di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
“Il Liberation Day” di Donald Trump si è trasformato nel giorno della verità per chi conosce le dinamiche economiche dei sistemi monetari moderni. Ora non ci resta che renderlo un’opportunità!
E l’opportunità è a portata di mano per chi vuole coglierla…. eccola!
“I dazi possono distruggere l’Europa” – tuona allarmato Riccardo Illy, imprenditore di lungo corso, ex presidente del Friuli Venezia Giulia e oggi alla guida del Polo del Gusto – la holding che riunisce marchi d’eccellenza del made in Italy come Domori, Pintaudi e Agrimontana – tant’è che il colosso del caffè già pensa di spostare parte della produzione direttamente negli Stati Uniti.

Dicevamo del giorno della verità, sì, perché ieri Donald Trump nella sua conferenza stampa dove ha svelato al mondo le percentuali di dazio che ogni paese dovrà affrontare se vorrà esportare i propri beni negli Stati Uniti, ci ha raccontato l’altra faccia della medaglia, quella che in economica non può mai mancare e che naturalmente nessuno degli informatori operanti nel belpaese vi racconta.
Se nei decenni passati gli Stati Uniti hanno assunto il ruolo del più grande importatore netto del pianeta, la ragione principale è quella che per loro era più conveniente acquistare la produzione di altri anziché realizzare internamente i beni oggetto delle loro importazioni. E tanto per chiarire, i due elementi principali di costo che contribuiscono a rendere un prodotto appetibile sul mercato in termini di prezzo, sono il costo del lavoro e naturalmente il livello di tassazione.
A questo poi, non bisogna dimenticare di aggiungere quanto è essenziale che, chi importa sia prontamente rifornito di tutto il denaro occorrente per acquistare tale produzione. E il denaro, sappiamo bene, ha un unico fornitore sul pianeta: i governi e i loro agenti rappresentati dalle banche commerciali.
Questi tre presupposti sono stati ben presenti nel sistema economico mondiale, affinché gli Stati Uniti potessero godere dei beni prodotti con il lavoro di altri, dedicandosi ad altro. E’ chiaro come senza la presenza di politiche fiscali volte alla deflazione salariale infinita, la Ue non sarebbe mai potuta diventare il primo esportatore negli Stati Uniti. Come è altrettanto chiaro che senza gli enormi deficit dei governi di Washington, gli americani non avrebbero mai avuto la necessaria disponibilità di denaro per acquistare tutto l’occorrente dal resto del mondo.
Infine la tassazione. Se, come emerso ieri dalle tabelle mostrate da Trump, in questi anni, la reciprocità dei dazi, non fosse stata sempre a netto vantaggio di chi esportava oltreoceano, è chiaro la convenienza ad importare per gli Stati Uniti si sarebbe ridotta e contemporaneamente sarebbe cresciuta quella di altri paesi a consumare i loro beni.

Il grafico sopra fotografa in modo impressionante l’impatto che avrà sull’economia globale il nuovo scenario che nascerà dal 5 al 9 aprile prossimi, con l’effettiva introduzione dei dazi di Trump. Stiamo viaggiando in acque inesplorate e senza timoniere.
Non è finita qua! a catapultare gli Stati Uniti dentro questo “nirvana” economico – rappresentato dal fatto che godono di beni prodotti con il lavoro di altri, dando in cambio estratti conto in valuta consistenti in numeri creati dal nulla – ha contribuito in modo determinante, il fatto che il mondo ha deciso di consegnare al dollaro lo status di valuta di riserva globale.
In sostanza, il fatto di tenersi i dollari per chi cede i propri beni agli americani, anziché convertirli nella propria valuta, ha fatto in modo che il biglietto verde non andasse incontro alla naturale svalutazione che un paese fortemente importatore ha diritto in base alla legge economica della domanda e dell’offerta, che non fa sconti nemmeno alle valute. E’ chiaro come a questo processo non abbia contribuito in prima persona la piccola impresa di Abbiategrasso, quanto i grandi colossi della finanza che investono i loro risparmi in bond del Tesoro americano e non ultime le banche centrale.
Una sostanziale e deliberata manipolazione del cambio che per decenni ha tenuto in piedi artificialmente questa “baracca”, facendosi spregio del principio fondamentale della flessibilità sul cambio che guida le nostre valute fiat e serve a riequilibrare i commerci. E Trump, nel suo discorso, non manca di ricordarlo: “Tutti i presidenti, primi ministri, re, regine e ambasciatori chiameranno per chiedere esenzioni dai dazi. A loro dico di eliminare le tariffe e le barriere. Smettete di manipolare le valute“, il messaggio di Trump che invita il mondo a “comprare merce americana per miliardi”.
E’ chiaro come una svalutazione del dollaro, avrebbe reso più appetibili i beni prodotti in America e di conseguenza ridotto il deficit commerciale Usa. Come è altrettanto chiaro che, se le intenzioni di Trump sono realmente quelle di invertire la tendenza della sua bilancia commerciale, de-dollarizzare il pianeta, diventa un obbiettivo più che essenziale da perseguire per la sua amministrazione.
Dal momento che il problema per il nuovo inquilino della Casa Bianca, pare essere questo “nirvana” economico, dove gli altri hanno sostenuto per decenni il tenore di vita degli americani, non deve sorprenderci il giro di vite sui dazi, che Trump considera indispensabili di fronte a quella che lui ritiene un’emergenza economica nazionale. Come si legge espressamente in una nota diffusa dalla Casa Bianca, con la quale il presidente afferma che “le pratiche economiche e del commercio estero hanno creato un’emergenza nazionale e che il suo ordine impone tariffe per rafforzare la posizione economica internazionale degli Stati Uniti e proteggere i lavoratori americani”.[1]
“Saremo molto gentili. Avremmo potuto adottare le stesse tariffe imposte a noi”, dice Trump snocciolando i dati nel Rose Garden della Casa Bianca. “La Cina impone tariffe del 67%, noi metteremo dazi del 34%”, spiegando la strategia adottata.
Il presidente americano picchia ancora più forte sulla Ue: “L’Unione Europea è molto dura. L’Ue, così amica, ci ha derubato così tanto… patetico. Impone dazi del 39%, la tasseremo del 20%”.
Trump non si ferma e tra un misto di balle e verità, incalza con la sua propaganda sul “liberation day”: “Il 2 aprile 2025 sarà per sempre ricordato come il giorno in cui l’industria americana è rinata, il giorno in cui cominciamo a rendere l’America ricca di nuovo. Il nostro paese e i nostri contribuenti sono stati derubati per 60 anni, ma non succederà più. E’ uno dei giorni più importanti nella storia americana, è la nostra dichiarazione di indipendenza economica“.
Ora, che la volontà possa essere quella di tornare a produrre negli Stati Uniti è anche comprensibile, ma che altri governi abbiano la capacità di derubare i contribuenti americani più di quanto il governo Usa desideri permetterlo, è la classica balla che i politici usano per evadere le loro responsabilità dall’essere gli unici preposti alla creazione di un benessere diffuso nel proprio paese.
“Ora tocca a noi prosperare, con l’azione di oggi saremo in grado di rendere di nuovo l’America grande, più grande che mai: posti di lavoro e fabbriche torneranno nel nostro paese. Sarà l’età dell’oro dell’America, stiamo tornando alla grande”, continua Trump snocciolando i nomi delle compagnie che investiranno negli Stati Uniti – il lungo elenco, da Meta a Apple, da J&J a Honda e Nissan, comprende anche Stellantis: “Investiranno miliardi e miliardi, sono impegnate al 100%”. [1-ibidem]
Quindi, la situazione è chiara, al di là di quelli che saranno i fisiologici e contabili andamenti delle bilance commerciale e dei pagamenti dei vari paesi, se gli Stati Uniti, come sembra, torneranno a produrre internamente, la logica conseguenza è che avranno meno bisogno della produzione di altri. E tra questi altri, l’Italia e molti altri paesi europei sono in prima fila, dal momento che sono i maggiori esportatori in Usa.
A niente servono le varie alzate di toni, dei vari leader europei con la von der Leyen in testa, che hanno fatto seguito alla decisione di Trump. Frasi di circostanza che mostrano ancor di più la loro totale impotenza di fronte alla matematica contabile che guida l’import/export nel mondo.
La contraddittorietà che emerge in questa semplice frase pronunciata dalla von der Leyne: “Siamo pronti a reagire, ma siamo pronti a negoziare, non è troppo tardi” – equivale ad una dichiarazione di resa incondizionata. Reagire all’introduzione di tasse imponendo altre tasse, per una economia come la nostra, ha lo stesso effetto che offrire un bicchiere d’acqua all’annegato, mentre si tenta di rianimarlo. E dichiararsi disponibili a negoziare dopo che ci siamo detti pronti a reagire, mostra come a Bruxelles non hanno altre soluzioni che quella di inginocchiarsi a Trump, se vogliono mantenere in vita l’euro all’interno del loro progetto mercantilista.
Con gli Usa che consumeranno meno prodotti europei e con le aziende europee pronte ad andare in massa a produrre oltreoceano, prima il governo presieduto dalla Meloni, si rende conto di quanto sia fallimentare affidare il nostro destino ad una politica economica di stampo mercantilista, e prima forse torneremo a respirare. E rendersi conto di tutto ciò, equivale ad una solo e pronta risposta: mettere in atto immediatamente tutte le necessarie politiche economiche in deficit indirizzate alla piena occupazione e al sostegno dei consumi interni.
Solo che questo non può essere fatto a braccetto con la Ue, dove regole di bilancio per i governi e tassi sopra lo zero, vanno bene per chi vive di rendita e non per chi lavora. E l’Unione Europea, sappiamo bene essere stata creata solo e soltanto per quei pochi che intendono vivere di rendita.
di Megas Alexandros
Note:
[1] Dazi Usa, l’annuncio di Trump: le misure, cosa succede all’Italia





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