MPS “dalle stalle alle stelle”. Le oligarchie italiane prosperano nonostante l’Euro.

13 Settembre 2025 | Attualità, Economia, News, Politica | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Da sempre ci raccontano che l’Italia è un paese eterodiretto da poteri sovrannazionali e che i nostri governanti niente possono fare contro la Unione Europea (UE) e le sue regole, da troppo tempo causa delle nostre sofferenze, proprio perché imposte dall’alto.

Questo lascerebbe presumere che non solo il popolo italiano ma anche le classi elitarie del paese, fossero anch’esse tremendamente colpite nei loro interessi dalla manus longa del potere ultimo che gli assetati del “complotto” a turno ci indicano nella UE stessa, oppure nelle note organizzazioni a guida occidentale come la NATO o il Fondo Monetario Internazionale, per finire ai servizi segreti quale è appunto l’agenzia di intelligence civile del governo federale degli Stati Uniti d’America, a tutti nota con l’acronimo CIA.

Per sfatare questa narrativa che una attenta analisi degli accadimenti riconduce a pura mitologia, basterebbe seguire il percorso effettuato dal denaro sulla scala sociale del paese dall’introduzione della moneta unica. Un percorso, che in questo lasso di tempo, ha visto una ristretta percentuale di italiani accumulare una quantità immensa di ricchezza come non mai, lasciando di contro, la quasi totalità degli italiani sprofondare nella precarietà sempre più cruda.

La fine della classe mediamente benestante, una volta maggioranza nel paese, è ormai la realtà che caratterizza il nostro sistema economico, dove i ricchi sono sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri e dove un sistema prettamente oligarchico ha spazzato via il livello di democrazia raggiunto negli anni post conflitto mondiale.

A pochi giorni dal regalo milionario che la famiglia Agnelli (la quale, non mi si dica, ha problemi ad arrivare a fine mese), ha ricevuto dallo Stato italiano sul contenzioso in corso per l’eredità di “nonna” Marella, altre due famiglie ben in vista nel paese (Del Vecchio e Caltagirone), vedono aumentare in modo più che consistente il proprio patrimonio, a seguito dell’ennesima operazione finanziaria ordita dall’attuale “sistema” di potere che, se mai ce ne fosse ancora bisogno, mostra di essere ben saldo dentro le nostre istituzioni.

La svolta nel risiko bancario con la quale il Monte dei Paschi (MPS) – una banca che sarebbe fallita senza l’intervento dello Stato – è riuscita in pochi anni ad impadronirsi di Mediobanca, è l’esempio classico di come chi ci governa utilizza il denaro pubblico e l’azione esecutiva assegnata dalla nostra Costituzione, esclusivamente per l’accumulo di ricchezza patrimoniale di alcune famiglie e di quel potere oligarchico che gira intorno a loro.

La banca senese per chi non avesse memoria, nell’ultimo ventennio ha vissuto di tutto e di più. Dai prestiti facili, concessi agli amici degli amici, che ne hanno compromessa la stabilità finanziaria siamo passati al flop dell’acquisto di Antonveneta, operazione che portava la firma di Mario Draghi, allora a capo di Bankit, e che, ironia della sorte, gli valse poi la promozione sulla poltrona ancora più alta della Bce. Da lì, agli azzardi finanziari con i derivati Santorini ed Alexandria, che ne hanno consacrato il fallimento tecnico, il passo è stato breve.

Su come questo flusso di denaro sia uscito dalle casse del Monte dei Paschi, per terminare opportunamente la sua corsa nelle mani di chi doveva finire, ci sono state inchieste su inchieste e persino una serie incredibile di morti sospette. Con quella di David Rossi, manager di primo piano della banca sono “nove i suicidi uno più immotivato dell’altro”, si legge nel libro inchiesta scritto da Elio Lannutti, dal titolo simbolico “Morte dei Paschi”. Suicidi che riguardavano banchieri per la maggior parte amici tra loro. Tutti avvenuti nell’arco di un anno e mezzo. Tutte persone che, in qualche modo, avevano avuto a che fare con le rocambolesche vicende del Monte dei Paschi: dall’insensata operazione Abn Amro-Antonveneta alle connessioni tutt’altro che religiose con l’Opus Dei e lo Ior, dai derivati truffaldini Alexandria Santorini alle ancora più truffaldine restaurazioni dei due derivati più la sottoscrizione di Nota Italia e del Fresh, dalle tangenti della banda del cinque per cento diretta da Baldassarri alle presunte tangenti scaturite dall’operazione Antonveneta e dalla ristrutturazione di Alexandria, di Santorini e del Fresh”.

Nel 2012 il Monte dei Paschi, la più antica banca del mondo – nata ufficialmente il 1° maggio 1472 – era una banca tecnicamente fallita. Di fronte a tale senario ed alle ripercussioni sull’intero sistema economico – oggi globale – in conseguenza della bancarotta di un istituto di credito di tali dimensioni, non esiste altra soluzione che ricorrere all’intervento pubblico per evitare il peggio.

Allora vi chiedo, non ha ragione Warren Mosler quando sostiene l’imprescindibile necessità a priori di una garanzia dello Stato monopolista della moneta, sulla totalità dei depositi bancari?! In fin dei conti, le banche sono agenti dello Stato nel concedere credito nella sua valuta. Quindi, che senso ha inscenare a livello politico, quella finzione dove si fa credere alla gente che lo Stato non sarebbe obbligato a garantire i depositi per ragioni di bilancio, quando poi, al primo “raffreddore”, si ricorre imprescindibilmente all’intervento pubblico.

Il senso si ritrova sempre nella logica di chi comanda di rendere scarsa la moneta per la maggioranza, in modo da poter assoggettare le loro vite ai loro desideri di saccheggio e di potere. Un soggetto indebitato è chiaramente più propenso ad “inginocchiarsi” e più vulnerabile qualora si desideri impossessarsi del suo patrimonio.

Dall’inizio della crisi, lo Stato italiano e quindi i contribuenti stante le regole dell’euro, ha iniettato dentro la banca senese oltre 13 miliardi di euro, aumentandone la sua partecipazione dentro il capitale, fino ad arrivare ad ottenere la maggioranza:

  • 3,9 miliardi di euro per i “Monti Bond” del 2012
  • 5,4 miliardi di euro per la ricapitalizzazione del 2017
  • 1,5 miliardi di euro per il rimborso degli obbligazionisti
  • 2,4 miliardi di euro in crediti fiscali (DTA) concessi

Naturalmente, una banca risanata dopo aver socializzato le perdite, non poteva più stare nelle mani dello Stato inteso come popolo, doveva tornare nelle mani del Signore. Ecco che con il governo Meloni, con a capo del MEF il leghista Giancarlo Giorgetti, braccio destro di Draghi (sempre lui!), è stato dato inizio alla fase della privatizzazione che oggi ha portato all’attuale operazione.

Una fase, quella della privatizzazione che ha visto lo Stato, attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), progressivamente ridurre la sua quota, incassando solo una frazione rispetto all’investimento iniziale (si stima circa 2,9 miliardi di euro), il che si è tradotto a bilancio in una perdita secca per il contribuente di oltre 10 miliardi di euro.

Il saldo negativo dimostra che il disimpegno statale da MPS si sta realizzando con una perdita enorme, di cui i contribuenti si sono fatti carico senza ricevere un adeguato ritorno economico o strategico. Non solo, se analizziamo bene tutte le fasi dell’operazione, otteniamo l’ennesima certificazione di come l’intera classe politica italiana operi in modo del tutto “trasversale”, dal momento che a questo “scempio” vi hanno partecipato, ognuno con il compito affidato, tutti i governi succedutesi in questi anni:

  • Governo Monti (2012), con Vittorio Grilli al MEF, gestì l’operazione dei “Monti Bond”.
  • Governo Gentiloni (2017), con Pier Carlo Padoan al MEF, fu attuata la ricapitalizzazione che rese lo Stato azionista di maggioranza.
  • Governo Meloni (2024-2025), con Giancarlo Giorgetti al MEF, è stata gestita la fase della privatizzazione che ha portato all’attuale operazione.

Pensate, persino nella fase del collocamento accelerato delle azioni statali, è stato fatto in modo che il beneficio fosse indirizzato verso la classe elitaria. La gestione è stata affidata alla Banca Akros del gruppo Banco BPM che ne ha acquisito una quota rilevante, riducendo così il numero dei potenziali acquirenti. Questo ha escluso di fatto il mercato al dettaglio, favorendo la selezione di nuovi soci di riferimento. In questo modo, il 35% del capitale sociale di MPS è ora nelle mani di un raggruppamento privato formato da Banco BPM, Del Vecchio e Caltagirone.

La svolta manageriale con la quale MPS da malato cronico del sistema bancario italiano torna ad essere protagonista assoluta del mercato avviene con l’arrivo di Luigi Lovaglio. Manager di lungo corso, 70 anni e 44 passati in Unicredit, noto per aver salvato il Credito Valtellinese, Lovaglio approda a Siena il 7 febbraio 2022. Lancia un piano industriale muscolare: aumento di capitale da 2,5 miliardi, prepensionamenti di 3.000 dipendenti e un nuovo corso fatto di rigore e visione. Con il supporto del ministro Giancarlo Giorgetti, trasforma Mps da banca in affanno a pilastro del riassetto nazionale del credito.

Anche qui la narrativa con cui si magnificano manager e politici, non è difficile da riscrivere con la realtà dei fatti. I profitti colossali conseguiti dalle banche negli ultimi anni, sono frutto dell’azione sui tassi da parte di Francoforte e non di abilità soprannaturali di un manager. Tali profitti sono stati interamente caricati sulle spalle di famiglie e imprese, stante l’inerzia di Giorgetti stesso in termini di deficit di bilancio del suo governo. Quindi, il tanto magnificato “supporto” da parte del ministro e del suo governo in favore del Monte dei Paschi c’è stato, ma rappresenta in tutto e per tutto l’ennesima regalia alla classe elitaria.

I numeri parlano chiaro: nel 2023 l’utile di MPS supera i 2 miliardi (grazie all’azione della Bce) e con le quote ben salde in mani elitarie (lo Stato ha ormai ridotto la sua partecipazione dal 64% all’attuale 11,7%,ndr), viene pagato il primo dividendo dopo tredici anni. E oggi, con la capitalizzazione che punta oltre i 20 miliardi è arrivato il segnale più forte con l’operazione su Mediobanca: grazie a un’Offerta Pubblica di Scambio, Mps ha conquistato il 62,3% della principale banca d’affari italiana, trasformandosi da ex malata cronica del sistema a protagonista assoluta del mercato.

In sintesi, l’intera operazione si configura come un’amara beffa per il popolo italiano, che vede ormai la Repubblica trasformata in una oligarchia di fatto. L’esborso colossale per salvare la banca non ha portato a una ripresa sotto l’egida dello Stato o del mercato, ma ha di fatto finanziato un’operazione di privatizzazione a beneficio di un gruppo ristretto e accuratamente selezionato di attori privati. Tutto questo, non solo ha fatto in modo di trasferire il controllo strategico dal pubblico al privato, ma ha anche permesso a un’alleanza di potere di acquisire un’influenza decisiva nel sistema finanziario nazionale, totalmente finanziata con soldi pubblici.

Questa vicenda, più che una storia di finanza, si rivela un esempio lampante di come il potere economico e politico nel paese sia del tutto convergente nell’opera di saccheggio che va avanti da decenni e oggi assume dimensioni non più sostenibili, tali da rendere estremamente precaria la stabilità sociale.

L’Italia, come dimostrato non è più un paese democratico, dal momento che la moneta, principale elemento di democrazia indispensabile per il buon funzionamento del sistema economico, è ormai definitivamente tornata nelle mani esclusive del “Signore”.

di Megas Alexandros

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte