di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Quale miglior occasione per la propaganda delle opposizioni che quella di cogliere in “fallo” la premier Giorgia Meloni dentro le aule parlamentari, su quello che è considerato certamente l’indicatore economico più noto della politica italiana degli ultimi 15 anni. Alzi la mano chi in questi anni di disgrazia economica e finanziaria per il paese, non ha mai ascoltato o letto su TV e giornali la parola “spread”, un termine proveniente dal mondo anglosassone, con il quale si misura il differenziale di rendimento tra i titoli italiani e quelli tedeschi.
Lo “spread” entra a far parte delle nostre vite con l’avvento della moneta Euro e naturalmente fa parte integrante della narrativa, alquanto fraudolenta, necessaria a mantenere in vita tutta l’architettura su cui è stato costruito il progetto elitario, rappresentato appunto dall’unione monetaria europea. Infatti è proprio l’indicatore economico relativo allo stato di salute dei titoli del debito pubblico di un paese, uno degli strumenti utilizzati da Bruxelles per convincere i governi ad intraprendere le ormai note politiche di austerità, causa della distruzione sociale ed economica del paese stesso, per metterlo definitivamente nelle mani dei poteri elitari che lo comandano.
Tutti noi ricordiamo come nel 2011, uno spread opportunamente fatto schizzare alle stelle, fu l’origine della caduta del governo democraticamente eletto di Silvio Berlusconi, per posizionare a Palazzo Chigi il tecnocrate Mario Monti, in quello che fu un vero e proprio golpe, stante la piena compartecipazione dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Da allora ogni governo che si è succeduto, mai si è discostato da quel rigore di bilancio, fatto di tagli alla spesa pubblica e tassazione oltre ogni limite, che ripeto necessario a chi ha tutto l’interesse a tenere gli italiani nella precarietà, per saccheggiare il paese.
Lo stesso vale anche per il governo attuale presieduto da Giorgia Meloni, che nonostante sia sostenuto dai partiti così detti sovranisti, addirittura considera un vanto, in termine di bilancio dello stato, il ritorno all’avanzo primario, (interrotto negli anni del Covid, ndr), caratteristica degli ultimi trenta anni di storia del nostro paese. Ricordo che l’avanzo primario, ovvero il surplus che il governo ottiene prima di provvedere alla spesa per interessi, significa in termini contabili e concreti, che lo Stato sta prelevando più soldi dalle nostre tasche con le tasse di quelli che versa con la spesa pubblica. In altre parole, ci sta impoverendo.
Non solo, quando poi provvede a pagare gli interessi, con la parte di surplus conseguito, sta di fatto consegnando i soldi di chi lavora a chi invece sta seduto sul divano aspettando la rendita. E lo fa con una misura di spesa altamente regressiva, poiché nei fatti sta consegnando un reddito a chi ha risparmio in proporzione del risparmio che possiede. E’ chiaro come tale operazione ottenga il risultato matematico di allargare la scala sociale del paese, allontanando sempre più tra loro i pochi ricchissimi dai moltissimi poveri che si creano appunto con misure di politica fiscale, quale è appunto il pagamento di interessi.
Ma torniamo alla ghiotta occasione presentatesi alle opposizioni di picchiare su Giorgia Meloni, la quale nell’azione di propaganda al suo governo, sempre più spesso si mostra “ignorante” in materia economica. Pochi giorni fa durante il question time alla Camera, uno dei momenti in cui i membri del governo rispondono alle domande dei parlamentari, la presidente del Consiglio ha pronunciato la seguente frase:
«Lo spread oggi è sotto i 100 punti base. Significa che i titoli di stato italiani vengono considerati più sicuri dei titoli di stato tedeschi».
Immediatamente politici, giornalisti ed economisti mainstream – forti anche del conforto del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che le sedeva di fianco, il quale ha iniziato a scuotere la testa quando ha sentito lo strafalcione – sono saltati addosso alla romana, le cui esperienza in tema di economia, forse non va oltre il far la spesa al mercato rionale del quartiere di Roma della Garbatella, dove è cresciuta.
Tutti, come se fossero dei professori di economia, sono corsi a spiegare agli italiani, il motivo dello “strafalcione”. Ma lo hanno fatto sempre tenendosi ben dentro a quella che è la narrativa fraudolenta che fa da contorno alla favola dello spread ed alla falsità che lo Stato avrebbe la necessità di recarsi dagli investitori presenti sui mercati finanziari per farsi prestare i soldi per poter spendere, promettendo loro di restituirli a scadenza dietro il pagamento di un tasso di interesse.
Da qui la favola prosegue, evidenziando che il tasso di interesse è tanto più alto quanto più un paese è considerato rischioso e con un’economia instabile. Per semplificare: gli investitori chiederebbero un tasso più alto per compensare in qualche modo il fatto che stanno rischiando maggiormente di perdere i loro soldi. Lo spread quindi, sempre secondo la narrativa generale ormai assodata, rappresenterebbe la misura di quanto un paese è percepito come rischioso sui mercati finanziari, e lo fa confrontando il tasso di interesse con quello richiesto dagli investitori sui titoli di Stato della Germania, paese ritenuto il più stabile e sicuro, e che rappresenta da sempre un termine di paragone di “rischio zero”. Si usano solitamente i titoli con scadenza dopo dieci anni, i BTP italiani e i Bund tedeschi, e si misura in punti base: 100 punti, come quelli indicati da Meloni, indicano una differenza di 1 punto percentuale.
Ma eccoci alla spiegazione della “gaffe” della Meloni, sulla quale tutti si sono concentrati, evitando però di raccontare quella che invece è la verità sullo spread: la frase di Meloni è sbagliata perché l’esistenza stessa di uno spread maggiore di zero indica che i titoli di Stato dell’Italia, e quindi la sua economia, sono considerati più rischiosi di quelli tedeschi. Affinché si possa dire che sono ritenuti meno rischiosi, come dice la presidente del Consiglio, lo spread dovrebbe diventare negativo.
Come detto, al netto della “gaffe” tecnica della Meloni, facilmente spiegabile con la matematica dove la differenza tra un numero positivo ed uno con segno negativo è palesemente netta, quello che invece interessa gli italiani ed alle loro vite, è comprendere quanto sia invece ingannevole tutta la narrativa che sta dietro allo spread e che guida le politiche economiche dei governi.
Prima di tutto, lo Stato, unico titolare del monopolio della valuta sul suo territorio, come dimostrato più volte, non ha nessuna necessità di farsi prestare i soldi da chicchessia per poter spendere. Anzi, le cose stanno stanno all’opposto: sono i governi che creano moneta “dal nulla” semplicemente spendendo. Normalmente accreditando i conti dei beneficiari della spesa. E questo avviene nello stesso modo in tutti i paesi del mondo. Altresì, sono i beneficiari stessi della spesa – che usando quelle riserve (risparmio netto) create con la spesa stessa – potranno eventualmente acquistare i titoli di stato emessi dal Tesoro, che non sono altro che una forma di risparmio, che consente a chi lo detiene di ottenere un reddito da interesse. Quindi, in definitiva, è lo Stato a fornire ai mercati il denaro con il quale gli investitori acquistano poi i titoli del debito pubblico e non gli investitori stessi a prestare i soldi allo Stato. Siamo di fronte ad un misunderstanding colossale, che purtroppo ha effetti devastanti sulle nostre vite.
Quando qualcuno acquista un titolo di stato, dentro i conti delle banche centrali, quello che avviene è solo uno spostamento di denaro da un conto di riserva (conto corrente) ad un conto titoli (conto di deposito), e niente altro. Da questa operazione, non può derivare nessun dissesto finanziario possibile per un paese, il cui governo, ripeto detiene il monopolio pubblico della valuta che emette.
Compreso che non esiste nessuna necessità di ricorrere a prestiti per chi quella valuta la emette, è facile anche comprendere come il livello dei tassi non sia minimamente determinato dai mercati, i quali come spiegato sono soltanto utilizzatori della valuta ricevuta dai governi. Infatti, i tassi sono determinati direttamente dalle banche centrali titolari della politica monetaria, all’interno di quel concetto di “indipendenza” che va ad aggiungersi alle frodi che ormai più non si contano, necessarie a far stare in piedi il castello di menzogne con le quali i poteri che ci comandano cercano con ogni mezzo di asservire la dottrina economica ai loro interessi.
I tassi potrebbero essere messi a zero per mezzo di un semplice decreto e la favola del rischio-paese finirebbe all’istante. Del resto, prima dell’avvento dell’Euro, con la tanto bistrattata “liretta” nessuno in Italia conosceva la parola spread.
Che lo spread è una favola di matrice elitaria, è certificato anche dal contraddittorietà del vissuto. Se oggi con un rapporto debito pubblico/Pil pressoché identico a quello nel 2011, lo spread è sotto 100 punti, mentre allora era sopra i 500 punti base, questo significa che non sono certo i mercati a decidere i tassi in base allo stato di salute dell’economia di un paese. E se oggi i titoli della Grecia, paese considerato fallito nel 2011, con un rapporto debito/pil nettamente più alto, addirittura sono percepiti meno rischiosi di quelli italiani, in termine di rendimento, che dire, è l’ulteriore conferma che a gestire lo spread non sono certo i mercati.
Se usciamo dall’Europa, l’esempio più eclatante che smentisce la relazione tra tassi di interesse e mercati finanziari, è rappresentato dal Giappone, dove con un rapporto debito/pil quasi doppio del nostro, i tassi sono tenuti permanentemente a zero dall’azione della banca centrale.
E allora, la domanda che tutti vi state facendo è: chi gestisce lo spread?
La risposta è semplice e già nota da tempo. Lo spread è gestito in maniera, a questo punto direi anche diabolica, da Francoforte, con la collaborazione attiva da parte del premier, del ministro del Tesoro ed il governatore della banca centrale dei paesi che si prestano a mettere in atto, con finalità eversive, tale frode ai danni dei loro popoli.
di Megas Alexandros





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