di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Il semestre europeo di Viktor Orbàn a capo del Consiglio europeo è appena iniziato e già a Bruxelles non vedono l’ora che finisca. Le relazioni tra l’Ungheria e l’Unione europea sono sempre più tese e la guerra energetica, appena cominciata con il blocco del petrolio russo da parte dell’Ucraina (via Bruxelles, ndr), potrebbe veramente far allontanare, forse in modo definitivo, dalla UE il paese magiaro.
E’ chiaro, qui non si scherza, è in gioco la sicurezza energetica del paese e Viktor Orbàn non è certamente un sovranista modello Salvini e Meloni. Quello che dice, a differenza dei nostri falsari della sovranità popolare, poi lo fa!
Viktor Orbàn non grida alla pace come un Salvini o un Conte qualsiasi, salvo poi alla prova dei fatti acconsentire ad inviare armi in Ucraina.
L’Ungheria ha nuovamente bloccato l’assegnazione di oltre 6 miliardi di euro di cruciali aiuti militari all’Ucraina durante la riunione di lunedì scorso
Il premier ungherese appena ottenuto la presidenza europea è passato immediatamente dalle parole ai fatti. Ha intrapreso un vero e proprio “tour della pace”, visitando in pochissimo tempo Ucraina, Russia, Cina e Stati Uniti alla corte del candidato repubblicano alla presidenza Donald Trump.
Il “tour” di Orbàn era stato definito da Ursula von der Leyen, nel suo discorso di candidatura alla presidenza della Commissione alla plenaria dell’Eurocamera: “una missione dell’acquiescenza, dell’appeasement, una politica di eccessive concessioni”. [1]
Il disprezzo da parte della neo-eletta e della maggioranza che la sostiene nei confronti di Orbàn e di chiunque volesse intraprendere azioni di pace per definire il conflitto in territorio ucraino, è più che evidente. Non solo, anche tra coloro che non l’hanno votata, è ben vivo e saldo tale pensiero.
Una su tutti il nostro premier Giorgia Meloni, che pur non avendo accordato il suo voto alla von der Leyen, per gentile concessione del Potere (tanto i numeri per mantenerla sulla poltrona erano ormai determinati, ndr), è totalmente allineata a Bruxelles sul fare la guerra alla Russia. [2]
Come detto a scuotere nuovamente le acque dei tesissimi rapporti fra Ungheria ed UE, è l’imminente problema della carenza di forniture di petrolio russo a Budapest, che arrivano tramite Kiev.
Il mese scorso il paese di Zelenskyj ha adottato sanzioni che bloccano il transito del greggio venduto dalla più grande compagnia petrolifera privata di Mosca, Lukoil, all’Europa centrale, suscitando timori di carenze di approvvigionamento a Budapest e Bratislava.
L’Ungheria e la Slovacchia hanno quindi inviato una lettera alla Commissione europea chiedendo all’esecutivo dell’UE di avviare colloqui con l’Ucraina, un passo avanti verso un’azione legale, sostenendo che la misura violava l’accordo di associazione del 2014 tra Bruxelles e Kiev.
Durante il meeting dei ministri degli esteri a Bruxelles, quello ungherese, Peter Szijjarto ha alzato la voce contro il divieto di transito imposto dall’Ucraina alla compagnia petrolifera russa Lukoil, che invia circa il 50% del suo petrolio in Ungheria e Slovacchia attraverso il ramo meridionale dell’oleodotto Druzhba. La mossa mette a repentaglio la sicurezza energetica del Paese secondo le autorità ungheresi.
Carenze di elettricità e prezzi elevati dell’energia per gli ungheresi, sono le immediate conseguenze della mossa ucraina. Temi che naturalmente stanno a cuore al governo ungherese, uno dei pochi rimasto in UE ad esercitare la sovranità in favore del proprio popolo.
Se a Roma, Firenze e Milano le bollette schizzano in cielo, facendo precipitare nel baratro famiglie ed imprese, ai nostri governi che usano la sovranità concessa loro dalla nostra Costituzione, in favore dei colossali profitti conseguiti dalle aziende monopoliste di settore, importa meno di zero.
Vaibhav Raghunandan, analista del think tank Centre for Research on Energy and Clean Air, ha riferito a DW che secondo i dati disponibili fino al 20 luglio, i “volumi di importazione dell’Ungheria sono diminuiti di un terzo rispetto a giugno”.
Il ministro ungherese Szijjarto ha definito “inaccettabile” l’atteggiamento dell’Ucraina, soprattutto alla luce del fatto che la stessa desidera fortemente entrare a far parte dell’Unione Europea e invece sta mettendo a rischio la fornitura di petrolio di due Stati UE.
La mossa dell’ucraina nei confronti dell’Ungheria, arrivata ad oltre due anni dallo scoppio del conflitto, è alquanto sospetta in quanto ad origine. Ossia, che dietro a tutto questo non vi sia la longa manus di Bruxelles è poco credibile.
E’ bene ricordare – anche se i nostri mezzi informazione si sono ben guardati dal farlo – che quando la UE ha imposto sanzioni all’acquisto di petrolio greggio russo dopo che il Cremlino ha lanciato l’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, ha esentato dalle restrizioni l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca. La ragione di tale provvedimento è che i Paesi sono senza sbocco sul mare e quindi si trovano in una condizione di maggiore difficoltà nel diversificare le loro fonti energetiche.
Non è che oggi, improvvisamente il mare sia arrivato a Budapest e Bratislava.
Allora dobbiamo chiederci cosa è cambiato!
Al di là della solita scusa di facciata – priva di ogni senso a livello tecnico e dottrinale in materia monetaria – che vede nel blocco delle forniture un tentativo di incidere sui guadagni petroliferi di Mosca (che a detta della vulgata che unisce ignoranti e delinquenti), finanzierebbero la Russia nell’azione bellica – è chiaro che la tempistica di tale mossa fa supporre con probabile certezza che la stessa sia stata dettata direttamente da Bruxelles al fine di mettere in difficoltà il dissidente Viktor Orbàn.
Figuriamoci se la Russia, paese più che sovrano nella moneta, pieno di risorse ed un mondo intero pronto a fornirle tutto quello di cui necessita in cambio di rubli, ha bisogno degli euro ungheresi per finanziare la guerra.
Anzi, come ben vediamo dalla reazione del governo di Budapest al blocco, è proprio il paese magiaro ad aver bisogno del petrolio russo, fornito loro a basso costo. Come del resto, ad averne bisogno sono anche gli altri paesi appartenenti alla UE, a partire dall’Italia e la Germania.
Ma al nostro governo di far pagare agli italiani per questo nuovo spirito guerrafondaio che pare essersi impossessato della totalità della nostra classe politica, non interessa niente. Continuano a servire senza la minima esitazione gli interessi elitari dello stato profondo che da decenni ha portato il nostro paese nel baratro della povertà.
I governi ungherese e slovacco però non sono disposti a stare fermi, anzi da veri sovranisti sono passati subito all’attacco. Hanno chiesto immediatamente alla UE di mediare con l’Ucraina, facendo ben presente il rischio di un’interruzione della fornitura di energia elettrica dall’Unione, che passa attraverso le linee elettriche ad alta tensione ungheresi, se non cede.
“La Commissione ha tre giorni per soddisfare la nostra richiesta, dopodiché porteremo la questione in tribunale”, ha affermato Szijjarto, sottolineando che l’UE deve sostenere uno Stato membro nella controversia.
Insomma, Orbàn è chiaramente intenzionato a smascherare la posizione di Bruxelles. Che attraverso il proprio portavoce, pronuncia parole sulla questione che ci fanno ben capire a chi appartenga la longa manus: “Al momento, non vi è alcun impatto immediato sulla sicurezza dell’approvvigionamento di petrolio dell’Ue” [3]

Da Bruxelles non solo ribattono ma addirittura passano all’attacco, imputando che le importazioni di petrolio russo dall’Ungheria sono invece “aumentate del 56% da prima della guerra”. Sostenendo che nonostante non abbia sbocchi sul mare, l’Ungheria aveva accesso a rotte alternative.
L’analista Raghunandan ha suggerito: “Potrebbero sicuramente ricevere rifornimenti dalla Croazia tramite l’oleodotto Adria o dall’Italia tramite l’oleodotto Transalpino”.
La giustificazione che arriva dai componenti della commissione europea e sostenuta dagli analisti è sempre la stessa: Orbán sta deliberatamente aiutando l’economia russa e contribuendo a finanziare la guerra del Cremlino.
Insomma, quello che per due anni e mezzo è andato bene a Bruxelles, oggi non va più bene. E certamente non è il fatto che gli ungheresi a differenza di italiani e tedeschi, possano usufruire delle fonti di energia russe, ma la posizione pacifista tenuta dal loro primo ministro.
Con un Donald Trump alle porte della Casa Bianca che dichiara ogni tre per due di far finire la guerra non appena sedutosi dietro la scrivania dello studio ovale di Washington, meglio eliminare subito un suo sodale in UE, per non correre il rischio che altri gli vadano dietro e far finire il sogno di una Europa unita e sovrana ancora più pronta a saccheggiare paesi e nazioni nell’interesse della propria élite.
di Megas Alexandros
Note:
[2] Modifica articolo “Si vota Ursula si elegge Draghi” ‹ Megas Alexandros — WordPress
[3] Al momento “nessun impatto sullo stop di Kiev al transito di petrolio russo” – Altre news – Ansa.it





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