di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
La notizia della rapida crescita del prezzo dell’oro da sempre riscuote grande fascino nel mainstream mediatico. Questo perché all’innalzarsi delle sue quotazioni, subito fanno eco le solite “fantasiose” proiezioni di una imminente caduta del dollaro, per voce di tutti quegli economisti che purtroppo, ancora continuano a fare molta fatica nel decifrare la corretta natura delle operazioni monetarie.
E’ proprio nel “misunderstanding” nato con gli accordi di Bretton Woods – quando per mantenere fede alla follia rappresentata dalla politica del cambio fisso sulle valute, si pensò di sostituire l’oro con il biglietto verde statunitense – che va ricercato il motivo per cui ancora oggi resiste questa diffusa attrazione verso questo metallo che di vitale per il mondo ha ben poco o niente. L’idea che a garantire la creazione di moneta vi siano montagne di lingotti pronti ad essere consegnati a chi li desidera in cambio dei propri risparmi, è forse la leggenda più longeva che resiste dalla notte dei tempi e persino allo scioglimento dei ghiacciai, nonostante che oggi le valute siano tutte ufficialmente fiat.
Fu esattamente nel dicembre del 1971 – a seguito della dichiarazione pronunciata pochi mesi prima a Camp David da Nixon, con la quale l’allora Presidente degli Stati Uniti decretava la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, di fatto ponendo fine alla parità aurea – che il G10 firmò lo Smithsonian Agreement; l’atto che mise fine agli accordi di Bretton Woods, svalutando il dollaro e dando inizio alla fluttuazione dei cambi. Non per questo, prima di tale data, il gold standard e la conseguente politica dei cambi fissi rappresentassero una macchina perfetta rispetto ai limiti sulla creazione monetaria. Gli stati, già da molto tempo prima espandevano liberamente la spesa pubblica attraverso l’uso di strumenti fiat come i bond non convertibili che ancora oggi resistono alla leggenda; ma dal febbraio del 1973 ogni legame tra dollaro e monete estere venne definitivamente reciso e lo standard aureo fu quindi sostituito dall’attuale sistema a cambi flessibili.
Da quel momento l’oro è diventato ufficialmente una merce come tutte le altre. Una merce, per di più priva di valore sostanziale, se escludiamo quello frivolo di ostentare al prossimo una dichiarata ricchezza quando lo si indossa. D’altronde le nostre vite possono benissimo fare a meno dell’oro più di quanto non possono farlo del grano o del petrolio e mai nessuno, da quando il mondo è mondo, risulta deceduto per non aver indossato un Rolex o un bracciale d’oro.
Nonostante questo, come detto l’oro riscuote sempre il suo fascino tra la gente ed anche tra i politici “beoti” che si nutrono principalmente di propaganda. Ultimo, per ordine temporale, il senatore Claudio Borghi, anche lui palesemente attratto dal metallo giallo, poche settimane fa si è gettato con testa e piedi a sostegno dell’emendamento presentato da Fratelli d’Italia (FdI) nell’ultima manovra di governo, per stabilire formalmente che le riserve auree della Banca d’Italia appartengono allo Stato e al popolo italiano. Tutto questo come se Bankit non facesse già parte della struttura istituzionale dello Stato ed il suo governatore non fosse scelto dal governo.
Siamo decisamente oltre la follia, se chi ci governa, titolare del monopolio pubblico della moneta oggi totalmente libera da “fantomatiche” conversioni in oro, invece che esercitare tale monopolio per stabilizzare la nostra economia, per puro consenso elettorale, si preoccupa di chiarire i termini di proprietà di un asset dello Stato già palesemente chiari.
Ma torniamo al tema del momento, ovvero la quotazione dell’oro in ascesa che secondo i soliti “imbonitori” pregusterebbe la fine del dollaro. Per economisti e stampa mainstream, le banche centrali del mondo che corrono a sostituire la valuta americana con l’oro nelle loro riserve, ha un solo significato: il biglietto verde e di conseguenza l’economia americana hanno le ore contate.
Gli analisti finanziari guardano i grafici che mostrano il crollo del dollaro nei confronti dell’oro (- 44,62% nell’anno) e lanciano l’allarme: “il verdetto è brutale! l’oro non vota e non fa propaganda, semplicemente misura la sfiducia nei confronti della valuta americana”.

A riportare tutti sulla Terra ci pensa Warren Mosler, con la dovuta ironia richiesta quando si ha di fronte chi ormai nel corso di un ragionamento a carattere intellettivo, ha abbandonato la logica più semplice: “E le banche centrali continuano ad acquistarlo con la spesa in deficit, facendo salire i prezzi” – commenta il padre fondatore della Modern Monetary Theory (MMT)

Come può stare in piedi la novella di un oro in crescita nel ruolo di giustiziere delle valute fiat, quando a contribuire alla sua crescita sono le stesse banche centrali che lo acquistano con denaro creato ex nihilo?!
Le banche centrali comprano oro mettendo in piedi quella che è una vera e propria spesa in deficit “fuori bilancio”. Si stanno intestando quella che è la titolarità di una misura di politica fiscale che spetterebbe ai governi. Non solo, la cosa più assurda è che le stesse giustificano la loro azione volta a diversificare la composizione delle loro riserve, come necessaria per fronteggiare l’attuale incertezza economica. Una incertezza, che ironia della sorte, deriva proprio dalla mancata spesa in deficit dei governi, causa appunto del pessimo stato di salute dell’economia dal quale gli istituti centrali dicono di proteggersi comprando oro.
Basterebbe che i governi spendessero il necessario per evitare tutto questo racconto e le immani sofferenze che provoca alle nostre vite!
Quindi, ricapitolando: i governi produttori di una valuta ormai sganciata dall’oro, si rifiutano di spendere in deficit per sostenere occupazione e consumi, provocando le note crisi economiche; e le banche centrali per proteggere la valuta stessa (di cui insieme al governo ne detengono il monopolio) da una economia in stato recessivo, spendono in deficit (quello che non spendono i governi) per acquistare oro, facendone impennare il prezzo. A questo circo si aggiungono poi, come detto, stampa, politici ed economisti, per raccontarci la novella che un’oro che sale sancisce la fine del dollaro e delle valute fiat.
Basterebbe la semplice logica infantile per capire quanto siano fallaci per non dire fraudolente tali conclusioni!
Se per acquistare oro e far impennare la sua quotazione, occorrono i numeri creati dal “nulla” dalle banche centrali, come si può credere che un’oro in salita sia il segnale della crisi, o addirittura della fine delle valute fiat!?
Di esempi per certificare la frode che resiste dietro a questo pensiero ne possiamo fare quanti ne vogliamo. E’ sufficiente analizzare i fatti con la mente sgombra dai dogmi che ogni giorno ci vengono ripetuti con religiosa devozione. L’Italia è il terzo paese al mondo per quantità di riserve auree detenute; seguendo la logica di tale pensiero, la nostra economia dovrebbe volare. Ed invece povertà e precarietà sono un costante aumento nel paese da almeno tre decadi.
E’ ormai chiaro che la narrativa costruita intorno all’oro è dura a morire. Questo perché dietro ad essa esiste un preciso interesse elitario a tenerla in vita per far apparire la moneta ai popoli, come un bene scarso, benché la stessa non lo sia nella maniera più assoluta. I governi creano enormi quantità di denaro ogni giorno e continueranno a farlo anche in futuro. La sua creazione, anche in passato è sempre stata una creazione ex-nihilo frutto di un monopolio, oggi titolarità degli stati, allora di Re, imperatori e Signori.
Una moneta scarsa per la maggioranza e ampiamente abbondante per le classi elitarie è sempre stato lo strumento principe con il quale il sistema in mano alle élite ha comandato il mondo e ottenuto il controllo sulle vite altrui attraverso il debito. Un “debito” che oggi la narrativa ha esteso anche agli stati titolari appunto della materia prima con cui lo si denomina.
Ognuno di noi può vedere come il denaro che costantemente manca per istruzione, ospedali, lavoro ed occupazione, improvvisamente appare “dal nulla” per fornire armi e bombe sui terreni di guerra. Del resto è altrettanto evidente come la crescita finanziaria esponenziale delle classi elitarie, testimoni la frode che sta dietro alla supposta scarsità del denaro.
I debiti pubblici degli stati che aumentano ininterrottamente da oltre due secoli e che contabilmente rappresentano la creazione netta del denaro esistente, testimoniano che la sua creazione non presenta nessun problema di natura tecnica e che la stessa niente ha a che fare con la quantità di oro presente nei caveau e nei bilanci delle banche centrali.
La narrativa sull’oro “giustiziere” delle valute fiat è estremamente pericolosa. Oggi ancor di più, alla luce di tutti i movimenti e le iniziative che stanno nascendo, apparentemente in favore dei popoli, tipo Moneta 5S, Positive Money, Moneta Positiva, Chicago Plan revisited (FMI), Full Reserve Banking, le quali mirano chiaramente ad un ritorno al Medioevo in quanto a sistema monetario. Impedire alle banche di creare moneta dopo che è già stato impedito ai governi con l’introduzione di regole di bilancio quanto mai non necessarie, ci riporta direttamente al sogno elitario del “dindo d’oro”, con i popoli sempre più confinati nella schiavitù.
Un argomento che richiede una riflessione alquanto profonda e sul quale torneremo, dal momento che perdere la conquista di una moneta a disposizione di tutti e spesa in favore dei popoli – ossia quello che è stato il motore principale dell’imponente sviluppo economico e del benessere diffuso raggiunto nell’ultimo secolo – rappresenterebbe un dramma assoluto per l’intera umanità.
La soluzione non è il ritorno al Medioevo ma far tornare gli Stati moderni e le loro istituzioni democratiche ad esercitare la sovranità di cui sono titolari, in favore della maggioranza e non di una ristretta classe elitarie, come sta avvenendo purtroppo, ormai da troppo tempo.
di Megas Alexandros





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