I dazi per risolvere il “falso” problema del debito estero Usa? solo per chi ragiona ancora in moneta-oro….

6 Aprile 2025 | Attualità, Economia | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

C’è una opinione che unisce e mette d’accordo tra loro tutti gli economisti, indipendentemente dalla loro estrazione di pensiero. Sia i post-keynesiani che i neo-classici, come i marxisti ed i neoliberisti, quando affrontano il tema del debito estero degli stati, nonostante la moneta non sia convertibile in niente, ragionano come se lo fosse.

Qualora una valuta sia convertibile in un bene reale, quale appunto è l’oro, la conseguenza immediata per chi la detiene, è quella di disporre del diritto garantito per legge di ottenere il prezioso minerale in cambio della valuta stessa. E’ chiaro quindi, dal momento che i possessori di valuta diventano creditori di oro, al contempo, chi invece la emette, in questo caso lo Stato, assume a tutti gli effetti il ruolo di debitore nei loro confronti.

Ma la moneta, come ben noto, almeno dal 1971, quando Nixon a reti unificate dichiarò la fine del gold standard, non è più convertibile per legge…. quand’unque, realmente, lo fosse mai stata prima……! ma sorvoliamo su quest’ultimo concetto relativamente importante per quella che è l’analisi della realtà odierna.

E’ da qui che nasce la confusione su quello che in dottrina e sui giornali viene identificato come il debito estero di uno Stato. Che in modo semplice rappresenta la quantità di estratti conti in valuta o meglio ancora la quantità di debito pubblico, detenuto dai non residenti. Tanto per capirci meglio, un italiano titolare di un conto in dollari o di un conto di deposito rappresentato da bond del Tesoro americano, rientra nel totale del debito estero statunitense.

Dal momento che la moneta non è convertibile, il credito che rimane in capo a chi la possiede, ovvero l’impegno che si assume chi la emette nei confronti appunto del suo possessore, è solo e soltanto l’obbligo ad accettarla in pagamento delle tasse. Da qui risulta evidente come la moneta moderna sia unicamente e definitivamente configurabile in un Tax-credit (credito fiscale).

E qui arriviamo al nocciolo della questione, purtroppo oggetto dell’assoluta assenza di dibattito, dal momento che come evidenziato all’inizio, la maggioranza degli economisti sono concordi nell’identificare gli squilibri commerciali tra i vari paesi ed il relativo debito estero che ne deriva, come un problema enorme ed urgente da risolvere. Addirittura c’è chi, come il professore Emiliano Brancaccio, riferendosi alla storia, arriva ad identificare gli squilibri finanziari internazionali come la causa di “pericolosi inneschi per conflitti militari su larga scala”. [1]

E non sorprende quindi, come sia lo stesso Brancaccio, insieme ai tanti che la pensano come lui, a considerare il giro di vite sui dazi, azionato pochi giorni fa da Trump, una conseguenza della stretta necessità che avrebbe la nuova amministrazione di Washington di risolvere il problema relativo all’imponente debito estero degli Stati Uniti (circa 23 mila miliardi).

La tesi è del tutto non credibile per chi ha compreso quanto la non convertibilità della moneta, renda tecnicamente un non-problema il debito estero in capo ad uno Stato. Non siamo in presenza di un debito reale, ovvero denaro prestato che necessità una restituzione. L’importazione di un bene, ragionando in termine di un paese che importa merci e prodotti, si conclude con la consegna da parte di quest’ultimo, di un estratto conto nella propria valuta al paese che glieli ha forniti, e nessuna altra prestazione aggiuntiva è richiesta.

Tutta questa spiegazione per far capire a chi mi legge, che i dazi imposti da Trump, non servono nella maniera più assoluta a ridurre il debito estero degli Stati Uniti. Primo, perché non esiste questa necessità e secondo, se l’intenzione fosse tale, imporre dazi è addirittura la scelta sbagliata. Se Trump avesse voluto realmente riequilibrare il deficit commerciale del suo paese, avrebbe dovuto imporre una tassazione sugli investimenti esteri in dollari e non su merci e prodotti.

L’ho spiegato diverse volte. Ciò che guida l’import/export di un paese, oltre alla qualità e quantità della produzione è il valore della sua valuta. Ma, in un mondo globale come è quello attuale, dove i movimenti finanziari superano di gran lunga quelli relativi all’economia reale, il valore delle valute è determinato in via principale più dai primi che dai secondi. Quindi, a niente serve tassare i prodotti in entrata, se il mondo continua a comprare dollari. Il relativo deprezzamento delle altre valute nei confronti del biglietto verde, annulla di fatto l’effetto dei dazi, facendo tornare convenienti i loro beni sul mercato americano.

Che Trump sia a conoscenza di questo semplice principio di dottrina economica e che sia realmente cosciente di cosa sta facendo, nessuno di noi può saperlo. Ma quello che dobbiamo avere ben chiaro, per una precisa analisi di quello che può essere il nostro futuro, è che tutto questo non è finalizzato a risolvere i “fantomatici” problemi che ci racconta la narrativa mainstream, comprese le soluzioni che i nostri governi dovrebbero intraprendere per rispondere a questa pazzia del Tycoon.

Sì, perché imporre dazi, a chi ti fornisce beni per il tuo godimento, realizzati con il proprio lavoro, in termine di opportunità, è equiparabile ad una “pazzia” in senso assoluto. E qui entriamo in quello che è il concetto di “ricchezza” vera, per un paese.

La vera ricchezza per un paese, misurata in termini reali, può essere facilmente calcolata sommando algebricamente i beni prodotti con quelli importati, sottraendo quelli che si esportano verso altri paesi. Il totale determina la quantità netta di beni che vengono consumati, ovvero goduti, dai cittadini.

In definitiva ed estremizzando il concetto, per renderlo ancora più chiaro, la “pazzia” ricondotta alla mossa di Trump, sta tutta nel fatto che, imporre dazi equivale a punire chi ti sta fornendo beni per il tuo godimento, in cambio di estratti conto in valuta, ossia numeri creati dal nulla.

Certamente in una ottica di riportare la produzione di beni reali dentro gli Stati Uniti, tale decisione potrebbe essere più comprensibile anche se non condivisibile in termini di soluzione. Se le intenzioni di Trump, fossero veramente quelle di riportare la produzione negli Usa, i mezzi e le politiche economiche da intraprendere sono ben altri che quelle di imporre tasse, quale appunto sono i dazi. I dazi, non avranno effetti negativi solo per i paesi che esportavano negli Usa, ma anche per l’economia americana in termini di aumento dei prezzi, qualora non gestiti da un attenta politica fiscale.

Purtroppo e tanto vorrei sbagliarmi, i dazi renderanno tutto più caro per tutti (e sì, le aziende aumenteranno anche i prezzi dei beni nazionali), con le entrate provenienti dai dazi che andranno a pagare i tagli fiscali per i ricchi. Ancora una volta, si prospetta l’ennesima ridistribuzione di ricchezza dal basso verso l’alto.

E se pensiamo in termini di tempismo, tanto per fare un esempio di criticità, i tagli fiscali (netti) dovrebbero arrivare immediatamente. Già l’anno prossimo sarebbe troppo tardi per fermare il crollo pro-ciclico in corso che sta riducendo il capitale bancario al di sotto dei requisiti.

Questo scenario, del tutto prevedibile, però non sarà lo stesso per ogni paese, dal momento che la sua realizzazione più o meno completa dipende direttamente dall’azione specifica dei singoli governi. E intraprendere una battaglia sui dazi con Trump, come è nelle intenzioni della Ue, è la scelta più errata che il nostro governo possa fare. Imporre dazi ai prodotti americani contribuirà soltanto ad aggravare lo stato recessivo della nostra economia, che ora dovrà affrontare anche l’effetto, quasi certamente devastante, dei dazi di Trump, qualora fossero applicati nei termini esposti.

Perché i dazi nella loro essenza, rappresentano uno shock sui costi. E non occorre andare molto lontano per ritrovare l’ultima volta, che uno shock sui costi generalizzato ha coordinato gli aumenti dei prezzi, innescando l’inflazione dal lato dei venditori che offrono prodotti. E’ successo con l’aumento dei prezzi sull’energia guidato dalla speculazione all’indomani dello scoppio del conflitto in Ucraina.

Dobbiamo prepararci per la prossima ondata di inflazione!?

La risposta è Sì, se il nostro governo non interverrà in modo pesante a livello di deficit, per proteggere occupazione e consumi. Il che significa abbandonare il Patto di Stabilità immediatamente…..

di Megas Alexandros

 

 

 

 

 

Note:

[1] Emiliano Brancaccio on X: “intervista sul Fatto: “..La storia insegna che gli squilibri finanziari internazionali rappresentano dei pericolosi inneschi per conflitti militari su larga scala. Per scongiurarli, serve uno stile diplomatico appropriato e qualche buona idea..” https://t.co/S0kMd824EN” / X

 

 

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte