Il Ponte sullo Stretto non aggiungerà un euro alla nostra economia

29 Agosto 2025 | Attualità, Economia, News, Politica | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Tutta la classe politica al governo ed in particolar modo il ministro dei trasporti e delle infrastrutture Matteo Salvini, si stanno esaltano per l’inizio dei lavori che porteranno alla realizzazione di quella che è forse l’opera pubblica più imponente ed attesa da anni nel nostro paese, che unirà la penisola ad una delle sue isole più grandi, la Sicilia. Il Ponte sullo Stretto fa ormai parte della legge di bilancio 2025 voluta dal governo di Giorgia Meloni che ha infatti previsto nuovi fondi per finanziare l’opera, ricevendone un incremento complessivo di 1,4 miliardi, che porta il costo complessivo a quindi di 13 miliardi.

Le opere pubbliche rivestono una doppia importanza per l’economia di un paese, da un lato, se ben studiate, contribuiscono a migliorare il benessere comune in ottica di modernizzazione ed efficienza e dall’altra forniscono lavoro.

Quello che mi interessa trattare in questo articolo è il secondo beneficio, ovvero il supposto aumento occupazionale che la politica propaganda ogniqualvolta ci troviamo  di fronte alla messa in atto di un investimento pubblico.

Il Ponte sullo Stretto «è un’opera che incrementerà il Pil di tutto il Paese e coinvolgerà positivamente lavoratori e imprese di tutta Italia, secondo lo studio indipendente di Open Economics ne beneficerà per prima la Lombardia, come regione più industrializzata» ha subito sentenziato il ministro Salvini per magnificare l’operato del suo governo.

Addirittura il ministro è così convinto che la realizzazione del Ponte sullo Stretto possa fornire non solo quella risposta occupazionale attesa da tempo nel paese, tale da “garantire lavoro, speranza e futuro, soprattutto ai giovani”, ma anche che sia “la migliore risposta alle mafie, che prosperano dove non c’è sviluppo”.

A dare peso alle sue parole, abbiamo di fronte uno scenario di un governo, quello di centrodestra che starebbe per risolvere due dei più grandi problemi che da decenni compromettono la stabilità del nostro sistema economico. La mancanza di lavoro ed il proliferarsi delle attività in mano alle organizzazioni mafiose, con sempre più spesso uomini delle istituzioni a curarne gli interessi, sono infatti due  tra i principali motivi per cui da tempo i nostri giovani migliori decidono di abbandonare il paese verso lidi migliori e chi invece impossibilitato a farlo, si trova sempre più spesso nella posizione di non poter dire di no ad occupazioni illecite, fornite loro da chi e’ a capo di queste organizzazioni.

La domanda che tutti noi dobbiamo porci è, se i tanto desiderati investimenti in opere pubbliche come appunto è quella che sta per partire, veramente come ci racconta Salvini, hanno il potere di far tornare nel paese, quella che si definisce “una buona economia”.

Una buona economia, è quella dove le imprese entrano in competizione tra di loro per assumere le persone. Dove c’è carenza di persone disponibili a lavorare e tutti vogliono assume. Dove i lavoratori vengono formati, costi quel che costi e le imprese assumono studenti ancor prima che terminino il corso degli studi.

Una buona economia è anche quando uno può cambiare lavoro se lo vuole, perché altre attività produttive cercano di assumerlo. È così che dovrebbe essere l’economia, ovvero l’esatto contrario di quello che è oggi.

E allora torniamo alla domanda per provare ad avere una risposta rispetto a quelle che sono le grandi “speranze” che oggi ci infonde il ministro Salvini. Cosa debbono aspettarsi le nostre vite, quelle dei nostri figli ed il paese in termini di benefici macroeconomici con la realizzazione di questa opera in quanto ad aumento dell’occupazione e crescita del benessere nazionale.

La risposta non vi piacerà!

Tanto per arrivare subito al “sodo”, la costruzione del Ponte sullo Stretto, finanziata all’interno dell’avanzo primario, ormai caratteristica consolidata del bilancio pubblico e obbiettivo anche per gli anni avvenire del governo in carica, non aumenterà di un solo euro il risparmio netto del settore privato e nemmeno aggiungerà un solo posto di lavoro in più che non sia frutto dell’aumento delle condizioni di precarietà di chi già lavora.

Provo a spiegarmi meglio: mantenere l’attuale rigore di bilancio, dove al netto degli interessi il governo addirittura si mantiene in surplus rispetto al settore privato, significa in “soldoni” che i 13 miliardi occorrenti per costruire il Ponte, devono essere reperiti o con nuove tasse o tagliando altre spese. In entrambi i casi, sempre ragionando in termini macroeconomici, la conseguenza è che l’aumento dell’occupazione previsto per l’opera in costruzione si compensa con la perdita di occupazione da altre partiti oppure nell’aumento della precarietà, con relativa riduzione del potere di acquisto complessivo da parte dei lavoratori.

Di esempi pratici ne possiamo fare quanti ne volete. Se per ipotesi i 13 miliardi necessari alla costruzione del Ponte, venissero tolti dalla Sanità, è chiaro che tale settore dovrà procedere ad un riequilibrio dei costi che impatterà sul personale oppure sulla fornitura del servizio. In entrambi i casi, saranno sempre gli italiani a pagare.

Di contro se tale opera fosse finanziata con un aumento delle tasse, è chiaro come anche in questo caso si va ugualmente a togliere capacità di investimento e consumo rispettivamente a imprese e famiglie.

Quindi torniamo sempre allo stesso problema ovvero la mancanza di spesa in deficit da parte dello Stato, ossia l’unico modo che un sistema economico guidato dalla valuta dello Stato, ha di ottenere denaro netto per investimenti e consumo. Benché ne dica Salvini (un ignorante totale in materia economica a volergli bene!), la realizzazione del Ponte sullo Stretto, stante la gioia con cui il suo “compare” di partito, ministro del Mef, Giancarlo Giorgetti, festeggia puntualmente ogni trimestre il target di avanzo primario raggiunto, lascerà l’Italia e gli italiani nella stessa situazione di dramma economico che stanno vivendo.

Stesso ragionamento vale anche per i tanto propagandati fondi del PNRR, soldi destinati a progetti ed opere pubbliche, che avrebbero dovuto spingere la nostra economia fortemente colpita dal Covid. Possiamo tranquillamente notare, fatti alla mano, che nonostante l’arrivo di questo denaro (una parte “grant” e l’altra in prestito, ndr), nessun cambiamento è avvenuto in termine di dati positivi per la nostra economia.

Questo perché, niente qualifica per le nostre economie, come i governi si procurano il denaro che spendono. Quello che conta è se il governo lo spende o meno in deficit. La semplice equazione che dovremmo vedere è:

spesa del governo vs tasse

Se il governo spende più di quello che raccoglie con le tasse, ha creato moneta dentro il sistema economico. Se invece come fa il nostro governo, le tasse sono superiori alla spesa pubblica, è chiaro che sta distruggendo moneta e quindi risparmio netto dentro il sistema economico stesso, togliendo come detto capacità di investimento e consumo al settore privato.

Non può esistere crescita economica ed occupazionale all’interno di un sistema economico così strutturato. Ed infatti l’Italia non cresce da 30 anni, guarda caso da quando conseguire un avanzo primario è diventata la normalità per i nostri governi.

In linea teorica, il governo potrebbe anche ricevere centinaia di miliardi gratuiti dalla UE o da chi chicchessia, ma se non li spende in deficit niente cambia in termini di risparmio netto dentro il settore privato. Tutto questo con la premessa che i governi non hanno la minima necessità di ricevere denaro gratis, tantomeno di farselo prestare. Sono loro stessi i creatori in regime di monopolio, attraverso la citata spesa in deficit, del denaro oggetto di eventuali prestiti contratti per scelta politica e non per necessità.

In un sistema di questo tipo, dove appunto lo Stato monopolista della valuta si autolimita per scelta politica nel creare moneta, tutte le nostre speranza di poterla ottenere sono riposte nei prestiti bancari. Investimenti e consumi sono quindi totalmente dipendenti dalla volontà delle banche di concederci credito. Tutti noi conosciamo il detto popolare: “le banche ti di danno l’ombrello quando non piove”. E’ totalmente rappresentativo della realtà.

In effetti, le banche, a differenza dello Stato non sono i monopolisti della moneta. Sono utilizzatori che operano dentro e non fuori dal settore privato, e come le imprese e le sono costrette a tenere conto dei loro costi e ricavi. Quindi, il risultato è che non prestano se non sono certe di poter ottenere indietro il denaro prestato. Il loro agire quindi è “ciclico” rispetto al ciclo economico, ossia prestano quando l’economia va bene e non lo fanno quando l’economia, come quella italiana, è in forte crisi da tempo.

Quindi l’impasse in quanto a creazione monetaria è totale, di fronte ad un governo che non spende in deficit ed al sistema bancario che non presta. Siamo di fatto in una situazione ben riprodotta del modello “medioevale” dove il denaro era volutamente scarso e nella disponibilità esclusiva del “Signore”.

Al sistema economico resta quindi l’ultima carta da giocare, la peggiore e la meno sicura: quella di ottenere denaro attraverso le esportazioni. Premesso che il settore export conta solo per il 30 per cento del Pil italiano; che dire, con un Donald Trump che sta sparando dazi a più non posso, mettendo in forte crisi le nostre esportazioni, le condizioni per aggravare ulteriormente la nostra economia ci sono tutte, se il governo di Salvini e della Meloni, non smettono di prendere in giro gli italiani, nonché di servire la classe elitaria che li ordina, ed iniziano immediatamente a spendere in deficit per ottenere la piena occupazione nel paese con un salario minimo dignitoso per chiunque voglia lavorare.

di Megas Alexandros

Articoli Correlati

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte