Giorgia Meloni si vanta di aver “tar-tassato” di più gli italiani!

I festeggiamenti per la riduzione del deficit e la maniacale attenzione all'equilibrio di bilancio, pongono l'attuale esecutivo di diritto nel girone dei fanatici dell'euro-austerità

19 Agosto 2026 | Attualità, Economia, News, Politica | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Che la nostra premier non conosca i meccanismi contabili che guidano l’economia e il bilancio dello Stato, è cosa più che nota. Ma che gli economisti che le sono a supporto la lascino libera di segnare un clamoroso autogol, nel maldestro tentativo di magnificare l’azione del suo governo, è ancora più preoccupante per le sorti del paese.

Verrebbe da dire: in che mani siamo!

Pochi giorni fa Giorgia Meloni si è presentata al cospetto del direttore di Milano Finanza, Roberto Sommella — per confezionare l’ennesima intervista comandata — con l’estremo tentativo di buttare fumo negli occhi agli italiani, facendo credere loro di vivere in un paese dove finalmente, nonostante la pessima azione dei governi precedenti, il denaro stia crescendo nei loro conti bancari. Addirittura fornisce anche le cifre: 4.500 euro in più di reddito pro-capite rispetto al 2022. Peccato che volendo valutare lo stato di benessere diffuso di un paese, parlare di Pil pro-capite a livello macroeconomico vale quanto l’aria condizionata al Polo Nord.

Soprassiedo sul netto miglioramento del dato relativo allo spread Btp-Bund, che la Meloni rivendica come opera del suo governo. Oggi, anche i bambini appena iniziati alla scuola dell’obbligo, sanno che tale risultato è tutta opera degli “umori” di Francoforte e della ormai “menopausa” avanzata di Madame Lagarde.

Se c’è una cosa che a Giorgia Meloni non manca, è certamente la faccia tosta per apparire credibile anche di fronte alle falsità. E questa è cosa nota. Come è altrettanto noto che sulla sponda opposta, la professionalità di chi la intervista, lascia sempre il posto all’asservimento più puerile. Del resto, Giorgia, madre e cristiana, è stata scelta a capo del governo dal nostro deep state, proprio perché questa dote che caratterizza chi fa politica, nella sua persona appare decisamente ancora più marcata. E considerando il record di longevità del suo governo, nonostante che gli italiani siano ogni giorno più poveri, si può tranquillamente affermare che chi ci comanda, non abbia sbagliato a puntare le proprie fiches sulla biondina della Garbatella.

Leggete con attenzione queste poche righe, con le quali la nostra premier riesce a trasformare – davanti al silenzio tombale di chi la sta intervistando – in un risultato positivo per famiglie ed imprese, il fatto di averli ancora di più “tar-tassati”:

“Quando questo governo si è insediato il rapporto deficit/Pil all’8,1%. Oggi quel rapporto è sceso al 3,1%, quindi ben cinque punti in meno. E’ un risultato che molti ritenevano impossibile ma che abbiamo raggiuto in meno di quattro anni, superando anche le nostre più ottimistiche previsioni. E ci siamo riusciti senza tagliare, ma anzi aumentando le spese fondamentali. Come quelle per la Sanità, il welfare e i contratti pubblici. Uscire dalla procedura di infrazione è un obbiettivo alla nostra portata”.  

Dunque, per chi comprende il significato di ciò che ha affermato la Meloni, siamo di fronte ad un puro e folle esercizio di sfida a quella che è la scienza perfetta dell’aritmetica contabile. Oppure, per chi è credente, ad una nuova riedizione in salsa moderna della biblica moltiplicazione dei pani e dei pesci, attribuita duemila anni fa, a Nostro Signore Gesù Cristo, e pare non più ripetuta nei secoli da altri.

Vediamo bene cosa afferma Giorgia Meloni. La premier ci dice che durante il suo mandato, il deficit dello stato è sceso di ben 5 punti e ci dice di aver raggiunto tale traguardo in meno di 4 anni. Averlo fatto in meno di 4 anni non è certo una impresa ciclopica. Lo avrebbe potuto fare anche in un anno. Avrebbe solo accelerato il processo in corso verso la povertà degli italiani — causato appunto dalla drastica riduzione del deficit — che caratterizza l’azione austera del suo governo, in linea con i precedenti. Perché è bene ricordare che il deficit dello Stato è al centesimo il surplus del settore privato. E ridurre il deficit equivale a ridurre i nostri risparmi.

Ma la Giorgia non si accontenta, vuole stupire il suo interlocutore e gli italiani che ancora le credono. Tagliare il deficit, in linea di principio contabile, vuol dire spendere meno. Ma la Meloni ci dice che invece ha speso addirittura di più!

Come è possibile?

E’ chiaro che questo può avvenire solo e soltanto in presenza di un forte e reale aumento del Pil del paese. Altrimenti, contabilità vuole che per aumentare la spesa mentre stai riducendo il deficit, devi per forza conseguire un surplus di bilancio tassando maggiormente gli italiani. Il ritorno all’avanzo primario (surplus prima della spesa per interessi) tanto caro a Giorgetti, va in questa direzione.

Andiamo quindi a vedere cosa ha fatto il Pil durante l’attuale governo di centrodestra. Da circa 2000 miliardi del 2022 è passato agli attuali 2260 miliardi circa. Un incremento di circa il 13 per cento.

Questa però è una crescita nominale. Ragionando in termini reali, ovvero depurando tale dato dall’inflazione, l’aumento è in realtà molto più contenuto. L’incremento nominale del Pil di 13 punti percentuali, diventa quindi reale del 2,5%, se decurtato del 10% di inflazione cumulata.

Quindi, detto in modo ancora più semplice, dei circa 260 miliardi di aumento del Pil nominale tra il 2022 e il 2025, la parte prevalente deriva dall’aumento dei prezzi, non dall’aumento della quantità di beni e servizi prodotti.

Andiamo a tradurre in denaro i numeri riportati. Il deficit in valore assoluto è passato da circa 160 miliardi nel 2022, pari all’8,1% del PIL, a 69,4 miliardi nel 2025, pari al 3,1%: una contrazione nell’ordine dei 90 miliardi.

Da dove viene?

La risposta è meno “meritevole” di quanto la premier vorrebbe far credere. Una quota rilevante deriva dalla cessazione o dal ridimensionamento di misure straordinarie decise dai governi precedenti: crediti fiscali edilizi, aiuti contro la crisi energetica e residui degli interventi pandemici. La contabilizzazione dei crediti del Superbonus aveva inciso per diversi punti di PIL sui disavanzi del 2022 e del 2023; anche gli aiuti energetici pesavano sensibilmente sul bilancio del 2022, per poi essere progressivamente ritirati. Del resto, la discesa del rapporto deficit/PIL era già iniziata nel 2021, prima dell’insediamento del governo Meloni.

Una parte rilevante del miglioramento deriva inoltre dall’aumento delle entrate fiscali e contributive. Non grazie a una crescita vigorosa dell’economia reale — rimasta complessivamente debole — ma anche per effetto dell’inflazione e della crescita nominale del PIL. Quando prezzi e redditi monetari aumentano, crescono meccanicamente anche molte basi imponibili e, se soglie, scaglioni e detrazioni non vengono integralmente indicizzati, opera il cosiddetto drenaggio fiscale. Gli interventi di riduzione dell’IRPEF ne hanno compensato una parte, ma non eliminano il fenomeno generale.

Meloni rivendica dunque come esclusivo merito politico un risultato dovuto in larga misura alla fine della finanza pubblica straordinaria del periodo pandemico ed energetico, alla dinamica nominale prodotta dall’inflazione e all’aumento delle entrate. Nel frattempo, la crescita reale è rimasta debole e l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto di molti redditi. Contrariamente a quanto la premier ci vuol far credere, la pressione fiscale sulle famiglie, misurata sui redditi reali, dunque, è tutt’altro che calata.

La riduzione del deficit può soddisfare Bruxelles e i mercati, ma non costituisce di per sé un aumento della ricchezza diffusa per gli italiani. Ne tanto meno attesta che si sia intrapresa la giusta direzione — in quanto a politica fiscale — per riportare il paese sulla strada di una crescita reale che possa dirsi soddisfacente per tutti e non solo per i soliti noti.

Ridurre drasticamente il deficit, in una economia in perenne stato recessivo come la nostra, non fa altro che aggravare la situazione. Come del resto povertà e precarietà in costante aumento nel paese, ci dimostrano. A maggior ragione, quando il deficit conseguito — ovvero l’unica creazione monetaria — viene consegnato, con la spesa per interessi, ai pochi che hanno già denaro in abbondanza (la rendita).

Presentarlo come tale è l’autogol, di una premier e del suo governo che a dispetto delle premesse — con le quali l’esecutivo nascente rivendicava in campagna elettorale di rimettere il popolo sovrano al centro delle future decisioni di politica economica e fiscale — si sta invece palesando come uno dei più allineati alla linea dogmatica su debito e deficit, che ha caratterizzato le politiche austere messe in atto dai nostri governi in questi anni di appartenenza alla UE.

di Megas Alexandros

 

 

 

 

 

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte