di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Ci ripetono che votare è un dovere democratico, e su questo non ho obiezioni. Mi chiedo però perché nessuno parli mai del dovere, altrettanto democratico, di rappresentare chi dovrebbe andare a votare.
Quando le proposte in campo non offrono nulla che somigli a un’alternativa, restare a casa diventa per molti l’unico modo di dire no. Il guaio è che in Italia quel “no”, sul piano formale, non conta niente: un’elezione è valida con qualunque affluenza, e chi vince governa allo stesso modo con l’80 o con il 50 per cento dei votanti. Anche se, un governo nato dalla partecipazione al voto di una minoranza, fa perdere a quel paese ogni diritto di considerarsi una democrazia.
In Francia qualcuno il problema l’ha messo sul tavolo. Il 20 giugno 2021, la sera del primo turno delle regionali e dipartimentali, Jean-Luc Mélenchon proponeva una soglia minima di partecipazione per rendere valida un’elezione, insieme al riconoscimento del voto bianco. Una percentuale non la indicava, ma il senso era evidente: chi entra nelle istituzioni dovrebbe rendere conto anche di quanti cittadini hanno partecipato alla sua investitura.[1] È una linea rossa democratica, e varrebbe la pena discuterne anche da noi.
Da noi, del resto, i numeri parlano abbastanza chiaro. La tabella riporta le elezioni politiche dal 1996 al 2025, con l’affluenza alla Camera e, accanto, il saldo primario di ciascun anno elettorale. Quando il saldo è positivo le amministrazioni pubbliche hanno
incassato più di quanto abbiano speso, interessi esclusi. Detto in modo spiccio, lo Stato ha preso a cittadini e imprese più di quanto abbia restituito, e il saldo diventa così una misura, rozza ma utile, di quanto sia stata stretta la cinghia.[2][3]

In poco più di un quarto di secolo l’affluenza è scesa di quasi diciannove punti. Nello stesso arco di tempo l’avanzo primario si è via via assottigliato, con qualche oscillazione, fino al disavanzo del 2022, su cui hanno pesato gli strascichi della pandemia, le misure
contro il caro energia e i crediti dei bonus edilizi.
Quel 63,91% richiama una frase attribuita a Giulio Andreotti. Nel settembre del 1984, quando era ministro degli Esteri, Andreotti avrebbe ricevuto nel suo studio di San Lorenzo in Lucina il diplomatico di carriera Gianpaolo Ceprini, allora consigliere a capo dell’ufficio studi degli Affari economici.
Ceprini gli portava una fotografia che lo ritraeva accanto al suo mentore, Alcide De Gasperi. Secondo il racconto che lo stesso Ceprini ha
fatto quarant’anni dopo, la conversazione finì sull’astensionismo, e Andreotti disse:
«Caro Ceprini, si ricordi che l’astensionismo ci sarà sempre, è un
fenomeno crescente: alle votazioni dello scorso anno [1983], rispetto al
’76, è cresciuto di cinque punti. Non è rilevante, per ora… Lo sarà
quando verrà toccata la soglia del 55-60%: allora per i politici sarà un
problema. Non escludo che ci arriveremo, non ora, ma ci arriveremo, e
sarà allora che la politica dovrà fare i conti con se stessa e affrontare la
questione morale.»[4]
Il racconto, pubblicato da Cesare Sacchetti, va preso con la dovuta cautela, ma la riflessione merita attenzione. Ci siamo arrivati vicini, e la questione morale è ancora lì che aspetta.
Non pretendo che quella tabella dimostri qualcosa. Sette elezioni sono poche, e in mezzo ci sono crisi finanziarie, una pandemia, regole europee di bilancio e governi di ogni colore. Il saldo primario, poi, dice quanto lo Stato ha preso nel complesso, ma non a chi. Certamente non lo ha preso a chi vive della rendita finanziaria elitaria. Anzi, grandi risparmiatori e banche sono stati gli unici ad aver beneficiato nell’ultimo trentennio della creazione di denaro da parte dei governi.
Una domanda però la fa venire: un potere che vede ridursi anno dopo anno la base che lo legittima può davvero permettersi tutto?
Io credo che debba muoversi con più cautela, e non per virtù ma per necessità. Più cresce l’astensione, più cresce l’incertezza. Dietro chi non vota può esserci indifferenza come rassegnazione, sfiducia o rabbia, e il potere può sondare e misurare quanto vuole, ma non saprà mai con certezza quando quel distacco silenzioso si trasformerà in opposizione aperta.
Un governo eletto da poco più della metà degli aventi diritto dovrebbe pesare ogni scelta due volte. Le schifezze le farebbe lo stesso, certo, ma con un margine più stretto. E se quel margine si restringesse al punto da non consentirgli quasi nulla, oggi non sarebbe il male peggiore: meglio un potere fermo che uno libero di fare quello che ha fatto finora.
Il governo uscito dalle urne del 2022, il voto meno partecipato della storia repubblicana, non ha smesso di stringere. Nel 2024 ha riportato il saldo primario in attivo e nel 2025 lo ha portato allo 0,8% del Pil.[5] È però una stretta più leggera di quasi tutte quelle che l’hanno preceduta in un anno elettorale. Il 2022, con il suo disavanzo, era un’eccezione; la regola, dal 1996 a oggi, è un potere che stringe sempre ma allenta la presa man mano che gli elettori se ne vanno. Non significa che le cose vadano meglio, soltanto che vanno meno peggio, dentro un impoverimento che non si è mai interrotto: secondo l’OCSE, nel 2020 i salari reali italiani erano ancora sotto il livello del 1990.[6] E gli elettori continuano ad andarsene. Alle europee del 2024 ha votato meno di un italiano su due,[7] e alle prossime politiche i non votanti potrebbero essere la maggioranza.
Qualcuno potrebbe obiettare che la stretta si è allentata semplicemente perché nelle tasche degli italiani è rimasto poco da prendere. Le statistiche dicono altro. Dopo trent’anni di politiche scellerate, più di sette famiglie italiane su dieci sono ancora proprietarie della casa in cui vivono,[8] e il patrimonio immobiliare resta la riserva più grande del paese. Una casa non è reddito, certo, e per molti è l’unica cosa che hanno. Ma è proprio lì che la politica si guarda bene dal mettere le mani, tanto che la prima casa è esente dall’IMU. Se non lo fa, non è per mancanza di materia da spremere, ma perché colpire la casa della grande maggioranza degli italiani sarebbe il modo più rapido per
perdere quel poco di consenso che resta.
Ed è qui che il non voto mostra il suo limite. Senza una soglia di validità, anche un Parlamento eletto da una minoranza sarebbe pienamente legittimo per legge. Finché resta un segnale da interpretare, chi governa può ignorarlo o leggerlo come gli conviene.
Un quorum lo renderebbe concreto: non basterebbe più battere l’avversario tra chi si presenta alle urne, bisognerebbe convincere abbastanza cittadini che valga ancora la pena presentarsi. Andrebbe costruito con attenzione, stabilendo cosa succede dopo un
voto non valido, perché il rimedio non finisca per produrre paralisi o per lasciare indefinitamente al loro posto quelli che ci sono già.
L’esperienza dei referendum abrogativi, dove il quorum ha fatto dell’astensione una tattica di chi è contrario, mostra un altro rischio da prevedere. Ma l’assenza di qualsiasi soglia è oggi un problema democratico serio, perché rende invisibile per legge la scelta di milioni di persone.
C’entra anche la MMT, almeno per me. L’analisi della Modern Monetary Theory squarcia il velo di Maya e permette di vedere con precisione dove finisce la mancanza di risorse reali e dove cominciano i vincoli che le istituzioni si sono date da sole. Davanti al
solito «non ci sono i soldi» viene spontaneo chiedersi chi l’ha deciso, chi potrebbe cambiare quella regola e chi ci guadagna dalla rinuncia.
Nell’euro la faccenda è più complicata, perché le esigenze delle singole economie assumono un ruolo di subordinazione rispetto ai rapporti tra governi nazionali e istituzioni comuni. Ma in particolar modo le “regole comuni” forniscono ai singoli governi la scusa perfetta per autolimitarsi nel deficit in base ai voleri delle rispettive classi elitarie nazionali.
Se non capiamo chi governa la moneta e nell’interesse di chi ne fissa le regole, la partita è persa prima di cominciare.
Nella mia esperienza, quando si spiega il legame tra euro, parametri di bilancio e possibilità di spesa, anche chi non si è mai interessato di economia lo capisce in fretta. È il segno che la sfiducia c’è già e aspetta solo di trovare le parole.
Non è un rifiuto del voto in quanto tale, ma l’attestazione che in chi si astiene, le speranze di un ripensamento ideologico nell’attuale sistema dei partiti, sono ormai esaurite.
Il sostegno a Mélenchon nella sua battaglia per il quorum, sarebbe un ottimo inizio per rivitalizzare, quello che ormai da noi è diventato un deserto, se guardiamo a panorama di quello che dovrebbe essere il mondo del così detto dissenso. Le forze che si dicono alternative sono troppo piccole e disunite per pesare. Oppure, peggio ancora, quelle che hanno potuto essere vicine al governo, si sono adeguate ai vincoli che dicevano di voler mettere in discussione.
Anche le proposte più avanzate restano dentro la logica per cui le tasse servirebbero a trovare le risorse, e preferiscono redistribuire reddito piuttosto che garantire lavoro. Non esiste nemmeno qualcosa di paragonabile al BSW tedesco, cioè una forza con un peso elettorale reale che
rompa apertamente con l’ortodossia di bilancio europea.
Finché il quadro resta questo, astenersi non è disinteresse ma l’unica scelta coerente per chi ha capito come funziona il sistema.
Visto così, non votare vuol dire semplicemente rifiutarsi di prendere parte attiva all’omicidio in corso della democrazia. Il non voto può erodere la legittimità delle scelte plutocratiche: non le impedisce, ma può aiutare a frenarle. Può anche riportare al centro
quella questione morale che da noi si riduce quasi sempre alle aule di tribunale e che invece si riassume in una domanda semplice: per chi state governando?
A noi semplici mortali, oggi, non è dato fare molto altro. Anche se la pretesa di chi non si riconosce in nessuno degli attuali partiti, di avere voce sulla scheda elettorale, è un diritto sacrosanto a difesa della democrazia, che dovremmo pretendere fin da subito.
La strada che auspico è quella di un’evoluzione democratica fatta di limiti concreti al potere e di strumenti reali di controllo popolare, con meno plutocrazia travestita da «mercato» e più democrazia. Niente rivoluzioni, piuttosto linee rosse che si spostano un passo alla volta per restituire spazio ai cittadini. Perché gli stivali che lecchiamo, prima o poi, ci schiacceranno.
di Megas Alexandros
Fonti e nota alla tabella
1. Jean-Luc Mélenchon, allocuzione del 20 giugno 2021.
2. DIRE, serie storica dell’affluenza alla Camera, 26 settembre 2022. Dal 2006 la serie
riportata esclude Valle d’Aosta e circoscrizione Estero. Il diverso trattamento degli
elettori all’estero limita la comparabilità con gli anni precedenti: si veda anche CISE,
analisi sull’affluenza.
3. Osservatorio CPI, serie storiche di finanza pubblica, aggiornamento marzo 2026, riga
«Saldo primario, % Pil». Il saldo è quello delle amministrazioni pubbliche nell’intero
anno: non è attribuibile automaticamente al governo eletto e comprende anche mesi
successivi al voto. Non è il saldo complessivo, che include gli interessi. La tabella
seleziona gli anni elettorali e non descrive tutti i saldi annuali del trentennio.
4. Testimonianza di Gianpaolo Ceprini raccolta da Cesare Sacchetti, «La lezione di
Andreotti sull’astensionismo», La Cruna dell’Ago, 29 maggio 2024. È l’unica fonte nota
del colloquio; l’autenticità della frase è stata messa in dubbio da altre testate.
5. Istat, notifiche sull’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche: saldo
primario +0,4% del Pil nel 2024 e +0,8% nel 2025. Come per la tabella, il saldo non è
attribuibile solo alle scelte del governo: pesano anche il venir meno dei bonus edilizi e le
regole europee di bilancio.
6. OCSE, Employment Outlook e banca dati sui salari medi annui in termini reali.
[Inserire link all’edizione consultata.]
7. Ministero dell’Interno, Eligendo: affluenza in Italia alle elezioni europee dell’8-9
giugno 2024, pari a circa il 49,7%.
8. Istat, audizione sulle politiche per la casa, 6 settembre 2022: nel 2021 il 70,8% delle
famiglie risultava proprietario dell’abitazione in cui vive (72,5% degli individui).




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