di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Chi come me scrive di economia tenendo ben distinto il valore che riveste quella reale rispetto a quella finanziaria, spera che, il mondo inteso come la maggioranza di chi lo popola, abbia almeno preso coscienza che le criptovalute appartengono alla seconda categoria. E che il passo successivo per arrivare a definirle quello che sono nella realtà non sia ancora molto lungo da compiere.
Se volessimo dare una definizione di cosa sono le cripto, con le parole brevi e sentenziose che in modo sarcastico ma estremamente concreto, caratterizzano le verità dei detti popolari che si tramandano di generazione in generazione, non ci sarebbe modo migliore che definirle:
“Aria fritta”
Certamente la maggioranza di noi a cui il denaro non è sufficiente per arrivare a fine mese, di comprare “l’aria fritta”, neanche ci pensa. Anche se il demone del “gioco”, spesso ha la malvagità estrema di insinuarsi dentro i più disperati. Sì, perché acquistare cripto in cambio di denaro, equivale in tutto e per tutto, per chi lo fa, al tentare la fortuna in una lotteria o nelle sale da gioco che oggi i governi hanno ben distribuito in tutti gli angoli delle nostre vite.
In sostanza, comprando bitcoin o qualsiasi altra criptovaluta, si diventa proprietari di numeri elettronici che qualcuno ha deciso di emettere sul proprio computer e vendere in cambio di valuta, con la speranza che l’euforia generale e la propaganda facciano salire la loro quotazione per rivenderli ad un prezzo più alto ed ottenere un guadagno in termini finanziari.
Certamente la crescita o il crollo del prezzo delle cripto, come di ogni altro asset finanziario, è direttamente determinata dalla quantità di domanda che esiste su tale asset e dal suo incontro con l’offerta. Come è altrettanto certo che chi dispone di grosse quantità di questo asset e di denaro, ha anche la piena capacità di influenzarne il prezzo.
Un altro aspetto, molto importante di cui dobbiamo tenere conto, è che quando sentiamo che la quotazione del bitcoin ha superato i 100 mila dollari ed i mezzi di informazione corrono a farci agognare i numeri a sei zeri del supposto valore delle riserve di bitcoin appartenenti ai noti oligarchi, quello non è un valore realizzato. O meglio, non sono dollari o euro che chi detiene bitcoin ha sul proprio conto. Ma sono il valore di realizzo che otterrebbero se procedessero alla loro vendita. Una vendita che a quella quotazione risulta proporzionalmente sempre meno scontata, all’aumentare della quantità di bitcoin che si intende vendere.
Tanto per fare un esempio, se colui che si ritiene l’inventore del bitcoin, Satoshi Nakamoto, mettesse in vendita tutti i bitcoin in suo possesso, che sono oltre un milione, la quotazione crollerebbe e difficilmente li potrebbe vendere tutti alla quotazione odierna. E così vale anche per tutto il resto degli oligarchi che ne detengono grossissime quantità.
Tutto questo ragionamento tecnico appena esplicato, va a farsi benedire, nonché saltare esultanti a braccia levate sui loro divani gli oligarchi appena citati, solo in un caso:
se gli stati produttori dal nulla in regime di monopolio ed in quantità infinita delle loro valute, decidono di assumere il ruolo di acquirenti di ultima istanza di criptovalute
Nel concreto, quello che pare avere in mente di fare il neo-eletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale pochi giorni fa ha ribadito i piani per creare una riserva strategica di bitcoin negli Stati Uniti, alimentando l’entusiasmo tra i rialzisti delle criptovalute.
COS’È UNA RISERVA STRATEGICA?
Una riserva strategica è una riserva di una risorsa critica che può essere rilasciata in tempi di crisi o interruzioni dell’approvvigionamento. L’esempio più noto è la U.S. Strategic Petroleum Reserve, la più grande riserva di petrolio greggio di emergenza al mondo, creata da un atto del Congresso nel 1975 dopo che un embargo petrolifero arabo del 1973-74 aveva strangolato l’economia statunitense. I presidenti attinsero alla riserva per calmare i mercati petroliferi durante la guerra o quando gli uragani colpiscono le infrastrutture petrolifere lungo il Golfo del Messico degli Stati Uniti.
Ora, anche un bambino è in grado di capire perfettamente il diverso livello di importanza che riveste per l’interesse pubblico e quindi per le nostre vite, la principale fonte di energia rispetto “all’aria fritta”.
In quanto all’interesse pubblico, i bitcoin di strategico, se mi consentite la metafora, sono necessari alle nostre vite come una goccia d’acqua all’oceano.
E allora, la domanda che subito nasce spontanea: perché Donald Trump ritiene “strategico” creare una riserva in bitcoin per gli Stati Uniti?
Ormai le risposte a domande che ci facciamo su quelli che sono gli intenti e le azioni dei nostri politici (e Trump è un politico, ndr), non richiedono grande sforzo per ottenerle.
I politici vivono per il consenso e per i voti e Trump nella sua campagna elettorale si è speso molto per accaparrarsi quello della comunità dei fan delle cripto che in USA è abbastanza folta. Lo scorso luglio Trump, in piena corsa alla Casa Bianca, si è presentato a Nashville durante la Bitcoin Conference, la più grande conferenza dell’anno sui bitcoin, annunciando che se fosse tornato alla Casa Bianca si sarebbe assicurato che il governo federale non vendesse mai i suoi possedimenti di bitcoin, con l’impegno di mantenere l’attuale livello di criptovalute accumulato dagli States.
Persino la scelta di colui che sarà il prossimo vice-presidente USA, il senatore dell’Ohio J.D. Vance, noto per la sua forte posizione a favore delle criptovalute e possessore di bitcoin, va nella direzione che la prossima amministrazione di Washington ha tutta l’intenzione di regalare soldi pubblici a chi controlla questo settore.
Di questo stiamo parlando, di misure di spesa pubblica da parte del governo, che vanno a sostegno della quotazione del bitcoin e di chi vuole venderlo per ottenere soldi veri. Nulla di male ci sarebbe se i bitcoin fossero equamente suddivisi tra il popolo, ma essendo nelle mani di pochi eletti, siamo di fronte all’ennesima misura di spesa a vantaggio di una ristretta élite. Di cui fa parte anche il “pupillo” di Trump, il magnate Elon Musk.
Tesla possiede quasi 12 mila bitcoin, per un valore presunto ad oggi di circa 1,2 miliardi di dollari, valore che Musk potrà più facilmente trasformare nel biglietto, se dovesse prendere piede il disegno di legge, presentato a Luglio scorso dalla senatrice repubblicana pro-cripto Cynthia Lummis, il quale prevede che il Tesoro crei un programma per acquistare 200 mila bitcoin all’anno per cinque anni fino a quando la riserva non raggiungerà un milione di token.
Una riserva che, a detta della proposta, il Tesoro dovrebbe mantenere per almeno 20 anni. Insomma, la garanzia per chi controlla il settore, di poter mettere le mani su ingenti somme di denaro pubblico senza fare nulla e soprattutto produrre niente di concreto ed utile.
Il Tesoro degli Stati Uniti ad oggi possiede circa 200 mila token (sequestrati ad attori criminali), per un valore di circa 20 miliardi di dollari al prezzo attuale. Immaginatevi se decidesse di venderli, e se facesse lo stesso con i sequestri futuri, anziché intraprendere un programma di acquisto, è chiaro che ci sarebbe un impatto negativo sulla quotazione.
Di fronte al prospetto che la prossima amministrazione di Washington intende investire in bitcoin e criptovalute, e dal momento che l’esperienza ci dice che, le mode lanciate oltreoceano, arrivano da noi alla velocità della luce, è bene chiedersi quale sarebbe l’impatto di tale decisione politica assunta dai governi.
QUALI SONO I VANTAGGI DI UNA RISERVA DI BITCOIN?
Nel suo discorso di luglio, Trump ha suggerito che una riserva di bitcoin aiuterebbe gli Stati Uniti a dominare il mercato globale dei bitcoin di fronte alla crescente concorrenza della Cina. “Aria fritta”, frutto esclusivo della propaganda per i fessi. Un governo monopolista della moneta che, ricordo essere necessaria per acquistare le cripto, non ha nessun vantaggio ne interesse pubblico a dominare tale settore. Se non quello di eliminarlo del tutto e concentrarsi sull’economia reale, dal momento che il settore non produce assolutamente niente.
Altri sostenitori sostengono che detenendo una riserva di bitcoin, che secondo loro continuerà probabilmente ad apprezzarsi nel lungo termine, gli Stati Uniti potrebbero ridurre il proprio deficit senza aumentare le tasse, rafforzando il dollaro statunitense. Altra balla gigantesca, frutto questa volta del solito mantra neoliberista che un governo monopolista della moneta, abbia la necessità di ridurre il proprio deficit come di tassare per finanziare la spesa pubblica. Come abbiamo visto, è la spesa pubblica stessa del governo in bitcoin a generare il suo apprezzamento con il quale si intenderebbe finanziare i deficit governativi stessi.
A novembre, Lummis ha detto a Fox Business che il suo piano avrebbe consentito agli Stati Uniti di dimezzare il proprio debito in 20 anni. “Ciò che fa è aiutarci a proteggerci dall’inflazione e a proteggere il dollaro statunitense sulla scena mondiale”, ha affermato. Stessa balla e stessa spiegazione appena fornita. I debiti pubblici di tutti gli stati del globo aumentano ininterrottamente da oltre 200 anni, senza essere ancora invasi dalle cavallette. Ripeto per acquistare cripto e quindi generare la domanda di bitcoin occorre avere dollari, euro, yuan, ecc. e questi possono essere forniti al netto esclusivamente dai governi dei paesi che emettono queste valute. Il cui fornire al netto, equivale a fare quel deficit che va ad aumentare il debito pubblico che la senatrice Lummis, colta da ignorante follia in materia, intende “dimezzare”.
Un dollaro forte darebbe a sua volta agli Stati Uniti una maggiore leva sugli avversari stranieri come Cina e Russia, affermano i sostenitori. Su come il detenere riserve di bitcoin, possa contribuire ad un dollaro forte (concetto abbastanza casual, ndr), la vedo molto dura, dare una spiegazione concreta e credibile da parte di chi sostiene questa follia assoluta.
QUALI SONO I RISCHI?
Gli scettici delle criptovalute affermano che, a differenza della maggior parte delle altre materie prime, il bitcoin non ha un uso intrinseco e non è cruciale per il funzionamento dell’economia statunitense. Un concetto che già ho espresso sopra. Come dare torto a chi evidenzia la totale inutilità di un numero dentro un computer che non sia valuta di stato ma un asset finanziario altamente speculativo.
Creato nel 2008, il bitcoin rimane troppo giovane e volatile per supporre che il suo valore continuerà a salire nel lungo termine, mentre i portafogli crittografici rimangono notoriamente vulnerabili agli attacchi informatici, sostengono anche loro. E data la sua volatilità, qualsiasi acquisto o vendita da parte del governo potrebbe avere un impatto sproporzionato sul prezzo del bitcoin. Anche questi concetti sono condivisibili e già espressi nell’analisi appena esposta.
Infine vorrei dare un giudizio morale, sul fatto che i governanti, invece di pensare a fare scelte concrete che interessano la vita della maggioranza delle persone, si occupano di propagandare e addirittura sostenere, con soldi pubblici, un “giochino” finalizzato all’accumulo di ricchezza finanziaria per pochi:
Questo è veramente vergognoso!
di Megas Alexandros





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