di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
La maggioranza che comanda e la sovranità che appartiene al popolo, sono i due principi fondamentali che non possono mancare se vogliamo che lo Stato o la comunità a cui apparteniamo, possano dirsi una democrazia.
E’ chiaro poi che quando parliamo di Stati e nazioni composte da popolazioni, la democrazia diventa, per ovvi motivi di gestione, rappresentativa. Ossia, il popolo sovrano elegge i propri rappresentanti alla gestione della cosa pubblica.
Il problema comune che però sovente caratterizza le democrazie rappresentative, è che coloro che sono stati chiamati dal popolo a rappresentarlo nelle istituzioni, sempre più spesso tendono ad evadere il mandato per cui sono stati eletti. Fino al punto di agire, per opportunità personale, contro quello che è l’interesse generale.
Tra le funzioni preposte nell’esercizio delle sovranità che la Costituzione attribuisce agli organi di governo, quello forse più importante o quanto meno più determinante per le nostre vite, ritroviamo la sovranità monetaria. Ovvero la capacità che un governo ha per legge dello Stato di poter creare illimitatamente la propria valuta in regime di monopolio. Seguita dal dovere di emetterne in quantità sufficiente per stabilizzare il sistema economico del paese, inseguendo quel concetto di “buona economia” finalizzato ad un benessere comunemente diffuso.
In tema di sovranità monetaria da utilizzare per stabilizzare il sistema economico, in mano ai rappresentati del popolo che operano dentro il governo del paese, tengo a precisare un concetto. Quando in uno Stato democratico che usa la moneta moderna, ad avere debiti con il fisco risulta essere la maggioranza dei contribuenti, questi soggetti certamente non possono essere definiti evasori. Quindi, se in Italia oggi, siamo arrivati ad un punto tale che su 41,2 milioni di contribuenti, 22,8 milioni hanno posizioni debitorie aperte con gli enti di riscossione delle tasse, questo significa una sola cosa: lo Stato non ha messo i cittadini e le imprese nella condizione di pagare le tasse.
Mi spiego meglio! dal momento che la valuta con cui si pagano le tasse è un monopolio dello Stato, e la sua emissione è demandata al governo, questo significa letteralmente e contabilmente che i governi che si sono succeduti in questi anni, non hanno creato abbastanza moneta affinché questi soggetti, che ricordo ancora essere la maggioranza nel paese, riuscissero a sodisfare i loro desideri di risparmio e ad assolvere regolarmente ai loro impegni fiscali.
E’ chiaro che sto parlando a livello macroeconomico, senza riferirmi a casi singoli di mala gestione finanziaria. Ma la maggioranza del paese che si trova in queste condizioni, non può che essere un dato da analizzare a livello macro.
I dati appena evidenziati, vengono fuori da un’analisi dell’Ufficio Studi della Cgia, su numeri forniti dall‘Agenzia delle Entrate-Riscossione e altri enti fiscali. La fetta di evasori più consistente è composta da persone fisiche: 19,2 milioni, di cui 16,3 milioni sono lavoratori dipendenti, pensionati e percettori di altre forme di reddito (come quelli da beni mobili e beni immobili). Poi ci sono 3,6 milioni di persone giuridiche (società di capitali, enti commerciali, cooperative e così via) e 2,9 milioni che svolgono un’attività economica: artigiani, commercianti, liberi professionisti.
Colpisce come siano proprio le persone fisiche ad essere più coinvolte e tra queste la quasi totalità, lavoratori dipendenti. Ovvero coloro che già assolvano ai loro doveri fiscali alla fonte, per mezzo del datore di lavoro. Persino moltissimi pensionati che per logiche ragioni di età sono impossibilitati a procurarsi denaro in cambio di lavoro, rientrano tra coloro che devono soldi al fisco. Quindi tutta gente che non può essere ritenuta un evasore totale, bensì non riesce materialmente ad ottenere denaro a sufficienza per liberarsi dalla “selvaggia” pressione fiscale composta anche da tutta una serie di “balzelli” quotidiani come multe, IMU, bolli, consorzi di bonifiche e tasse di ogni genere che aumentano di giorno in giorno. Certo, tra i pensionati ci possono essere anche intestatari più o meno “fittizi” di ditte, ma sappiamo bene che costoro, se percepiscono redditi, hanno poi importanti decurtazioni sulla loro pensione.
Tra tasse, contributi, imposte, multe e bollette non riscosse – nel periodo che va dal 2000 al 2024 – le somme dovute e non riscosse dal Fisco e da altri enti con poteri fiscali sono arrivate a superare i mille miliardi di euro, per la precisione 1.274,5 miliardi. La cifra è stratosferica, stiamo parlando di ben oltre la metà del Pil del paese e questo giustifica ancor di più una analisi del fenomeno a livello macroeconomico.
Stiamo parlando di quasi il 60 per cento degli italiani, è chiaro che il tema non può essere trattato e ricondotto all’interno del fenomeno dell’evasione, che da sempre fa titolo sui mezzi di informazione.
C’è un dato fornito dall’analisi che conferma ancor di più quanto il fenomeno sia generato da una vera e propria mancanza di denaro e non da una precisa volontà di non pagare: al netto delle persone nel frattempo decedute, delle imprese cessate, dei nullatenenti e dei contribuenti già sottoposti ad azione cautelare/esecutiva, l’importo potenzialmente aggredibile si riduce però drasticamente, crollando a poco più di 100 miliardi di euro (7,9% del totale).
La valutazione di poter recuperare meno del 10 per cento delle somme dovute, se abbinata alle categorie di chi in gran parte deve tali somme (lavoratori dipendenti e pensionati), conferma chiaramente che l’origine del fenomeno non è di natura evasiva o elusiva di redditi.
La struttura del nostro sistema fiscale, a partire dalla sua pressione che può arrivare a sfiorare anche il 70 per cento, è la principale causa di un fenomeno che ha raggiunto un tale livello di entità.
I lavoratori dipendenti che già assolvono al dovere fiscale tramite il datore di lavoro, con stipendi reali in costante diminuzione, si trovano poi, come detto, a pagare una serie infinita di tasse che per onorarle tutte sarebbero costretti a non soddisfare buona parte dei loro bisogni primari. Bolli per le auto in costante aumento, IMU se sono proprietari di una abitazione, TARI, multe, sono i primi che vengono alla mente, ma certamente la lunga serie non finisce qua. Senza contare l’IVA, che ognuno di noi paghiamo in quanto consumatori finali.
Se guardiamo dalla parte delle piccole e medie imprese, la situazione non è certo migliore. Ad una pressione fiscale tra le più alte nel mondo, si abbina l’assurdità di tutti gli acconti su reddito e IVA, che lo Stato chiede e che in molti casi costringono persino aziende in utile ad indebitarsi con le banche per assolvere ai loro doveri fiscali.
A dire il vero gli acconti sui redditi sono richiesti anche a tutti coloro che non sono dipendenti e percepiscono redditi, quali professionisti, titolari di imprese e soci percettori di utili aziendali.
Non so se mi sono spiegato, ma lo Stato unico emettitore della moneta, chiede ai propri cittadini che sono soltanto utilizzatori, di consegnargli in anticipo il denaro che lui ancora deve produrre. Siamo oltre il “pizzo di stato”, come identificato in passato dalla nostra premier Giorgia Meloni, naturalmente prima che si accomodasse sulla comoda poltrona di Palazzo Chigi.
Un discorso a parte va fatto per tutte quelle aziende leader e le multinazionali che operano sul nostro territorio. Pochissime o forse nessuna la troverete in questo elenco, dal momento che la maggior parte di loro hanno già trasferito la sede fuori dal paese. E’ l’Olanda, paese a pieno titolo dentro l’Unione Europea, ad aver accolto con il vantaggio di una tassazione più che agevolata tutte le aziende, gioielli delle più importanti famiglie italiane. Da Luxottica, Ferrero, Campari fino alla Exor, la holding della famiglia Agnelli per finire a Mediaset della famiglia Berlusconi, la lista di chi ha scelto come sede il paese dei tulipani, credetemi è lunghissima.
Persino la maggior parte delle grandi aziende italiane anche a partecipazione pubblica, quali Enel, Eni, per citare quelle più note, hanno trasferito la propria sede legale o fiscale in Olanda. Qui siamo di fronte alla presa in giro più eclatante nei confronti del popolo italiano e di coloro che sono finiti nell’elenco dei debitori del fisco perché impossibilitati a pagare.
Lo Stato che con le sue partecipate preferisce pagare le tasse in un altro paese (l’Olanda, ndr), è una chiara ammissione di quanto sia insostenibile il fisco nel nostro paese.
Se poi guardiamo alle multinazionali, riguardo in particolar modo a quelle grandi imprese che operano nel settore digitale sul territorio europeo, solo dal 2024 in adozione di una recentissima direttiva, è stato deciso di far pagare loro una tassa minima del 15% – misura questa sì, volta a limitare quella è una vera e propria evasione fiscale nel continente, accettata per decenni dai governi.
In conclusione, questi 22,8 milioni di italiani non sono per niente evasori. Questa considerazione, ripeto è certificata dal numero stesso di coloro che si trovano con debiti da pagare a colui che è preposto unicamente e per struttura contabile con cui avviene al creazione monetaria a consegnare loro la valuta con cui saldare tali debiti. Se la maggioranza degli italiani si trova in questa drammatica situazione, significa che il problema non sono gli italiani stessi, bensì chi li rende effettiva.
Sono i nostri governanti, gestori del monopolio della moneta e delle conseguenti politiche fiscali redistributive che mettono in atto spendendo la moneta creata, gli unici responsabili di questa increscioso fenomeno, che ripeto, mette a durissima prova la vita degli italiani che, loro malgrado, si trovano ad affrontare un debito del tutto ingiustificato.
E se vogliamo dirla tutta, confortati dalle identità contabili, questi quasi 1.300 miliardi di debiti verso lo Stato, rappresentano il deficit che i governi passati non hanno conseguito, e che il popolo sovrano si è auto-confezionato da solo con pieno diritto.
Per una vera giustizia sociale, andrebbero azzerati tutti con un semplice decreto. Liberare gli italiani da questi debiti, restituendo di fatto capacità di consumo alla maggioranza, è il primo passo verso la stabilizzazione del nostro sistema economico.
di Megas Alexandros





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