di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Il prof. Paolo Becchi e Giovanni Zibordi – con il primo che da tempo ripone piena fiducia nella professionalità del secondo per quanto concerne la materia economia e monetaria – firmano in tandem un articolo appena uscito su il Sole 24 ore, dove ripropongono la solita “storiella” di utilizzare il risparmio degli italiani per stabilizzare il nostro debito pubblico.

Il post sul profilo X (ex Twitter) con il quale Giovanni Zibordi magnifica il suo articolo uscito su Il Sole 24 ore
Purtroppo per confutare tale “storiella” dobbiamo far finta di niente ed allinearci a quella che è una delle principali falsità profuse dal pensiero neoliberista, che vede nel debito pubblico degli stati il principale problema che affligge le economie di paesi come il nostro. Questo perché, se capiamo che per gli stati emettitori di valuta in regime di monopolio, l’entità del così detto debito pubblico non è assolutamente un problema, cadono immediatamente anche tutti i presupposti, non solo per scrivere un articolo come quello scritto da Zibordi e Becchi, ma anche per continuare ad ingegnarsi nel trovare soluzioni ad un problema che come detto non ha nessuna consistenza reale.
Come ho detto siamo in presenza di un articolo addirittura a firma congiunta, la quale però non rafforza minimamente la credibilità di quanto esposto, dal momento che il prof. Becchi – notoriamente non esperto in materia economica e monetaria per sua stessa ammissione – se ne sta alla fiducia del suo compagno di viaggio, che a sua volta è molto più ferrato in finanza che in tema di moneta e contabilità che regola i bilanci degli stati.
I due si propongono — o meglio, Zibordi si propone — di aver trovato una fantastica soluzione per stabilizzare gli umori dei mercati sui titoli del nostro debito pubblico, in termini di acquisti e interessi da pagare.
Come?
Semplicissimo, afferma Zibordi: basta trasformare i BTP in BOT.
E già qui dovremmo subito chiederci — ma in particolar modo chiedere all’autore dell’articolo — come cambiare il nome e la scadenza di un titolo possa assolvere al compito che porterebbe al magico risultato che egli ci prospetta. Naturalmente continuando a rimanere dentro quello status di “prostituzione” intellettuale che ci consente di far finta che i tassi siano decisi dai mercati e non da chi detiene il monopolio della valuta.
L’idea geniale (secondo Zibordi, ndr), fa leva su quello che molti, sostenuti dalla propaganda mainstream, descrivono come il “Tesoro” ambito da molti: il risparmio degli italiani.
Quante volte avete sentito parlare del risparmio degli italiani, facendolo apparire come se fosse un patrimonio a disposizione dell’intero paese. Tutto questo, non considerando per niente a chi appartiene e la cruda realtà che oggi solo una ristretta parte di italiani è in grado di risparmiare. Insomma una analisi a livello macroeconomico talmente approssimativa, che non fa differenza tra cognomi: come se chiamarsi Agnelli o Rossi, fosse la stessa cosa.
Zibordi però non è solo in questa avventura. La sua voce dà fiato allo stesso progetto dei conti di risparmio che il leader italiano di Moneta Positiva, l’ingegner Fabio Conditi, va in giro per l’Italia a raccontare nei suoi spettacoli teatrali e nelle sue apparizioni social.
“Ci sono migliaia di miliardi di soldi fermi sui conti correnti bancari”, urlano i due, “perché non usarli per acquistare i titoli che lo Stato emette?”
Questa affermazione lascia letteralmente basiti. Ma chi li compra oggi i titoli? Non sono forse le banche e gli operatori finanziari, con le riserve che hanno sui propri conti — riserve create precedentemente proprio dalla spesa dello Stato?!
Andiamo avanti con la proposta di Zibordi, forse c’è qualcosa che mi sfugge!?
Zibordi parte dal presupposto che le famiglie avrebbero difficoltà a gestire rinnovi di acquisti di titoli a breve termine. Anche questa è un’affermazione alquanto gratuita e priva di riscontri oggettivi. Non mi sembra che le famiglie italiane negli anni ’80 avessero difficoltà a gestire rinnovi di BOT trimestrali o semestrali al 15 per cento. Casomai, oggi la difficoltà maggiore per la quasi totalità delle famiglie italiane è quella di possedere il risparmio necessario per investire in titoli.
Con 7 famiglie su 10 che hanno estrema difficoltà ad arrivare a fine mese (fonte Bankit), parlare di soldi fermi sui conti degli italiani pronti a essere investiti è come parlare di acqua nel deserto.
Lo stesso vale per i conti della maggior parte delle aziende, che ogni giorno lottano per stare in piedi all’interno di un sistema economico in perenne recessione e con una politica fiscale dei governi improntata esclusivamente all’arricchimento della rendita e al conseguimento dei profitti nei settori monopolistici dell’energia.
Sì, proprio la rendita: quella che anche questa idea di Zibordi si propone di sostenere. La sua finalità è infatti garantire un tasso di interesse maggiore a chi già possiede risparmio. E qui dobbiamo assolutamente ricordare come una politica fiscale improntata a fornire un reddito da interesse sia la misura di spesa più regressiva che un governo possa mettere in atto. Fornire denaro a chi ha risparmio, in proporzione al risparmio che possiede, è il miglior modo per allargare la forbice sociale di un paese e rendere sempre più instabile la sua economia. È quello che è successo da noi con la politica sui tassi attuata dopo il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, che ha prodotto l’attuale annientamento della classe media del paese.
Torniamo alla proposta di Zibordi, che si rifà al modello americano: l’opera di fondi monetari (i Money Market Fund) che acquistano i T-bills (titoli di stato a breve termine) interviene per convogliare il risparmio giacente sui conti bancari, offrendo tassi maggiori e preservandone la liquidità. In pratica — come afferma lo stesso Zibordi — avere sempre lo stesso conto corrente, ma con un tasso più alto.
Allora, se i risparmiatori ottengono maggiori interessi, dove starebbe il risparmio nella spesa per interessi da parte dello Stato?
Facciamo maggiore chiarezza. I MMF acquistano titoli di Stato e garantirebbero ai sottoscrittori del fondo un tasso più alto rispetto a quello che fornisce loro la banca. I MMF non sono certo dei benefattori: il loro reddito, se operano nella correttezza di quello che propongono, deriva esclusivamente dagli interessi che percepiscono sui titoli. Interessi che fornisce loro lo Stato.
Ma non è lo Stato a fornire lo stesso interesse oggi alle banche o al mondo finanziario che detiene i titoli?
E allora, nuovamente: cosa cambia?
Le famiglie italiane sommerse da debiti e rate da pagare che non arrivano a fine mese, il cui conto è perennemente sotto zero, avranno un euro in più con questa idea “geniale” di Zibordi? E se lo avranno sarà la benevolenza del fondo d’investimento a fornirglielo oppure lo Stato con una maggiore spesa per interessi?!
Naturalmente le mie sono tutte domande retoriche, la cui risposta è facilmente rintracciabile con l’uso della semplice contabilità che guida la creazione della moneta netta e di chi la crea dentro il settore privato, ovvero lo Stato.
La proposta di Zibordi non introduce, in ultima analisi, alcun elemento operativo realmente nuovo. Sul piano della contabilità nazionale, non esiste un risparmio netto privato “inutilizzato”: il risparmio netto del settore privato è già integralmente allocato in titoli di Stato, e coincide — per identità contabile — con il debito pubblico cumulato. La carenza, semmai, è di segno opposto: è proprio l’insufficienza del risparmio netto privato — vale a dire l’inadeguatezza della spesa pubblica netta cumulata — a configurarsi come la principale causa determinante la stagnazione economica attuale. La quale certamente non è risolvibile con la solita ricetta fiscale in favore della rendita di pochi che Zibordi, spero inavvertitamente, propone. Ed ancora: non può essere indubbiamente questa la soluzione per arrivare ad un riequilibrio del risparmio in Italia, indispensabile se vogliamo aumentare la capacità di spesa in modo diffuso a sostegno di una domanda interna sempre più latente nel paese.
I depositi presenti nel sistema bancario non costituiscono, in alcun senso operativamente rilevante, una riserva di liquidità “ferma”: essi rappresentano la massa monetaria circolante che sostiene l’economia reale, comprensiva sia della componente verticale (riserve generate dalla spesa pubblica) sia della componente orizzontale (moneta-credito creata dalle banche all’atto della concessione dei prestiti). La sostituzione di un BTP con un BOT non modifica l’intestazione del deposito titoli né la titolarità del risparmio sottostante.
Si rende necessaria, in conclusione, un’osservazione di natura sistemica ancora largamente assente dal dibattito economico mainstream. Il debito pubblico — inteso come risparmio netto del settore privato — costituisce il sottostante sistemico che conferisce solidità ai depositi creati dalle banche commerciali nell’esercizio dell’attività creditizia. Sono precisamente quei depositi che la proposta in esame intenderebbe utilizzare per la stabilizzazione del medesimo debito pubblico che ne assicura la tenuta. La circolarità del ragionamento ne rivela la natura logicamente insostenibile.
Quello che eventualmente potrebbe cambiare è solo il tasso di interesse da pagare, ma questo, tanto per ripetersi, è oggetto di una decisione politica non dei desideri del mercato.
In conclusione per dedicare minori risorse pubbliche al pagamento di interessi, così da interrompere il flusso di denaro verso rendita, la soluzione più semplice ed immediata, è quella di seguire le indicazioni della Mosler Economics, attuando immediatamente una politica ZIRP sui tassi (Zero Interest Rate Policy), non certo quella di Zibordi che al contrario propone di remunerare maggiormente il risparmio giacente sui conti bancari. Consegnando proporzionalmente, per logica e principi di aritmetica contabile di base, ancora più denaro a chi già ne possiede in abbondanza.
di Megas Alexandros





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