La dura vita del neoliberista vissuta nella “contraddizione” perenne!

L'inutile e dannosa politica sui dazi di Donald Trump è servita a far emergere tutte le contraddizioni che caratterizzano il pensiero neoliberista. Persino economisti neo-keynesiani come il professore australiano Steve Keen, si perdono dentro tali contraddizioni quando si tratta di analizzare gli scambi internazionali effettuati con moneta fiat. Pare sempre più difficile far accettare la realtà di una valuta non convertibile che rappresenta in tutto e per tutto un monopolio dello Stato.

28 Giugno 2025 | Attualità, Economia, Geopolitica, MMT | 0 commenti

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

Il neoliberismo, in breve e con sostanza, è quell’indirizzo recente di pensiero economico che si oppone alla tendenziale riduzione della libertà di mercato operata dalle concentrazioni monopolistiche e soprattutto dall’intervento statale nell’economia, e chiede pertanto, in linea con gli orientamenti dei Paesi occidentali più progrediti, che lo stato si limiti a ripristinare le condizioni di concorrenzialità, astenendosi da altre forme di azione economica che sono considerate inefficaci, tardive, facili a degenerare in un dirigismo costrittivo.

Detto che nei sistemi economici di quei paesi costruiti religiosamente sulle idee del pensiero neoliberista, le deleterie concentrazioni monopolistiche in mani private nei settori vitali, quali l’energia, l’acqua, il credito, ecc., son ben radicate e non contrastate dai neoliberisti stessi, quello che dovrebbero spiegarci, i “fanatici di questo pensiero”, è come sia possibile rendere neutro l’intervento dello Stato nell’economia, dal momento che lo stesso è titolare del monopolio pubblico della moneta con cui si effettuano tutti gli scambi, che stanno alla base dell’azione economica stessa.

Questa, oltre ad essere una contraddizione in termini fattuali, rappresenta addirittura in tutto e per tutto una proiezione, giustificata solo e soltanto dal folle sogno di chi non è padrone delle materia economica per essersi allineato a generazione di studi “pilotati”, i quali hanno fatto credere loro, in modo dogmatico, che la moneta fosse l’oro.

E’ da qui che derivano tutte le “fobie” dei neoliberisti, nei confronti dei debiti degli stati ed i deficit governativi atti a creare la moneta. Più moneta crei, più si svaluta l’oro nei forzieri dello Stato e meno valgono i tuoi risparmi, questo è il “meccanismo mentale” che immediatamente scatta nella mente di costoro, quando proponi loro di “stampare” moneta come soluzione alle numerose crisi economiche che stiamo vivendo. Quello che puoi comprare oggi non lo potrai comprare domani con la stessa quantità di denaro: l’inflazione, altra drammatica fobia che alimenta le notti insonni della maggioranza che ancora crede a questa favola.

Tutto questo sarebbe valido se la moneta fosse realmente convertibile in oro o in qualcosa di certo. Ma, la realtà è del tutto diversa. La moneta, se mai lo fosse stata in passato, oggi è totalmente e per legge non convertibile e come detto, la sua emissione è frutto di un monopolio la cui titolarità appartiene allo Stato. Il quale semplicemente inventa il denaro “dal nulla” quando decide di spendere, accreditando i conti di chi fornisce alla pubblica amministrazione beni, servizi e forza lavoro.

A questo punto è chiaro come un qualcosa inventato dal nulla non possa configurarsi come un debito, ovvero qualcosa da restituire a chi ce lo presta. Ripeto, il governo quando spende, non prende la moneta in prestito, semplicemente la crea per spenderla. Quindi cadono anche tutte le fantasie sul fatto che il debito pubblico debba essere ripagato da noi o dalle future generazioni. Il tutto è insito nel concetto di monopolio. Il monopolista, in quanto tale, non può assurgere al ruolo di debitore verso qualcun altro per il prodotto o la merce che ha creato in esclusiva. O quanto meno, qualora decidesse di esserlo per sua scelta, non avrebbe nessun tipo di problema a procurarsi tale merce, dal momento che la stessa è frutto di una sua creazione. Quindi, lo Stato non può mai essere a corto della sua valuta, ovvero dei numeri elettronici che crea con i propri computer, i quali una volta spesi/accreditati, rappresentano i nostri depositi bancari, ossia il nostro risparmio netto.

Oggi, le contraddizioni che caratterizzano il pensiero neoliberista, sono così talmente evidenti e numerose, che il castello di di sabbia su cui è stato costruito si sta sciogliendo sotto le onde del mare dei fatti. Chi ha creduto a queste fantasie, oggi si trova costretto a vivere dentro la contraddizione perenne, con postulati considerati certezze, contraddetti dalle loro stesse tesi in cui credono.

Sono gli odierni accadimenti geopolitici, nati con la nota politica dei dazi introdotta da Donald Trump per ridurre il così detto debito estero degli Stati Uniti e far fronte agli imponenti deficit commerciali, a far emergere le più evidenti contraddizioni di cui si nutre il pensiero neoliberista.

L’elenco sarebbe lungo, ma per pura e semplice comprensione di chi mi legge, vi indico quelle più facilmente verificabili, dal momento che nascono dall’ultima fobia, quotidianamente pubblicizzata su stampa e televisione, in relazione alla pericolosità del debito estero statunitense:

  • Da una lato evidenziano quindi la pericolosità che riveste il debito estero per uno Stato, ma dall’altra sono decenni che cercano di convincerci che, attrarre gli investimenti esteri – che per identità contabile vanno ad aumentare il dato del debito estero stesso – sarebbe cosa fondamentale per la crescita economica del paese;
  • Da un lato evidenziano la pericolosità di un debito estero troppo alto e dall’altro, da sempre si esaltano per il gradimento verso i nostri titoli di stato da parte degli investitori esteri, cosa che inevitabilmente per oggettività contabile fa aumentare il dato del debito estero del paese;

Sui deficit commerciali derivanti per un paese, da una maggiore quantità di beni e servizi importati rispetto a quelli che lo stesso esporta, il dibattito nelle stanze della politica, sui mezzi di informazione e sui social, oggi è più che mai acceso. E purtroppo, spiace constatare che, nell’accettare certe contraddizioni, ai neoliberisti si allineano anche molti neo-keynesiani come il deputato della Lega, esperto in economia Claudio Borghi e persino coloro che per idee marxiste dovrebbero avvicinarsi di più agli interessi del popolo, come l’economista e professore universitario Emiliano Brancaccio.

Persino il noto professore australiano Steve Keen, molto attivo sui social, che in passato ha mostrato di essere allineato al pensiero della Modern Monetary Theory (MMT) – dimostrandone la sua bontà attraverso lo studio dei flussi contabili oggetto delle operazioni monetarie – oggi si è totalmente perso dietro alla corretta analisi delle operazioni che caratterizzano i flussi commerciali tra i diversi paesi.

Keen, nell’analizzare ciò che avviene negli scambi con l’estero, allineandosi al pensiero neoliberista, pare abbia dimenticato completamente che la moneta non è convertibile e come essa stessa rappresenti un monopolio dello Stato che la emette. Seguendo questa linea, in modo del tutto errato ed in contrasto con quanto afferma la MMT di Warren Mosler, è arrivato a identificare le importazioni come dannose per un paese, poiché darebbero luogo ad una distruzione di moneta e quindi un limite agli investimenti nazionali.

Premesso che quando un paese importa un bene, di fatto sta ricevendo un bene reale da godere in cambio di valuta rappresentata da un estratto conto con dei numeri elettronici creati dal nulla, nessuna quantità di denaro viene distrutta in relazione a questa transazione. Quello che avviene è soltanto un cambio di intestazione sull’estratto conto relativo a quel denaro oggetto della transazione stessa, il quale, non fugge oltre i confini nazionali, ma rimane sempre come riserva (deposito) dentro il sistema bancario del paese che ha importato il bene.

In conclusione, prendendo ad esempio gli Stati Uniti, oggi considerati da Borghi e Visco “i debitori del mondo”, quando un americano importa una Ferrari di 300 mila dollari, quello che avviene nella realtà è che l’americano diventa proprietario della Ferrari e la casa di Maranello, o in ultima istanza Bankit, diventano intestatari di un deposito di 300 mila dollari che rimane dentro il sistema della Federal Reserve (Fed), ossia dentro il sistema bancario degli Stati Uniti.

La Casa di Maranello o chi per lei se li cede, con quei dollari non può fare altro che comprare beni o asset americani. Quei dollari e di conseguenza i surplus commerciali non possono essere identificati direttamente come un aumento delle attività finanziarie nette (NFA) nella valuta di chi esporta. E quindi essere considerati la causa di un “fantomatico” vantaggio in relazione ad una maggiore potenzialità finanziaria per investimenti a livello macroeconomico per un paese esportatore rispetto a quello che invece è un importatore netto. Lo potrebbero diventare qualora vengano acquistati dallo Stato per mezzo della sua Banca Centrale. In questo casa abbiamo quello che Mosler chiama “deficit fuori bilancio”. Ma sono due operazioni ben distinte e scollegate fra loro. In altre parole gli stessi investimenti potrebbero essere fatti in ugual misura anche in mancanza di tali surplus. Lo Stato, anche in presenza di deficit commerciali alti, è sempre in grado di poter spendere nella propria valuta, in primis per ottenere la piena occupazione.

L’assunto di Keen secondo il quale un deficit commerciale comporterebbe una perdita di dollari per gli US, guadagnati dalla Cina, implicherebbe erroneamente che gli Stati Uniti possano “esaurire i dollari” (cosa che Keen stesso, sa benissimo non essere possibile, ndr). Nella MMT, un sovrano monetario non può esaurire la propria valuta. Quando la Cina accumula dollari, sta invece risparmiando volontariamente in asset statunitensi, non estraendo dall’America una risorsa finita.

In tutta questa sua analisi Keen bypassa totalmente le fase iniziale, ovvero come sono entrati inizialmente nel sistema i dollari oggetto dell’importazione: i dollari utilizzati dall’importatore statunitense devono essere stati inizialmente immessi nel sistema attraverso la spesa pubblica o per mezzo dei prestiti bancari.

A Warren Mosler, oggetto delle forti critiche da parte di Keen, è bastato un semplice tweet per mostrare ancora una volta la sua genialità e smontare con pochissime righe scritte, la complessa analisi del professore australiano. Analisi, che tra l’altro, nelle risposte di Keen alle mie obiezioni, ho scoperto essere fondata su quanto avviene nell’eurozona, dove sappiamo bene i paesi appartenenti essere in cambio fisso tra loro e autolimitati nel deficit. Ovvero l’esempio più classico di sistema economico e monetario che agisce in modo contrario rispetto a quelli che sono i dettami della MMT.

Traduzione: I depositi in dollari statunitensi detenuti da residenti negli Stati Uniti diminuiscono, mentre quelli dei non residenti aumentano, il che viene compensato dagli aggiustamenti fiscali statunitensi. Quindi i residenti negli Stati Uniti beneficiano di tagli fiscali/incrementi dei servizi pubblici. In altre parole, i deficit commerciali “liberano manodopera” per altri scopi, ecc.

E’ chiaro come, le importazioni sul suo americano, diano luogo ad uno spostamento all’interno del sistema bancario statunitense (cambio di intestazione su un estratto conto, ndr), tra depositi detenuti da residenti e non residenti, pur rimanendo, sottolineo ancora volta dentro gli Stati Uniti. Come è palese che tutto questo debba essere compensato da aggiustamenti fiscali da parte del governo. Gli americani per acquistare all’estero devono disporre del risparmio necessario oppure indebitarsi. E questo denaro può essere messo a disposizione solo e soltanto dal governo di Washington attraverso la spesa pubblica oppure dai suoi Agenti (le banche commerciali), attraverso i prestiti.

L’importazione di beni prodotti da altri, quindi libera risorse interne (“manodopera” in primis), da usare per altri scopi. E’ qui in questa frase, dalla genialità assoluta, che si certifica la bontà delle importazioni e di conseguenza il non-problema dei deficit commerciali che sono appunto la causa di importare di più di quello che esporti.

Perché dovrei impiegare risorse per produrre quello che altri mi forniscono liberi e felici di detenere la mia valuta?!

E dove sarebbe a questo punto l’enorme danno che i nostri economisti, Keen e Trump ci prospettano per i paesi che per decisione o per struttura del loro sistema economico decidono di essere importatori netti?

Nella realtà, in termine di paese, quello che vedo sono solo benefici:

  1. Il popolo utilizza/gode di un bene prodotto con il lavoro di altri;
  2. Il bene viene pagato con denaro creato dal nulla che rimane depositato dentro il nostro sistema bancario;
  3. Con quel denaro chi lo riceve può solo acquistare beni prodotti dalle nostre aziende o decidere di investirlo in asset presenti nel nostro paese e denominati nella nostra valuta;
  4. Utilizzando beni prodotti da altri, posso dedicare le mie risorse ad altri scopi;

Sul punto 3 è opportuno un chiarimento, dal momento che chi si allinea alle tesi di Keen, sostiene che consegnare valuta ai non-residenti, permettiamo loro di acquistare asset reali (immobili, terreni, azioni, titoli di Stato, ecc.) nel nostro paese. E di conseguenza dovremmo lavorare per fornire loro un reddito provenite dalla rendita e da interessi.

Si, questo è vero! ma è anche vero che torniamo alla contraddizione già spiegata all’inizio. Un non-residente che compra asset o aziende nel nostro paese, sta mettendo in atto quell’operazione tanto gradita e propagandata dai nostri governanti, che consiste nell’attrarre investimenti dall’estero.

Detto questo, andando sul pratico, coloro che sostengono questo pericolo, dovrebbero spiegarmi che differenza abbiamo in termini reali per un americano se un terreno, una azienda o un titolo di stato è intestato, tanto per fare due nomi a Musk oppure a Ping?!

Spiegata la differenza, qualora ci fosse…. ne dubito! rimane il fatto che il governo americano ha tutti gli strumenti a livello di politica fiscale per proteggere il popolo americano da eventuali problematiche che potrebbero nascere a fronte di un asset (anche il più vitale, ndr), intestato ad un non-residente.

di Megas Alexandros

 

L’inutile e dannosa politica sui dazi di Donald Trump è servita a far emergere tutte le contraddizioni che caratterizzano il pensiero neoliberista. Persino economisti neo-keynesiani come il professore australiano Steve Keen, si perdono dentro tali contraddizioni quando si tratta di analizzare gli scambi internazionali effettuati con moneta fiat. Pare sempre più difficile far accettare la realtà di una valuta non convertibile che rappresenta in tutto e per tutto un monopolio dello Stato.

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MEGA ALEXANDROS (ALIAS FABIO BONCIANI)

Economista
Modern Monetary Theory specialist
Author of ComeDonChishiotte