Salari da fame: tutti riconoscono il problema ma il governo non fa niente!

In Italia il lavoro è all'ultimo posto dei pensieri della politica. La precarietà in cui vivono famiglie e lavoratori oggi è riconosciuta anche dai loro sicari Draghi e Mattarella. Ma il nostro governo continua imperterrito con le medesime politiche austere causa delle drammatica deflazione salariale in corso. A chi risponde il governo di Giorgia Meloni?

10 Maggio 2025 | Attualità, Economia, News, Politica | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Il primo Maggio è passato e la politica come di consueto, tornerà ad occuparsi dei lavoratori e delle loro vite tra un anno. Le celebrazioni di questa festa da sempre fanno da contorno alla demenziale propaganda politica, con lo scopo di far apparire pulite, ognuno per la loro parte, le facce di chi ci governa e chi invece sta all’opposizione. Entrambi gli attori in scena, ai quali sul palco del teatro della propaganda, dobbiamo aggiungere anche i sindacati, da sempre il giorno della festa dei lavoratori, si danno battaglia per ottenere quel consenso necessario a mantenere la loro posizione di privilegio.

Chi ci governa descrive una situazione idilliaca come non mai, riguardo ai temi connessi al lavoro quali occupazione e salari; mentre per chi sta all’opposizione, la platea del primo maggio rappresenta una occasione unica da sfruttare per mostrare la precaria realtà in cui versano i lavoratori, al fine di ottenere quel consenso che consentirà loro di tornare un giorno più o meno lontano, a governare e fare le stesse identiche così di chi attualmente governa.

Discorso a parte va fatto per i sindacati, che nei decenni passati hanno dato ampia prova del tradimento nei confronti dei lavoratori che dover istituzionale avrebbero dovuto difendere. Ormai, nei tavoli delle trattative contrattuali sono costantemente seduti dalla parte di chi difende i grandi gruppi produttivi che insieme ai poteri che ci governano, sappiamo bene, hanno a cuore unicamente il grande capitale e la rendita finanziaria. Del resto se l’Italia è l’unico paese europeo dove i salari reali sono addirittura diminuiti dal 1990 ad oggi, è indubbio che le organizzazioni sindacali hanno smesso di svolgere il loro ruolo istituzionale per assecondare la trasversalità in cui opera il sistema di potere che ormai stabilmente guida le nostre istituzioni.

Questa volta però il teatro della propaganda politica ci ha riservato una sorpresa. Il presidente Sergio Matterella non si è allineato alla narrativa alquanto fantasiosa che Giorgia Meloni ha voluto raccontare agli italiani sulla paradisiaca situazione del lavoro nel nostro paese, magnificando con arte surrettizia la sua opera di governo.

Il Capo dello Stato in visita all’azienda BSP Pharmaceuticals di Latina in occasione della celebrazione della Festa del lavoro, pur riconoscendo al governo con estrema ipocrisia l’aumento del dato occupazionale, ha lanciato l’allarme sui salari bassi e sull’impennata del costo della vita che grava sempre di più sulle famiglie:

 “Per quanto ci riguarda si registrano, in questo periodo, segnali incoraggianti sui livelli di occupazione. Permangono, d’altro lato, aspetti di preoccupazione sui livelli salariali, come segnalano i dati statistici e anche l’ultimo Rapporto mondiale 2024-2025 dell’Organizzazione internazionale del lavoro“, ha dichiarato Mattarella. Il capo dello Stato ha poi sottolineato che “l’Italia ‘si distingue per una dinamica salariale negativa nel lungo periodo, con salari reali inferiori a quelli del 2008’, nonostante l’avvenuta ripresa a partire dal 2024”.[1]

Qualcuno dovrebbe spiegare a Giorgia Meloni, che aumentare il numero degli occupati all’interno della deflazione salariale, ossia di un aumento della perdita di potere di acquisto generalizzata da parte dei lavoratori e delle loro famiglie, significa che stai occupando chi non lo era a spese di chi sta lavorando già in situazione di precariato. In poche parole stai dividendo la stessa torta tra più persone, rendendo ancora più precario chi lo era già.

Non solo, aumentando i precari e riducendo il potere di acquisto dei lavoratori, i quali rappresentano chiaramente la maggioranza nel paese, comprometti anche la redditività di molte aziende, costringendole ai fallimenti ed alle conseguenti chiusure con nuovi disoccupati al seguito.

Certo, all’interno del disegno mercantilista che guida le nostre politiche economiche da Monti in poi, i nuovi disoccupati sono lavoratori pronti ad accettare salari più bassi, necessari a rendere competitivo chi vuole esportare. Ma ora che il mercato più grande per in nostri prodotti, rappresentato dagli Stati Uniti, vuole tornare a produrre internamente, chi consumerà la nostra produzione?

Nelle stanze del nostro governo, pare che questo ragionamento così semplice e basilare non riescano a farlo!

La cosa è veramente sorprendente, perché se a Mattarella, aggiungiamo che persino Mario Draghi, recentemente si è ricreduto e pentito riguardo alle note politiche economiche lacrime e sangue, volutamente messe in atto dai nostri governi con lo specifico intento di sacrificare i salari sull’altare della competitività, resta un mistero come quello che dovrebbe essere un governo spacciatosi a più riprese come sovranista e attento alle necessità degli italiani, continui imperterrito con le medesime massacranti politiche economiche impartite da chi c’era prima.

Se Draghi e Mattarella per anni sono stati considerati idealmente la voce del “Potere” nel nostro paese, è lecito chiedersi a questo punto quale sia la longa manus che muove i fili del governo di Giorgia Meloni e del ministro Giancarlo Giorgetti, che a più riprese si vantano persino di un ritorno all’avanzo primario nel bilancio dello Stato. Certo, la possibilità che le parole del Presidente della Repubblica e dell’ex governatore della Bce, facciano parte del teatro necessario a renderli di nuovo credibili e pronti all’uso, mentre la Meloni e Giorgetti possano trovar posto nel catalogo in mano a chi ci guida, nella categoria dell’ennesime figure usa e getta, è alquanto probabile. Ma, quand’unque fosse una strategia, la stessa è da ritenersi rischiosa per chi realmente ci comanda, poiché mostra alla gente quella che è la realtà dei fatti per bocca di coloro che addirittura sono stati i principali artefici dei fatti stessi.

Pensate, oggi persino un economista di strada e deputato come Luigi Marattin, da sempre inginocchiato fedelmente al mantra dell’austerità espansiva, da giorni imperversa sui suoi profili social e nelle aule parlamentari interrogando il Ministro dell’Economia sul perché dobbiamo essere “il paese del mondo occidentale con la più alta pressione fiscale sul ceto medio”.

Sì, proprio la distruzione scientifica della classe media e di quel benessere diffuso conquistato con fatica nel nostro paese dopo la fine del conflitto mondiale, conseguito attraverso il consolidamento fiscale, è stato il principale obbiettivo di ogni governo che si è insediato dall’introduzione dell’euro. Tutto questo per saziare i desideri di potere infinito, ancora vivi nelle famiglie più importanti italiane, desiderose di tornare a quell’allargamento della scala sociale tipico delle epoche passate. Un progetto di matrice elitaria in controtendenza con il mondo che ci circonda, dove anche in qui paesi, una volta caratterizzati da crudeli dittature, oggi si respira aria di democrazia pura in termini di benessere comune.

L’Europa e l’Italia in particolar modo, oggi sono il luogo dove lavorare e fare impresa a livello medio-basso, risulta più difficile che nel resto del pianeta. I livelli di tassazione e burocrazia sono oltre il massimo di quello che chi arriva da fuori possa immaginare. Il 70% degli italiani, quindi quasi la totalità, ha debiti con il fisco. E tra questi la maggioranza sono addirittura lavoratori dipendenti e pensionati. Questo è il risultato della trasfusione di denaro dal lavoro alla rendita che in questi decenni i nostri governi hanno messo in atto con le loro insensate politiche economiche, rifiutando per pura credenza, la spesa in deficit per occupazione e consumi, quando allo stesso tempo la giustificavano per pagare redditi da interesse a banche e grossi risparmiatori. Come del resto sono sacri per i nostri governi i colossali profitti che stanno conseguendo le compagnie energetiche dall’inizio del conflitto in Ucraina. Profitti, frutto di una speculazione finanziaria senza precedenti, realizzati anch’essi a spese di famiglie e chi lavora.

Anche questo governo dunque, non pare minimamente intenzionato a cambiare rotta, e nonostante che gli errori commessi in passato siano sul tavolo con tanto di certificazione, si continua a far ottenere profitti colossali a banche e grandi gruppi operanti nel settore monopolistico dell’energia, lasciando lavoratori e piccoli imprenditori alle prese con debiti, fallimenti ed una rinuncia costante anche dei bisogni più strettamente necessari. E’ bene essere chiari, per chi ancora non ha compreso come stanno le cose, i profitti che certe settori conseguono sono una conseguenza delle politiche fiscali del governo non del mercato o della bravura imprenditoriale di chi li consegue.

E’ il governo attraverso la propria azione fiscale a determinare il livello dei prezzi dell’energia, il livello dei salari e quanto profitto debba rimanere nelle tasche del capitale. E’ il governo e solo il governo che può mettere mano a questo dramma sociale che vale la democrazia nel paese.

di Megas Alexandros

Note:

[1] Mattarella lancia l’allarme sui salari bassi: “Le famiglie non reggono il costo della vita”

 

In Italia il lavoro è all’ultimo posto dei pensieri della politica. La precarietà in cui vivono famiglie e lavoratori oggi è riconosciuta anche dai loro sicari Draghi e Mattarella. Ma il nostro governo continua imperterrito con le medesime politiche austere causa delle drammatica deflazione salariale in corso. A chi risponde il governo di Giorgia Meloni?

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte