In Italia si muore più che si nasce e si parte più che si arriva….. ma non ditelo a Marattin e Salvini!!!

La campagna elettorale in corso ripropone gli stessi soggetti e gli stessi temi di sempre. Il leader della Lega è sempre ossessionato dagli arrivi degli immigrati, mentre il capo economista di Renzi, non dorme la notte dal pensiero di come si potrà riuscire a pagare le pensioni tra qualche anno.

4 Agosto 2022 | Attualità, Economia | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Il nuovo studio della Fondazione Di Vittorio della Cgil (riportato in fondo nelle note, insieme al commento del presidente della FDV) [1 e 2] – ci rende edotti che nel nostro paese c’è un’altra recessione che preoccupa più di quella economica ed è quella demografica.

Tra vent’anni, nel 2042, ci saranno 6,8 milioni di italiani in meno in età da lavoro, 3,8 milioni di pensionati in più. Il saldo naturale è già negativo, quello migratorio quasi: si muore più che si nasce, si parte più che si arriva. Il tema – stante le assurde politiche economiche neoliberiste in atto – impatta sul futuro del Paese, la sostenibilità sociale ed economica: lavoro, pensioni, assistenza, sanità, bassa natalità, bisogno di manodopera straniera. Questione demografica, migratoria e occupazionale: nodi che si intrecciano e che la politica rinuncia volutamente ed in modo delinquenziale a gestire attraverso l’uso corretto delle necessarie politiche fiscali.

Insomma, come è facilmente gestibile lo spread sui tassi, sarebbe altrettanto facile per i governi gestire lo spread delle “culle”.

Il declino ormai è un fatto, ed anche Istat torna spesso sul tema. Lo studio della Cgil ci avverte: “Attenzione ad esultare quando il tasso di occupazione sale: è un effetto ottico, perché la base si sta restringendo”, dice il presidente Fulvio Fammoni. “Il tasso di maggio al 59,8%, celebrato come record, sarebbe un punto più basso se la forza lavoro fosse la stessa di febbraio 2020: e invece siamo sotto di 600 mila unità. Per rendere sostenibile il nostro sistema previdenziale dovremo ampliare quella base anche tramite regolarizzazione di stranieri necessari per occupare i posti di lavoro scoperti”. 

Lo “shortage” – la difficoltà delle imprese a trovare manodopera, fenomeno acutizzato in pandemia e nel frenetico post pandemia soprattutto in agricoltura, logistica, turismo e nelle professioni più qualificate dell’industria – potrebbe cronicizzarsi. Diventare strutturale per mancanza non di profili, ma proprio di lavoratori. E qui il Reddito di cittadinanza non c’entra. L’Italia invecchia e i giovani più preparati preferiscono l’estero che garantisce posti meno precari stipendi più alti.

Al primo gennaio 2022, dopo 15 anni, la popolazione residente in Italia è scesa sotto la soglia dei 59 milioni. Dal picco del primo gennaio 2014 – 60 milioni e 346 mila – il Paese ha perso 1,4 milioni di residenti. Due crisi finanziarie – 2008 e 2011 – e poi pandemia, recessione, ripresa e ora ancora timori di recessione: acceleratori della crisi demografica, suoi inneschi ed amplificatori. Al punto che la tendenza parrebbe essere strutturale.

Il saldo naturale, la differenza tra nati e morti, è passato da -100 mila nel 2014 a oltre -200 mila nel 2019. Il saldo migratorio, la differenza tra iscritti e cancellati da o per l’estero, è ancora positivo, ma talmente sottile da non riuscire a compensare quello naturale. Sono aumentate le emigrazioni, di italiani e stranieri. Dal 2013 lasciano l’Italia e cancellano la residenza oltre 100 mila cittadini all’anno, senza contare gli italiani all’estero che la residenza ce l’hanno ancora qui. Assieme a 140 mila stranieri residenti o soggiornanti.

Dice Istat che un cittadino espatriato su tre ha un’età compresa tra 25 e 34 anni e la metà ha una una laurea o un titolo superiore alla laurea. Per il 30% sono “nuovi cittadini” di prima o seconda generazione che hanno acquisito di recente la cittadinanza. Ecco dunque che se emigrano sempre più giovani, istruiti e qualificati il tema non è solo demografico ma di sviluppo e futuro del Paese.

Insomma qui cominciano tutti a preoccuparsi per il meccanismo che si è inceppato, hanno il terrore per la decrescita della popolazione e cominciano a farsi tutte le domande possibili in base alla folle logica che ha guidato il pensiero neoliberl: cosa succede a un Paese in cui non si trovano lavoratori non perché preferiscono il divano, ma perché semplicemente non esistono? Quale futuro per un Paese di pensionati? Chi pagherà le loro pensioni? Tra vent’anni, secondo le stime riportate dallo studio Cgil su dati Istat, la popolazione residente si asciugherà di 3 milioni, da 59 a 56 milioni di persone, il 5% in meno. L’età media salirà da 46,2 a 50 anni.

Il più preoccupato di tutti nel nostro paese, per come riuscire a pagare le pensioni in futuro, sembra essere il capo economista di Italia Viva, al secolo Luigi Marattin – e tutta la sua preoccupazione la manifesta attraverso un twitt di poche settimane fa:

Marattin totalmente assuefatto dalla droga del “pensiero unico” neoliberal – il quale, come ben sappiamo prefigura una costante (ma falsa), scarsità di moneta – giustamente si preoccupa, perché se, come viene fatto credere, i soldi per pagare le pensioni arrivano da chi lavora, diminuendo i lavoratori ed aumentando i pensionati, la matematica ci dice che dobbiamo preoccuparci.

C’è un però!!! tutto questo ragionamento e la relativa conclusione, sono affetti da un assunto completamente sbagliato, quale è appunto il far credere che la moneta sia scarsa e che lo Stato, per pagare le pensioni, debba procurarsela da chi lavora.

Se fosse vera, la tesi di Marattin ci condurrebbe all’assurda logica, che per risolvere tale problema, o saremmo  condannati ad alzare l’età pensionabile all’infinito (che equivale a lavorare fino al giorno della nostra morte), oppure a sopprimere direttamente i pensionati per decreto. Insomma un sistema pensionistico non basato sul far godere il giusto e meritato riposo ai lavoratori negli ultimi anni della loro vita, ma bensì sull’essenzialità della loro morte.

In definitiva, capite bene, che nel ragionamento di Marattin e di molti altri come lui, c’è molto che non va, sia a livello logico che strettamente contabile, per non parlare della questione morale, che vede privilegiare la morte rispetto alla vita.

“Si dovrebbero vergognare, solo a presentare il problema in tali termini, che definire delinquenziali è il minimo!!!”

La moneta, cari miei, non è scarsa ed è un monopolio dello Stato. L’Istituto di previdenza sociale, quand’unque dipendente e sostenuto da un governo come si deve, non ha la benché minima necessità dei contributi versati da chi lavora per poter far fronte alla spesa pensionistica, ma può assolvere ad ogni suo impegno attraverso il deficit del governo stesso appositamente finanziato dalla banca centrale con emissione di moneta dal nulla.

Ugualmente, gli stessi deficit con i quali il governo può acquistare tutta la forza lavoro che desidera, possono fare in modo che i giovani non lascino il nostro paese alla ricerca di quel lavoro in cui si sono specializzati e dei salari che meritano. Ovvero ad emigrare in quei paesi dove, a differenza del nostro, i governi invece, mettono in pratica le necessarie politiche fiscali, per far vivere i loro popoli e chi arriva, in quella che possa definirsi una “buona economia”.

Continuando nell’analisi dello studio, viene confermato il trend, ma soprattutto vengono confermate le stesse paure di Marattin, per non dire lo stesso modo assurdo di analizzare il problema. Fa veramente impressione come certe idee si siano insinuate nel modo di pensare ed agire di molti professionisti, i quali non riescono più a ragionare (volutamente o no), con la loro testa.

Leggete e prendete nota delle assurde conclusioni a cui sia arriva: la fascia di età che subirà la riduzione più marcata è quella tra 15 e 64 anni, la popolazione in età lavorativa: dagli attuali 37,2 milioni a 30,7 milioni. Un tonfo di 6,8 milioni, il 18,1% in meno. In parallelo, crescerà la popolazione non attiva, under 15 e over 64: da 21,5 a 25,3 milioni (+17,6%). Non certo per un boom di culle. Anzi i giovani caleranno di 1,1 milioni (-14%), gli anziani saliranno di 4,9 milioni (+34,6%).

Lo squilibrio allarma. La popolazione invecchia e aumenta il carico economico e sociale che grava su chi lavora, la cui quota sul totale della popolazione passa dal 63,5% del 2022 al 54,8% del 2042″, scrivono gli autori dello studio Cgil, il sociologo Beppe De Sario e l’economista Nicolò Giangrande. Sempre meno lavoratori dovranno farsi carico di sempre più persone che dipendono dalla pensione o dall’assistenza.

Affermazioni che hanno dell’incredibile e che come già detto partono tutte dal presupposto totalmente falso ed errato che la moneta sia scarsa e che lo Stato debba finanziare la spesa pubblica tramite le tasse.

Conclude lo studio: L’indice di vecchiaia, il rapporto tra popolazione anziana e giovane, è destinato dunque ad esplodere: dal 188% quest’anno (già alto) al 295% nel 2042. Così come pure l’indice di dipendenza strutturale, il rapporto tra chi non lavora e chi lavora: da 57 a 82%. E l’indice di dipendenza degli anziani, il rapporto tra anziani e adulti: da 37 a 62%. Spread demografici molto più inquietanti di quello tra Btp e Bund, titoli italiani e tedeschi. Eppure questo lo misuriamo ogni giorno, l’altro lo ignoriamo.

Addirittura si arriva a definire lo spread demografico ancora più preoccupante di quella che per anni ci hanno fatto credere fosse la nostra paura quotidiana più profonda, ossia lo spread Btp-Bund.

Insomma prepariamoci, la strada è tracciata, da ora in poi, per non pagarci le pensioni, la paura quotidiana sarà lo spread demografico.

Tutto questo alla faccia di Salvini, che è ripartito in campagna elettorale dallo stesso punto di quella precedente, ovvero piena lotta agli immigrati. Non fate leggere questo studio al leader della Lega ormai accasato nel Giglio: gli prenderà un colpo e gli crollerà il tema centrale del campagna elettorale in corso, nel sapere che gli immigrati che se ne vanno dal nostro paese sono più di quelli che arrivano.

di Megas Alexandros

NOTE

[1] Articolo – L’impatto della crisi demografica italiana sul lavoro (De Sario e Giangrande) (1).pdf (fondazionedivittorio.it)

[2] Commento – L’impatto della crisi demografica italiana sul lavoro (3).pdf (fondazionedivittorio.it)

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte