di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
L’Europa è ormai dentro il debito da decenni, il fallimento della Russia è questione di ore, gli Stati Uniti sono sommersi dal debito estero ed ora, secondo un articolo uscito nei giorni scorsi sul quotidiano nazionale La Repubblica, persino la Cina rischierebbe la bancarotta per aver nascosto al mondo i propri debiti.
Se a queste nazioni aggiungiamo il continente africano ed i paesi sudamericani, da sempre presentati come debitori con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) primo usuraio, raggiungiamo la quasi totalità del pianeta. A questo punto, con l’intero mondo debitore, così come quotidianamente ci viene presentato dalla nostra stampa mainstream, è lecito chiedersi:
Ma chi è il creditore?
La domanda non è ipocrita, per chi non conosce la vera natura dei debiti degli stati, ma fondamentalmente giustificata dalla logica che sta dietro al principio contabile che a fronte di soldi prestati, è necessaria l’esistenza di uno o più soggetti titolari del credito relativo, ovvero gli aventi diritto alla restituzione del denaro oggetto del prestito.
Vi dico subito che, a chiunque rivolgerete questa domanda, nessuno sarà in grado di darvi una risposta convincente, sia a livello contabile che giuridico, in quanto all’identificazione, con nome e cognome, di chi può dirsi creditore di uno Stato, rispetto a quello che comunemente chiamiamo “debito pubblico”. Questo perché come più volte spiegato il debito pubblico non ha natura debitoria specifica, ossia non proviene da un prestito ma da una creazione “dal nulla” da parte dello Stato. Non solo non rappresenta un debito per lo Stato stesso, ma nemmeno lo è per i suoi cittadini; anzi, al contrario rappresenta al centesimo il risparmio netto del settore privato, che in estrema sintesi possiamo identificare con i soldi netti presenti dentro il sistema economico, quindi nelle nostre tasche e suoi nostri conti bancari.
Che lo stesso si chiami debito pubblico o debito estero non fa differenza, il secondo è contenuto nel primo, solo che invece che essere dollari, euro, yen, rubli, ecc. detenuti da cittadini o imprese nazionali sono in mano a non residenti.
Vorrei però andare oltre alle solite spiegazioni tecniche e concentrarmi invece sulla fallacia della narrativa con cui, politici, economisti e stampa mainstream, invece da sempre ci presentano tale debito come un debito reale da ripagare con il nostro lavoro e poi lasciare in eredità ai nostri figli.
La scarsa credibilità della narrativa del debito, ripetuta come le preghiere della sera, sta proprio nel fatto che a turno, per esigenze di propaganda, paesi che prima venivano presentati come virtuosi, improvvisamente diventano fortemente indebitati e prossimi al default. Gli esempi sono molteplici, su tutti la Germania locomotiva d’Europa e gli Stati Uniti titolari dell’oro mondiale rappresentato dal dollaro, oggi finiti in disgrazia, sono i più rappresentativi.
A questi possiamo aggiungere la Russia. L’avverarsi delle catastrofiche previsioni sulla sua distruzione economica sotto il peso dei debiti di guerra con un rublo ridotto a carta straccia, le stiamo aspettando ancora dopo tre anni dall’inizio del conflitto.
Ma la propaganda neoliberista, nonostante che la realtà smentisca puntualmente le sue “fandonie”, non si ferma e priva di faccia e professionalità oggi è arrivata persino a definire pericoloso il debito di quel paese che gli stessi definiscono il più grande creditore degli Stati Uniti: la Cina.
Scrivono Enrico Franzetti e Gilberto Turati su Repubblica:
“Negli ultimi anni, la Cina ha visto un peggioramento dei suoi conti pubblici. Una crescita inferiore alle attese ha contribuito all’aumento del deficit (7,3% del Pil nel 2024) e del debito pubblico (60,5% nel 2024). Considerando anche le passività dei governi locali, il rapporto debito/Pil raggiunge il 124%. Il Fmi raccomanda un percorso di stabilizzazione del debito, che richiederebbe una riduzione annua del saldo primario strutturale dello 0,7% del Pil fino al 2035” [1]
Insomma le stesse cose che hanno scritto per anni per l’Italia e l’Europa. La mancata crescita, il peggioramento del rapporto debito/PIL ed i soliti suggerimenti del FMI sulla stabilizzazione del debito attraverso il conseguimento di saldi primari positivi.
Ma la Cina non è sempre stata usata come modello per i suoi importanti surplus commerciali, quelli tanto cari a chi adora le politiche mercantiliste su cui è stata fondata la UE?! Ma il paese di Xi Jinping non è il maggior creditore estero degli Stati Uniti, quello che con un solo click sul computer della propria banca centrale, farebbe saltare il dollaro ed il governo di Washington come gli americani fecero saltare Hiroshima con l’atomica?!
Allora la Cina ha problemi di debito o sono i maggiori creditori del mondo?!
Sarebbe sufficiente questa semplice domanda retorica, la quale mostra la totale incongruenza tra le due prospettazioni, per comprendere quanto entrambe siano false.
La Cina non è, ne il più grande creditore del mondo e nemmeno ha problemi di debito. Questo semplicemente perché per i beni che ha esportato ha già ottenuto il pagamento, consistente nelle riserve valutarie di altri paesi che detiene e riguardo al proprio debito pubblico, come già spiegato, anch’esso rappresenta il risparmio netto in mano al settore privato. Sono soldi che i governi cinesi hanno creato dal nulla con la spesa pubblica per mettere in moto il loro sistema produttivo e per investimenti.
Chi vola con la mente verso i “bond” identificativi del debito pubblico, che nell’immaginario collettivo rappresentano un debito per lo Stato, deve sapere che non è così. I titoli di Stato, tecnicamente a livello contabile, non sono altro che un diverso conto dentro il Tesoro. Chi è titolare di un bond, è titolare di un conto titoli invece che di un conto corrente. Ma, niente cambia per lo Stato in termini di un possibile prospetto di indebitamento.
E allora viene da chiedersi, perché la stampa di casa nostra oggi picchia contro la Cina?
Semplice, i governi cinesi ormai da diversi anni hanno invertito le loro politiche economiche, andando nella direzione diametralmente opposta a quelli che sono i dettami dei poteri profondi che guidano le nostre vite dentro le stanze dei governi di Roma e Bruxelles. Le politiche economiche di Pechino, specialmente con un Europa che consuma sempre meno, si sono ormai da tempo orientate verso lo sviluppo del mercato interno, attraverso l’aumento di quella spesa in deficit ormai bandita in UE.
Ed è proprio sull’impennata del deficit cinese che picchiano i due articolisti di Repubblica, a difesa del pensiero neoliberista che ormai è religione nel nostro paese, citando il World Economic Outlook di aprile del Fondo Monetario Internazionale:
“Nel 2024 l’indebitamento netto è stato del 7,3% del Pil secondo il FMI(contro il dato del 3,1% del governo cinese). Le previsioni indicano una crescita all’8,6% nel 2025; per gli anni successivi si prevede un indebitamento vicino all’8%. Anche il saldo primario, cioè il deficit al netto della spesa per interessi, è in peggioramento e secondo il FMI passerà dal -6,4% del 2024 al -7,3% del 2025. Il saldo strutturale, pari alla differenza tra entrate e uscite corretta per gli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum, come quelle di supporto al settore immobiliare, resta negativo al -8,1% per il 2025-2026. Non sorprendentemente, il debito pubblico si prevede che aumenti dal 60,5% del Pil nel 2023 al 71% nel 2027”.
La prospettiva di un debito pubblico cinese, che nonostante l’incremento dei deficit permane tra il 60 e 70 per cento del Pil, ovvero dentro quella che è la favola del parametro di Maastricht, però disturba alquanto la narrativa dell’FMI. Ed ecco che si ricorre subito alla narrativa del “debito nascosto” per elevare tale percentuale. Stessa cosa è stata fatta con la Germania, dove all’improvviso come d’incanto ci siamo accorti dei così detti debiti fuori bilancio.
La situazione dei conti pubblici cinesi è però più complessa, si legge nell’articolo. Un aspetto critico è rappresentato dal debito dei “veicoli di finanziamento dei governi locali” (Local Government Financing Vehicles, nel seguito LGFV), società di investimento create dagli enti locali (province, regioni autonome e municipalità) per finanziare lo sviluppo urbano.
In sostanza a partire dagli anni novanta, mentre i nostri governi pensavano esclusivamente a sostenere la rendita prelevando soldi da chi lavora, in Cina hanno provveduto invece a mettere in piedi massicci investimenti pubblici attraverso appunto la spesa conseguita dagli enti locali. Fino al 2014, il debito di queste entità era considerato interamente “fuori bilancio” dalle autorità cinesi. Tuttavia, in seguito alla revisione del National Audit Office, due terzi del debito dei LGFV è stato riconosciuto come passività dei governi locali.
Mettendo tale spesa dentro il bilancio statale, il deficit nel 2025 addirittura supererebbe il 14% del Pil e sempre secondo l’FMI il rapporto debito/Pil supererebbe il 90%. Numeri che servono a rendere più credibile la “novella” a chi ancora credete che l’innalzamento del debito pubblico è un problema, anziché la soluzione.
Se la Cina con alti deficit governativi cresce e l’Italia con i surplus invece non cresce da decenni, come minimo dovrebbe essere un motivo di riflessione, rispetto al fatto che la spesa pubblica è il principale motore che genera la crescita, non vi pare!?
Considerando i calcoli dell’FMI, che includono l’intero debito dei LGFV e altri fondi fuori bilancio, oltre al debito del Governo centrale e dei governi locali, il debito pubblico cinese dovrebbe raggiungere il 129% del Pil quest’anno e il 148,2% nel 2029. Questo, aggiungono i ragionieri del FMI potrebbe porre problemi di sostenibilità e ne raccomanda una stabilizzazione nell’arco di un decennio, obiettivo che richiede una riduzione media annua del saldo primario strutturale di circa 0,7 punti percentuali nel periodo 2025–2035.
Insomma, nel mondo neoliberista, come avete visto, c’è grossa preoccupazione anche per il debito della Cina. Sono ossessionati dalla creazione di denaro di un paese che rispetto all’occidente ha dimostrato persino di saper fronteggiare in modo nettamente migliore il fenomeno inflattivo in corso. Perché la creazione di denaro attraverso la spesa dei governi, il massimo problema che può creare ad un paese, qualora le risorse siano sfruttate appieno, è l’aumento del livello dei prezzi. Non certamente un problema di debito, come da sempre ci ripetono gli adepti del pensiero neoliberista.
di Megas Alexandros
Note:
[1] Il debito nascosto della Cina: senza interventi rischia di arrivare al 200% del Pil – la Repubblica





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