Nessun dubbio, al governo ignorano la materia economia!

"Autogol" clamoroso dei consulenti economici di Giorgia Meloni. Con un post su Facebook, certificano che anche il governo di centro destra è asservito agli interessi delle classi elitarie del paese. 

10 Marzo 2026 | Attualità, Economia, News | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Se qualcuno avesse ancora dubbi sulla malafede di chi ci governa, questi vengono dissipati dalla propaganda che il partito della premier Giorgia Meloni mette in atto per sostenere il proprio esecutivo. Una propaganda che, sul piano economico, rivela quantomeno una profonda confusione.

Pochi giorni fa, infatti, sui profili social di Fratelli d’Italia è comparso un post che rappresenta un vero e proprio “autogol” propagandistico per l’attuale governo. Chi l’ha scritto, a quanto pare, è così poco ferrato in materia economica da non essersi reso conto che, con quella esternazione, ha finito per demolire la già traballante immagine del governo Meloni agli occhi di molti italiani, certificandone di fatto l’asservimento alla rendita finanziaria.

I consulenti economici del partito di maggioranza si rallegrano infatti per aver raddoppiato in due anni le entrate fiscali relative al risparmio, facendo credere che tutto ciò sia dovuto alla fiducia che l’attuale governo riscuoterebbe presso i mercati. È evidente che si riferiscono alle ritenute applicate sui nostri titoli di Stato, vantandosi del gradimento che i BTP riscuotono tra i risparmiatori nazionali ed esteri.

Premesso che tale “gradimento” non è certo dovuto ai fondamentali economici di un paese che ormai ha smesso di crescere da oltre tre decenni, ma piuttosto agli alti rendimenti offerti sui titoli – oggi peraltro sostenuti dalla garanzia implicita della BCE, che difficilmente permetterà il collasso dell’euro – è davvero sintomo di grande ignoranza, per non dire di peggio, esultare per un aumento delle entrate fiscali derivanti da una maggiore spesa pubblica destinata a fornire un vero e proprio “reddito da divano” a chi possiede già ingenti risparmi.

È del tutto ovvio che, a fronte di una spesa raddoppiata per il pagamento degli interessi, lo Stato registri anche un raddoppio delle entrate fiscali legate alle ritenute che risparmiatori e banche pagano sulle cedole. Ma stiamo parlando di una voce di spesa, quella per interessi, sostanzialmente improduttiva, soprattutto in un paese dove il risparmio è ormai concentrato in pochissime mani e largamente confinato nel circuito finanziario.

Altro sarebbe se l’aumento delle entrate fiscali fosse stato il risultato di una reale crescita dell’economia. Ma sappiamo bene che non è così. Anzi, chi lavora, dati ISTAT alla mano, sta subendo un aumento della pressione fiscale proprio perché deve contribuire, direttamente o indirettamente, a sostenere questa redistribuzione di ricchezza verso i rentiers.

Dunque, i numeri esibiti dagli economisti del partito di Giorgia Meloni finiscono per confermare ciò che gli osservatori più attenti sostengono da tempo: anche questo governo sembra operare principalmente nell’interesse della parte più ricca e finanziariamente privilegiata del paese.

Gli avanzi primari gravano su chi lavora, mentre il deficit viene destinato al pagamento degli interessi. Sono queste le identità contabili che emergono dal bilancio dello Stato e che mostrano come la creazione di nuova moneta netta finisca, di fatto, nelle mani di chi vive di rendita.

È lo Stato, in quanto monopolista della valuta, a immettere nel settore privato i tax credit, cioè il denaro necessario al pagamento delle tasse. Il supposto raddoppio delle entrate fiscali sul risparmio di cui Fratelli d’Italia si rallegra è quindi denaro che deriva dalla stessa spesa pubblica. Una spesa che, per le ragioni appena ricordate, ha un moltiplicatore molto basso e presenta inoltre un carattere fortemente regressivo, poiché trasferisce ulteriori risorse a chi già ne possiede in misura proporzionalmente sempre maggiore.

Immaginiamo, invece, se quei circa 100 miliardi annui che lo Stato spende da decenni per interessi fossero stati destinati a finanziare un programma di lavoro garantito finalizzato alla piena occupazione. L’impatto sull’economia del paese e sulla vita degli italiani sarebbe stato radicalmente diverso. Oggi parleremmo forse di crescita e di un modello economico virtuoso, anziché di povertà, precarietà e di imprenditori o padri di famiglia schiacciati dai debiti.

Realizzare un simile programma non sarebbe impossibile per un governo che conosca davvero la materia economica e decida di esercitare fino in fondo la sovranità monetaria che la Costituzione e la dottrina economica gli riconoscono.

Basterebbe adottare una politica ZIRP (Zero Interest Rate Policy), mantenendo i tassi prossimi allo zero e consentire allo Stato di utilizzare il deficit necessario per raggiungere la piena occupazione.

Far lavorare tutti e bene, soddisfacendo al tempo stesso il bisogno di risparmio e la necessità di pagare le tasse, permetterebbe ai consumi di incontrare l’offerta complessiva del sistema produttivo nazionale, incentivando al contempo gli investimenti privati.

I danni provocati alla nostra economia da una politica dei tassi regressiva, iniziata ben prima dell’ingresso nell’euro, sono oggi ben evidenti nella struttura sociale del paese. L’Italia è sempre più divisa tra una ristrettissima élite che continua ad accumulare ricchezza e una larga maggioranza che si impoverisce progressivamente. La classe media, un tempo vera forza del paese, è ormai quasi scomparsa.

E questo è il risultato di una politica dei tassi che, combinata con le rigide regole di bilancio introdotte con l’euro, ha finito per consegnare il paese nelle mani, e nelle tasche, della nostra classe elitaria.

di Megas Alexandros

 

 

 

 

 

 

 

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte