Il monopolio sulla valuta è essenziale, ma senza una politica fiscale adeguata si fa la fine di Orban!

In UE si festeggia la caduta al voto dell'ormai ex primo ministro ungherese. Ma la gestione della crisi inflattiva da parte del governo di Orban (nonostante il fiorino), è stata perfettamente in linea con i dettami di Bruxelles. Questo abbatte anche l'opinione diffusa nel paese che attribuisce la persistente crisi economica dell'Italia, all'utilizzo di una valuta sopravvalutata.

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Al di là della delusione che la sonora sconfitta elettorale ha lasciato tra le “vedove” italiane, ammiratrici del leader europeo più avverso alla politica di Bruxelles, ciò che qui interessa è un’analisi del perché nonostante una moneta propria, libera di fluttuare nei confronti dell’euro e delle altre monete, l’economia ungherese non mostri particolare dinamismo.

Nel dibattito sulle difficoltà economiche italiane si tende spesso a ricondurre i problemi all’ingresso nell’euro e, in particolare, a una moneta ritenuta da molti sopravvalutata rispetto alle esigenze del Paese, che ne avrebbe minato produttività e competitività.

Si tratta di una lettura che, per chi conosce il funzionamento della moneta moderna, ha un valore limitato, o comunque subordinato alle scelte di politica fiscale.

Una delle caratteristiche fondamentali delle valute fiat è il regime di cambio flessibile, senza il quale sarebbe impossibile per i governi sostenere politiche per la piena occupazione.

La possibilità che le valute si rivalutino o svalutino tra loro è un fenomeno fisiologico e non rappresenta, di per sé, una spiegazione delle performance economiche di un Paese. L’euro stesso è in cambio flessibile rispetto alle altre valute, ma quello che rende poco brillanti le economie dei paesi membri, sono le ferree regole di bilancio imposte dai trattati.

In questo contesto si inserisce un principio chiave, che vede certamente il monopolio pubblico della moneta come essenziale, ma non sufficiente affinché si possa dire di vivere in quella che può essere definita una “buona economia”, caratterizzata da un benessere diffuso.

La sovranità monetaria – ossia la capacità di uno Stato di emettere la propria valuta nella quantità desiderata – è uno strumento centrale. Tuttavia, il suo impatto dipende interamente da come viene esercitata, cioè dalle scelte di politica fiscale che i governi mettono in atto. È la politica fiscale, attraverso la gestione di spesa e redistribuzione delle denaro che i governi creano, a determinare in larga parte le condizioni macroeconomiche.

In un sistema a moneta sovrana, la domanda aggregata è una variabile di politica pubblica, non un dato spontaneo dei mercati.

A partire dal 2021, l’economia globale ha attraversato una fase inflattiva significativa, originata principalmente da fattori esogeni:

  • discontinuità nelle catene del valore
  • aumento dei prezzi energetici
  • tensioni geopolitiche

Le principali banche centrali hanno risposto con politiche restrittive basate sull’aumento dei tassi di interesse. Tuttavia, l’efficacia e gli effetti collaterali di tali misure restano ampiamente dibattuti.

Il caso ungherese è particolarmente interessante perché combina sovranità monetaria, cambio flessibile ed esposizione a shock esterni.

Tra il 2021 e il 2023, l’Ungheria ha registrato uno dei più alti tassi di inflazione in Europa, superiore al 20%.

La possibilità di svalutare la valuta, ossia il regime di cambio flessibile, è un elemento rilevante ma non determinante: il risultato economico dipende dal comportamento del monopolista della valuta, cioè lo Stato, attraverso il mix di politiche fiscali e monetarie.

In altre parole, non è il cambio da solo a determinare l’esito, ma il modo in cui viene gestito il sistema economico nel suo complesso.

La risposta della banca centrale ungherese è stata caratterizzata da un forte aumento dei tassi di interesse.

Questa scelta, tradizionalmente giustificata come strumento per contenere la domanda e stabilizzare le aspettative, agisce però attraverso diversi canali macroeconomici.

In primo luogo, l’aumento dei tassi incrementa la spesa per interessi del settore pubblico, sostenendo la domanda aggregata tramite redditi finanziari non legati alla produzione corrente.

In secondo luogo, aumenta i costi finanziari per le imprese, che tendono a trasferirli sui prezzi finali.

Infine, tassi elevati possono incentivare movimenti di capitale e operazioni di copertura sui mercati valutari, contribuendo a dinamiche di instabilità del cambio, soprattutto nei Paesi più esposti.

Ne deriva che la politica monetaria restrittiva non è neutrale e può contribuire sia alla persistenza dell’inflazione sia alla contrazione dell’attività economica.

Nonostante la successiva riduzione dell’inflazione, il periodo è stato caratterizzato da erosione dei salari reali, contrazione della domanda interna e aumento dell’instabilità sociale.

Un confronto utile è quello con il Giappone. In presenza di shock simili, il Giappone ha adottato una strategia opposta: politica monetaria accomodante e interventi fiscali mirati, tra cui sussidi energetici e trasferimenti alle famiglie.

Questo approccio ha prodotto una dinamica inflattiva più contenuta, la minore tra i paesi del G7, minori effetti redistributivi regressivi e maggiore stabilità macroeconomica, nonostante una significativa svalutazione dello Yen.

Questo rafforza un punto centrale: il cambio non determina automaticamente l’inflazione, né il benessere economico.

Le conseguenze politiche dell’inflazione sono ormai evidenti in diversi contesti.

Negli Stati Uniti, le difficoltà nella gestione del carovita hanno contribuito alla crisi politica dell’amministrazione democratica. In Argentina, il disagio economico ha favorito l’ascesa di Javier Milei come risposta radicale all’instabilità precedente.

In questo quadro, già nel 2024 Warren Mosler aveva evidenziato come l’aumento dei tassi di interesse, combinato con elevata spesa pubblica, possa generare effetti inflazionistici attraverso molteplici canali: dalla domanda aggregata ai costi finanziari fino alla struttura dei prezzi. ( https://www.bloomberg.com/news/articles/2024-07-08/warren-mosler-us-gov-is-spending-like-a-drunken-sailor )

Le dinamiche osservate in Ungheria non rappresentano quindi un caso isolato, ma si inseriscono in una tendenza più ampia che riguarda anche l’Eurozona.

Il rischio per l’Europa è quello di sottovalutare questi segnali. Le crisi politiche in altri Paesi non sono necessariamente segnali di forza, ma possono essere anticipazioni di dinamiche che si manifestano anche altrove.

In particolare, la vulnerabilità agli shock energetici resta un elemento centrale.

Eventuali tensioni prolungate in Medio Oriente potrebbero riattivare pressioni inflattive significative, riproponendo il conflitto tra stabilità dei prezzi e tenuta sociale.

Una risposta basata principalmente su strumenti monetari restrittivi rischierebbe di produrre gli stessi effetti già osservati:

  • erosione dei redditi reali
  • aumento delle disuguaglianze
  • crescita del malcontento politico e del disagio sociale

Alla luce di ciò, un eventuale compiacimento per dinamiche politiche interne ad altri paesi dovrebbe essere accompagnato da una riflessione più ampia.

Il rischio, infatti, è che le stesse condizioni economiche, inflazione, perdita di potere d’acquisto, politiche restrittive, possano manifestarsi anche nel cuore dell’Eurozona, con effetti analoghi in termini di stabilità politica e coesione istituzionale.

In assenza di un ripensamento del mix di politiche economiche, e in particolare del ruolo della politica fiscale nella gestione degli shock, non può essere escluso che tali dinamiche arrivino a mettere in discussione, nel medio periodo, la stessa tenuta della moneta unica.

Le crisi politiche altrui non sono necessariamente segnali di forza. Possono essere, più semplicemente, anticipazioni.

L’analisi appena conclusa dimostra ancora una volta in più la validità della MMT: la politica fiscale viene prima di tutto.

In Italia, come detto, c’è una massiccia corrente di pensiero, purtroppo presente anche tra gli euroscettici, la quale attribuisce al cambio ‘fisso’ dell’euro il fallimento del Paese.

Ma la prova contraria è sotto gli occhi di tutti: il Fiorino ungherese si è svalutato pesantemente senza portare benefici reali alla popolazione. E questo è stato pagato a caro prezzo da Viktor Orbán, anche lui come avviene per chi governa in Italia, evidentemente molto più attento verso gli interessi della rendita elitaria che alle effettive esigenze del suo popolo.

La possibilità di svalutare la propria valuta non è una variabile determinante di per sé: l’esito economico dipende dalle decisioni del monopolista della valuta, ovvero dallo Stato, attraverso il mix di politiche fiscali e monetarie adottate.

La vera variabile decisiva resta sempre la qualità delle scelte di politica economica.

di Megas Alexandros

 

 

 

 

 

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte