di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Prima i dati sull’aumento della pressione fiscale nel paese, seguiti dai salti di gioia del ministro Giorgetti per il ritorno all’avanzo primario, poi i complimenti di Mario Monti ed infine la certificazione che arriva direttamente dai dati pubblicati dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb):
L’Italia ha il governo più austero dell’Unione Europea.
Questo si legge all’interno di un dettagliato rapporto sulle finanze pubbliche nell’Ue, dove l’Italia viene identificata come l’unico Paese che nel biennio 2024-2025 ha ridotto la spesa primaria netta finanziata da risorse nazionali, facendo registrare -0,9%.
Tutto il resto che vi raccontano quindi, è propaganda! la solita propaganda fraudolenta che un governo presentatosi come “sovranista”, necessita ancor di più per buttare fumo negli occhi ai propri elettori, vittime di un tradimento in piena regola. Giorgia Meloni, salita a Palazzo Chigi portando con sé le ultime speranze di chi ancora tre anni fa aveva lo stomaco in ordine per recarsi alle urne, oggi invece è diventata – anche per voce di un giornalista storicamente vicino alla destra come Mario Giordano – quel che prometteva di combattere: establishment!
La premier in prima fila, con dietro tutta la classe politica che sostiene il governo e la stampa servile al seguito, si stanno dannando l’anima per mascherare questa realtà, inscenando una puerile propaganda condita da false prospettazioni e dati economici stravolti e riletti a convenienza, come il dato occupazionale. E’ chiaro come un esecutivo che in tema di politiche economiche assomiglia sempre più a Monti ed i governi che lo hanno preceduto, per tentare di conservare il consenso, abbia bisogno di una specifica propaganda volta ad allontanare le responsabilità dalle proprie mani per attribuirle a entità sempre più lontane da Roma, bersaglio facile da dare in pasto alla massa.
E’ così che esperti della materia economica prestati alla politica come il professor Alberto Bagnai, capo economista di uno dei partiti che compongono la maggioranza di governo, si dibattono giornalmente nel tentativo di far conciliare la verità dottrinale in campo economico con la falsa propaganda necessaria a tenere in piedi quel consenso che garantisce loro la poltrona.
Pochi giorni fa il senatore, nel suo quotidiano tentativo di tenere calmi e buoni chi tra i suoi follower si sente tradito, riporta sul suo profilo Facebook uno studio di tre economisti portoghesi, pubblicato a febbraio scorso, con il chiaro intento di allontanare dal suo governo le responsabilità del dramma economico in corso nel paese.
Lo studio consiste in una ricerca, con la quale i tre economisti cercano di dare una risposta a una semplice domanda: l’ingresso nell’euro ha reso più ricchi o più poveri i Paesi periferici dell’Eurozona?
Domanda più che lecita se non che, per fornire la risposta viene preso un indice contabile che dice poco o nulla rispetto a quello che ci interessa, ovvero quel benessere diffuso, in termine di ricchezza reale e finanziaria che qualifica lo status di “buona economia” di un paese.
Come indicatore di ricchezza gli autori usano la posizione finanziaria netta sull’estero (differenza fra le attività estere detenute dai residenti e le attività nazionali detenute dai non residenti).
La prima annotazione semplice da fare da chi comprende il funzionamento delle operazioni monetarie negli scambi internazionali con moneta fiat, è quella di chiarire immediatamente che la posizione netta sull’estero di un paese non rappresenta minimamente l’attestazione di un rapporto debito/credito tra il paese in questione e gli altri paese, bensì la certificazione contabile di un flusso. Ovvero tutti i movimenti di beni, merci, valute ed asset finanziari che intercorrono tra questo paese ed il resto del mondo.
Quindi, ragionando in termini di nazione, una posizione netta sull’estero passiva non rappresenta un debito da pagare, o come afferma Bagnai nel suo post – [“soldi che il Paese deve restituire all’estero”] – ma la differenza tra gli estratti conto in valute estere che la nazione stessa detiene rispetto agli estratti conto nella sua valuta detenuti dagli altri paesi. A fronte di quest’ultima voce, nessun obbligo deriva per il paese. E chi detiene la nostra valuta, con essa non può altro che acquistare beni e/o asset nel nostro paese oppure cederla a chi con questa valuta può pagare le tasse nel paese di emissione.
Definito in cosa consiste nel concreto la posizione netta sull’estero per uno Stato, andiamo a vedere quello che rappresenta in termini pratici per il settore privato. In poche parole, con un esempio credo facilmente comprensibile anche a chi non “mastica” la materia economica: la vita della maggioranza degli italiani non dipende certamente, se Gianni Agnelli detiene più o meno estratti conto in dollari di quelli che John Ford detiene in euro.
Compreso questo, la domanda sorge spontanea, direbbe Gigi Marzullo: chi e cosa determina la vita degli italiani?
La risposta, è quella che ormai fornisco, necessariamente in modo ripetitivo, in ogni mio articolo. La vita delle famiglie e delle imprese italiane è direttamente determinata e determinabile dall’azione dei nostri governi che viene esplicata attraverso quella funzione di politica fiscale che la dottrina economica e la Costituzione attribuisce loro. E’ il governo di Roma che con le sue decisioni di spesa e tassazione, determina il destino di tutti noi che operiamo dentro il sistema economico italiano.
Tanto per essere chiari, anche in presenza di elevate e perduranti posizioni nette passive sull’estero, un governo è sempre in grado di operare per il raggiungimento della piena occupazione nel paese con salari adeguati ad un corretto tenore di vita: ciò che rende stabili e sicure le nostre vite.
Il risultato che proviene da questo studio, dove apparentemente i paesi periferici della UE sarebbero stati più ricchi nel 2010 se non avessero partecipato all’Unione economica e monetaria, è un risultato che come mostrato lascia il tempo che trova in quanto a certificare o meno il benessere di un paese. E’ chiaro che l’essersi infilati dentro la “gabbia” di una unione monetaria e le sue folli regole, senza prevedere meccanismi di trasferimento fiscale tra i paesi membri, può aver contribuito in alcuni casi al risultato finale che ci viene proposto. Ma, che tutto questo ha poco a che vedere con il benessere di un paese, è confermato proprio dalla precarietà che caratterizza la nostra economia, pur rilevando l’Italia una posizione netta attiva con l’estero.
Dice Bagnai nel commento al suo post, addirittura facendo passare la sua spiegazione come “teoria economica standard” (forse si è dimenticato di aggiunge “gold” davanti a “standard”,ndr):
“Ma siccome questo bilancio federale non esiste, il buco della bilancia dei pagamenti deve essere tappato con debito estero, e quindi la ricchezza netta dei Paesi periferici diminuisce, tirata giù dal peso della “carta” venduta all’estero per raccogliere fondi con cui pagare l’eccesso di importazioni”.
La solita “solfa”, un motivo musicale che molti post-keynesiani di casa nostra ancora legati al gold standard, recitano appena oltrepassano le Alpi. Nelle loro menti, la moneta nazionale appena viene spesa oltre i confini torna ad essere, in modo assurdo e sinceramente inconcepibile, convertibile. Da lì, nel loro immaginario parte la “folle” prospettiva di dover caricare le carovane di lingotti del nostro oro, per andare a ripagare il così detto debito estero.
Per smentire quale presunto pericolo “l’eccesso di esportazioni”, che come indicato da Bagnai porta ad un aumento del debito estero, basta guardare ancora all’Italia. Il nostro paese, divenuto esportatore netto dopo la cura-Monti (quindi in una situazione ottimale, secondo il Bagnai-pensiero, ndr), presenta invece da allora, una perdita di ricchezza e benessere diffuso come non mai. Quindi, essere esportatore netto e creditore netto sull’estero, non produce i tanto attesi risultati, a quanto pare!…. la verità quindi, sta da tutt’altra parte rispetto alla dottrina impartita da Bagnai.
Quale era la cura-Monti, tutti noi lo sappiamo: consolidamento fiscale attraverso politiche economiche “lacrime e sangue” a più non posso. E allora a cosa serve avere una posizione attiva sull’estero? a niente, visti i risultati raggiunti nel nostro paese. E se non serve a niente, la conseguenza logica è che lo studio dei tre economisti portoghesi, presentato da Bagnai, vale ZERO, rispetto all’obbiettivo che si prefigge. Magari, può essere funzionale alla propaganda a cui Bagnai è comandato, ma non certamente a comprendere le reali cause che affliggono la vita e l’operato delle famiglie e delle imprese italiane.
Qualcuno, veramente un giorno prima o poi, dovrebbe prendere da una parte Bagnai, e spiegargli una volta per tutte quello che in decenni, piegato alla gradazione che preferite sui libri di economia, ancora non ha compreso. Le valute non volano e quando si acquista qualcosa dall’estero, la valuta che diamo in pagamento rimane a disposizione del nostro sistema bancario. E dentro i registri delle banche centrali quello che avviene è solo e soltanto un cambio di intestazione rispetto alla titolarità dell’estratto conto. E sempre prendendo ad esempio i soliti nomi noti, nelle tasche o nei conti degli italiani nessun euro si aggiunge, quand’unque l’estratto conto rappresentante il risparmio sia intestato a Gianni Agnelli o a John Ford.
Dopo di che, e questo è ancora più importante per la vita degli italiani stessi, dovremmo anche spiegare a Bagnai che i “trasferimenti fiscali” a cui giustamente fa riferimento nel suo post, ad oggi, deve farli il suo governo (anche in deficit se necessario, ndr), perché la UE, se ancora non se ne fosse accorto, non è uno Stato Federale, ma solo una “folle” unione monetaria, per di più regolata da Trattati che contrastano nettamente con i principi fondamentali della nostra Repubblica. E qui entriamo nel campo dell’esercizio della sovranità in favore del popolo, che anche questo governo non pare proprio intenzionato ad esercitare.
di Megas Alexandros






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