Accordo Trump-von der Leyen sui dazi: chi pagherà in UE il riequilibrio del saldo commerciale USA?

Raggiunto l'accordo sui dazi tra USA e UE. In Scozia si è tenuto l'incontro tra due contendenti che inseguono lo stesso "demenziale" obbiettivo di una politica mercantilista. Bruxelles si arrende davanti a Trump per mantenere in piedi il progetto europeo e la sua moneta. A pagare come sempre sarà il popolo americano e quello europeo. 

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

La scorsa settimana in piena “bagarre” politica andata in scena sui teatri di Roma e Bruxelles, riguardo all’imminente arrivo dei dazi di Trump, avevo chiuso il mio articolo, ipotizzando che la demenziale politica di Trump di tassare chi fornisce beni reali al suo popolo, potesse portare ad aggiungere speranze a chi tra noi, pregusta da tempo la fine dell’eurozona e della sua moneta.

Come era prevedibile però, la UE avrebbe fatto di tutto per non perdere la propria creatura monetaria e le sue “maledette” regole, strumenti essenziali per tenere ben saldo il potere nelle mani delle classi elitarie che guidano il progetto europeo, chiaramente indirizzato verso un ritorno ai loro “fasti” di medioevale memoria.

Nel fine settimana appena trascorso, nel resort di golf di proprietà del tycoon americano a Turnberry in Scozia, si è tenuto il tanto atteso incontro tra Donald Trump e la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, necessario al governo di Bruxelles per provare a mantenere in piedi la stessa demenziale politica mercantilista che ora il governo di Washington vuole fare propria. Esportare più di quanto si importa, ormai è un “must” irrinunciabile per il godimento elitario europeo alla vista di un popolo che vive costantemente nella rinuncia, anche dei beni più essenziali.

Per chi ancora non lo avesse ben chiaro, in Scozia, l’una di fronte all’altro, c’erano due figure politiche, che si fronteggiavano entrambe per ottenere lo stesso “bottino”. Sia il presidente degli Stati Uniti in carica che la leader dei paesi europei, ognuno per conto delle proprie lobbies – ragionando in termini macro, per quanto interessa i sistemi economici di paesi e nazioni – pensano di vincere se l’uno si accaparra i soldi dell’altra.

Ormai la propaganda guidata e pagata da chi ci comanda, ha definitivamente equiparato gli stati ad una azienda privata. E coloro che si trovano a ricoprire cariche di governo, una volta arrivati alla guida del loro paese, in termini di bilanci e necessità finanziarie ragionano esattamente allo stesso modo, come se fossero a gestire una delle loro aziende, anziché uno Stato.

Se per una azienda appartenente al settore privato, accaparrarsi il denaro altrui è una strettissima necessità, per uno Stato, è del tutto superfluo, dal momento che sono loro a produrre il denaro stesso in regime di monopolio. Di contro, per uno Stato, ottenere beni e forza lavoro per provvedere a se stesso e quindi soddisfare le necessità del suo popolo, dovrebbe essere la priorità.

Tutti noi sappiamo però, che Trump e la von der Leyen, non si sono certamente incontrati in Scozia nell’interesse dei popoli, bensì di quello della classi elitarie che li comandano.

Da tempo, oltreoceano si è deciso che gli Stati Uniti non dovranno essere più l’importatore netto di prodotti dal resto del mondo, ma che gli americani dovranno tornare a lavorare nelle fabbriche per togliere l’esclusività di una politica mercantilista, per decenni in dotazione a Europa e Cina.

Se a Pechino già da tempo hanno deciso di concedere il privilegio (si fa per dire! ndr) agli americani di tornare a lavorare duramente, con le stampanti del governo già impostate per far consumare ai cinesi la produzione che non consumeranno più gli americani; in UE , al contrario, di invertire le manopola dei governi posizionata fin dalla sua nascita sull’austerità, non ci pensano proprio. Sostenere la domanda interna per far consumare gli europei neanche a pensarci. Accaparrarsi il denaro prodotto da altri, rimane la priorità.

E per questo, per evitare danni maggiori, di fronte alla prospettiva di un mancato accordo con Trump, che avrebbe portato ad una drammatica escalation di dazi e contro-dazi e reciproche ritorsioni incontrollabili – le quali avrebbero certamente messo in serio pericolo l’unione Europea stessa – si è preferito firmare un accordo, pur sapendo già da subito che sarà impossibile mantenerlo all’interno dell’attuale rigore di bilancio richiesto ai paesi membri.

Trump, nella sua follia esulta e celebra l’intesa definendola “probabilmente il più grande accordo mai raggiunto in qualsiasi ambito, commerciale e non commerciale” e dall’altra parte in Europa, già si pensa a quale diabolica magia si possa inventare per continuare ad avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Per scongiurare i dazi al 30% che Trump avrebbe imposto sulla maggior parte dei prodotti europei a partire dal primo agosto, la von der Leyen ha accettato che i dazi medi sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti aumentino dal 4,8% dell’era pre-Trump al 15%, coinvolgendo settori strategici come auto, semiconduttori e farmaci. Inoltre l’Europa si impegna anche ad acquistare per 750 miliardi di dollari prodotti energetici americani nei prossimi tre anni e ad aumentare gli investimenti negli Stati Uniti per un valore aggiuntivo di 600 miliardi. Bruxelles ha anche accettato di aprire i mercati europei “senza dazi” per i beni statunitensi e di acquistare «grandi quantità» di armamenti USA, come sottolineato da Trump.

Sul delicato fronte di acciaio e alluminio, attualmente gravati da un dazio del 50%, si istituirà un sistema di quote che ridurrà progressivamente le tariffe. L’accordo prevede infine una cooperazione USA-UE per contrastare la sovraccapacità cinese, soprattutto nel settore dell’acciaio.

Ora, basta prendere ad esempio la voce dell’accordo relativo alla promessa di importare dagli USA 250 miliardi di dollari all’anno in energia, per capire che la von der Leyen era in Scozia solo per dare un calcio al barattolo per spostarlo un po’ più avanti. Una mossa politica, consistente in una “promessa” per rinviare la questione a confronti futuri e intanto portare a casa la riduzione dei dazi al 15%. Una riduzione vana, dal momento che da febbraio scorso il dollaro si è svalutato sull’euro del 15%, riportando così il problema dei prezzi di chi dal Vecchio continente esporta negli Stati Uniti al 30%.

Se guardiamo al 2024 sommando il valore delle importazioni di petrolio greggio, Gnl e carbone metallurgico dagli Stati Uniti, si otterrebbe un totale di circa 94 miliardi di dollari. Una cifra che, sebbene puramente indicativa in quanto soggetta alle fluttuazioni dei prezzi delle fossili, rappresenta meno di un terzo dei 250 miliardi di dollari oggetto dell’accordo. La von der Leyen quindi ha messo la sua firma su un accordo impossibile da mantenere, a meno che, in asservimento dei profitti delle lobbies dell’energia non si pensi già di far “fluttuare” i prezzi dell’energia per famiglie ed imprese così in alto da raggiungere tale obbiettivo. Non oso immaginare il livello di dramma sociale che si raggiungerebbe in Europa, qualora l’ingordigia senza fine di chi ci guida arrivasse fino a tal punto.

Oltreoceano l’introduzione dei dazi si configura come: gli aumenti fiscali più grandi e regressivi mai inflitti ai consumatori americani. L’eliminazione di tali importazioni tramite dazi (mentre gli Stati Uniti sono prossimi alla piena occupazione) equivale a un enorme shock negativo dell’offerta, simile a un raccolto andato male. Si tratta di una riduzione una tantum, autoinflitta e fortemente regressiva dei consumi, quindi del tenore di vita, che allo stesso modo avvantaggia il resto del mondo.

Naturalmente avvantaggia quella parte di mondo i cui governi mostrano di comprendere come realmente funzionano gli scambi nei sistemi economici moderni, guidati dalla moneta fiat, che per sua natura è un monopolio pubblico. E’ chiaro che di fronte ad un Trump che vuole invertire i propri conti di contabilità con l’estero, la scienza perfetta della “partita doppia”, impone che dall’altra parte qualcuno accetti il relativo deficit che si richiede per acconsentire ai desideri di surplus della Casa Bianca.

Mentre come detto la Cina, pare aver ben compreso quali sono le armi a sua disposizione per fregarsene del serio periodo di “menopausa” che condiziona la politica economica di Trump, a Bruxelles di togliere le briglie ai bilanci dei governi per fronte alle conseguenze dell’accordo appena firmato, sostenendo occupazione e consumi interni, invece, non passa per niente nelle loro menti.

Si proverà a testare nuovamente la capacità di sopportare carichi senza subire deformazioni permanenti o rotture, dei popoli europei, con l’ennesima prova di forza che le élite da decenni impongono alla maggioranza di tutti noi. Nel frattempo, come ha anche affermato la premier Meloni, si agirà caso  per caso, risolvendo sul momento le criticità dei settori più colpiti, che potrebbero mettere in crisi il progetto europeo.

Statene certi la UE a trazione italiana non abbandonerà l’austerity, ed il governo di Roma sarà in prima fila a lottare per completare il progetto europeo sognato da Draghi per conto delle famiglie elitarie italiane. Un progetto che come sappiamo prevede i popoli confinati nel debito e nella perenne rinuncia anche ai beni di prima necessità.

Tanto Trump prima o poi se ne andrà e qualcun altro, forse più compiacente al progetto elitario europeo, si troverà da piazzare nello Studio Ovale.

di Megas Alexandros

 

 

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte