Così ragionano i banchieri centrali. Ma è evidente anche all’occhio di chi è meno esperto in materia che qualcosa non va nel loro ragionamento. Ciò che non va è proprio quello che Warren Mosler, teorico e padre fondatore della MMT, da tempo ci mostra nei suoi numerosi paper, nonché nelle sue analisi quotidiane sulla piattaforma social X: l’azione politica di aumentare i tassi è di per sé una misura fiscale a carattere inflattivo, a differenza di quanto invece interpretino in senso contrario i banchieri centrali e la maggior parte degli economisti mainstream.
Di fatto, è indubbio che pagando somme più alte in termine di interesse, stai consegnando maggior capacità di spesa al settore privato e quindi una possibile spinta alla salita dei prezzi. Quindi, benché ne dicano le figure appena citate, è errato alzare i tassi per combattere l’inflazione. Del resto, l’impatto del recente fenomeno inflattivo per chi, come il Giappone, da sempre tiene i tassi a zero, è stato ben più lieve rispetto a quanto avvenuto in Usa e nei paesi europei.
Basterebbe capire questo semplice concetto, per far uscire dal “dilemma” Powell e rendere chiaro ai banchieri centrali europei che la politica monetaria a loro demandata, ben poco o niente può fare per gestire l’inflazione. D’altronde, se decenni di Quantitative easing (Qe) e tassi negativi, ci hanno mostrato il puntuale fallimento al ribasso del target di inflazione al 2 per cento che si erano prefissati a Francoforte; come si può pensare che oggi, gli stessi, aumentando i tasi, lo possano centrare al rialzo?!
E qui torniamo a puntare il dito contro i veri responsabili dell’eventuale arrivo dell’inflazione in tutte le sue varie forme e per il suo mancato controllo. Sono i governi in quanto titolari delle politiche di spesa a determinare la quantità di moneta che il settore privato può spendere, fino a surriscaldare la domanda, nei casi più unici che rari, di inflazione originata da un boom economico. Come sono sempre i governi a chiudere entrambi gli occhi a livello fiscale quando un fenomeno inflattivo a carattere esogeno, si materializza in un aumento incontrollato del livello dei prezzi, pur in presenza di economie in stato recessivo.
Il livello degli aumenti tariffari annunciati finora, sostiene Powell, è significativamente maggiore del previsto. Lo stesso vale probabilmente per gli effetti economici, che includono un’inflazione più elevata e una crescita più lenta. Come vedete, le previsioni di un aumento del livello dei prezzi che arrivano in conseguenza dei dazi imposti da Trump, i quali sono tasse a tutti gli effetti, è la conferma che è la politica fiscale dei governi a guidare l’inflazione e non quella monetaria delle banche centrali. E allora perché Powell ed i suoi colleghi continuano ad interpretare al contrari la politica dei tassi?!
Questi sono i misteri di chi ha ancora fede in questi personaggi che nei decenni passati hanno dimostrato con le loro idee in materia economica, di aver portato alla rovina le nostre vite ed il futuro dei nostri figli.
Ma la confusione su quanto occorre fare per intraprendere la giusta direzione al fine di stabilizzare i nostri sistemi economici, è ancora tanta. Da giorni, politici, stampa ed economisti mainstream, si affannano a disegnare tragedie per un dollaro che da quando Trump ha messo nuovamente piede alla Casa Bianca, ha perso oltre il 10 per cento nei confronti delle principali valute. Un dollaro che, con tifo da stadio, tra chi nel resto del mondo si esalta e chi invece trema, sta perdendo quote rispetto al suo status di valuta di riserva mondiale, da molti considerato il divino privilegio consegnato alle vite degli americani.
L’ho già scritto più volte, se le intenzioni di Trump, sono quelle dichiarate. Ovvero, di riportare la produzione dentro gli USA e ridurre i deficit commerciali del suo paese, non ha altra strada che svalutare pesantemente il dollaro. Di contro, una massiccia svalutazione del dollaro nei confronti per esempio dell’euro, dovrebbe preoccupare molto di più le economie europee di stampo mercantiliste, rispetto all’introduzione dei dazi.
E qui per chi riesce ad essere lucido nella comprensione di questi concetti, si arriva ad abbattere anche la narrativa sul tanto sbandierato vantaggio che gli Stati Uniti avrebbero avuto nel possedere la valuta di riserva del mondo. Dobbiamo deciderci, se vogliamo godere dei beni prodotti da altri, e fare in modo che questo duri nel tempo, è indispensabile che gli altri (non residenti), siano disposti a detenere estratti conto nella nostra valuta. Ma, al contempo non possiamo lamentarci, se la produzione si sposta verso altri paesi, come non possiamo identificare i deficit commerciali ed il relativo debito estero come un problema.
E’ proprio la dollarizzazione, ovvero il “fantomatico” vantaggio che tutti attribuiscono agli Stati Uniti, a creare ciò che preoccupa il mondo, ovvero gli squilibri commerciali e l’espansione del debito estero degli Stati Uniti, che oggi Trump dice di combattere. Che poi, in regime di moneta fiat, non rappresenta nel modo più assoluto un debito reale per Washington.
Anche le analisi fornite dai quotidiani finanziari di fronte ad un dollaro che scende nella sua quotazione in conseguenza della dismissione di T-bond da parte di Giappone e Cina, sono affette da giudizi che contrastano tra loro. Indicare allo stesso tempo come un problema il debito estero degli USA e il selloff di T-bond e dollaro da parte degli altri paesi, vuol dire aver compreso ben poco le logiche contabili della materia che stiamo trattando. Questo perché, tanto per ribadirlo ancora, è l’acquisto di dollari o asset in dollari da parte di non residenti ad accrescere il così detto debito estero.
In conclusione, se minacciare dazi, serviva a far impaurire i mercati e far crollare il dollaro, per riequilibrare più velocemente la propria bilancia commerciale, pare che Trump ci stia riuscendo. Come va nella direzione giusta anche la richiesta, con tanto di minaccia di farlo fuori, di abbassare i tassi rivolta a Powell.
A questo però, se vogliamo dare una interpretazione chiara alla “follia” dei dazi di Trump, dovranno seguire da parte dell’amministrazione del Tycoon, anche le giuste misure di politica fiscale, se la reale intenzione è quella di riportare realmente la produzione dentro il paese.
Ancor di più, per il bene delle nostre vite, occorrerà che si impegnino a livello di deficit fiscali i governi dei paesi europei, dal momento che con il dollaro in caduta libera, non esiste alternativa al consumo interno di quella produzione europea che era destinata oltreoceano.
di Megas Alexandros
Taglio Sì, Taglio No tra inflazione e recessione Jerome Powell, mostra tutta l’impotenza delle banche centrali nei confronti dell’inflazione, chiaramente in difficoltà nel gestire il loro mandato di fronte all’inerzia dei governi. Il deficit fiscale degli Stati Uniti è stato essenziale per la crescita economica, rispetto agli altri due motori di crescita dell’economia – il credito al settore privato e la bilancia commerciale – che sono rimasti deboli o in deficit.
Note:
[1] Fed’s Powell warns tariffs may upset inflation-growth balance | Euronews





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